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Lucrezio e la filosofia epicurea


Nel primo libro del De rerum natura, prima di iniziare la trattazione vera e propria, Lucrezio elogia Epicuro e ne prende le difese contro i detrattori
Due passi del De rerum natura sono fondamentali per capire il rapporto esistente fra Lucrezio e la filosofia epicurea: L’elogio a Epicuro (I, 61-135) L’inno alla sapienza epicurea (II, 1-61). Veramente anche nel libro VI in cui ci viene descritta la peste di Atene, in realtà Lucrezio ne approfitta per fare di imbastire di nuovo una lode all’epicureismo.

Il primo brano può essere diviso in tre sezioni.
Nella prima parte, Lucrezio si rivolge a filosofo Epicuro e contemporaneamente prende una posizione netta nei confronti del pensiero religioso tradizionale. Il tono adoperato è molto polemico a tal punto che il poeta previene un atteggiamento che potrebbe avere Gaio Memmio, genero di Silla, e destinatario del poema.

Traduzione dei versi I, 61-79

“Mentre nel mondo l’umanità giaceva indegnamente oppressa chiaramente, sotto il grave peso della religione, la quale dalle regioni del cielo mostrava il capo, incombendo dall’alto sui mortali con un aspetto pauroso, per primo un greco osò innalzare contro i suoi occhi mortali e per primo osò opporvisi. Non lo fermarono né le dicerie sugli dèi, né i fulmini, né il cielo con il suo minaccioso rumore, ma ancor di più stimolò il valore penetrante dell’animo, così che volle infrangere per primo le strette chiusure delle porte della natura. Alla fine, trionfò la vigorosa forza del suo ingegno e si spense lontano, oltre le fiammeggianti mura del mondo e percorse con il cuore e con la mente l’intero universo, da cui quel vittorioso ci riporta che cosa possa nascere e cosa invece non può [nascere]e per qual motivo ogni cosa abbia un potere ben delimitato ed un termine profondamente infisso”.
La traduzione è elaborata tenendo presente il testo latino pubblicato in F. Comparelli, Lucrezio, De nihilo nihil – Antologia dal De rerum natura,Pagine Scuola, Roma, 2000

Nella seconda parte, Lucrezio teme che i suo amico giudichi l’epicureismo contrario alla moralità e, per controbatterlo in anticipo, dimostra che è proprio il pensiero religioso tradizionale ad essere empio perché esso a costituito la causa di efferati delitti e ci viene dato, come esempio, il sacrificio di Ifigenia. Ifigenia era la prima figlia di Agamennone. Quest’ultimo aveva ucciso une cerva sacra ad Artemide e la dea, in espiazione, aveva chiesto ad Agamennone di sacrificarle la figlia, Ifigenia. Finché il sacrificio non fosse stato compiuto, la flotta greca, pronta per la spedizione contro Troia, sarebbe rimasta bloccata nel porto dell’Aulide. Ricordato l’episodio dell’immolazione di Ifigenia, Lucrezio riprende l’elogio di Epicuro, sottolineando il fatto che, analizzando le leggi della natura, esso ha offerto la possibilità all’uomo di non temere né l’oltretomba, né l’ira degli Dei. Per Epicuro non esiste una vita ultraterrena con tutte quelle pene che ci descrivono i poeti o i sacerdoti. Per il filosofo greco e per lo scrittore latino l’anima è mortale e muore con il corpo.

Nella terza parte, Lucrezio parla con molta ammirazione del poeta Ennio, pur essendo un sostenitore della teoria della metempsicosi che egli non condivideva. Quindi viene tracciato l’insieme delle opinioni a proposito dell’anima. Per alcuni l’esistenza dell’anima precede quella del corpo in cui essa penetra al momento della nascita. Per altri, come Epicuro, l’anima nasce contemporaneamente al corpo. Dopo queste argomentazioni, Lucrezio si sofferma sul destino dell’anima: gli Epicurei sostengono che l’anima ed il corpo sono costituiti di atomi ed entrambi si dissolvono con la marte; per la religione tradizionale, dopo la morte del corpo, l’anima finisce dell’ Ade, mentre per i Pitagorici, come Ennio, alla morte del corpo, l’anima si reincarna in altri corpi, di esseri umani o animali.

Gli ultimi versi, dal verso 127 alla fine, costituiscono la conclusione di tutti i concetti espressi nelle tre parti. La vita dell’universo è regolata da leggi, la cui scoperta è frutto dell’acuta indagine dell’uomo che per questo acquista serenità e allontana da sé ogni timore. In sintesi: la scienza rende felici

Nel secondo passo, tratto dal II libro, i temi trattati sono: il massimo bene per l’uomo, l’epicureismo ed infine la natura. Non si tratta di riflessioni il cui scopo è quello di raggiungere una serenità egoistica: lo scopo è quello di permettere agli uomini di comprendere la vera realtà delle cose e dei fenomeni naturali, cioè, in armonia con la filosofia epicurea, di scoprire nella natura ciò che costituisce il sommo bene dell’uomo. “…quid dubitas quin omni sit haec rationi potestas?” come dubiti che questo potere sia completamente della ragione”? La ragione ha il compito di liberare l’umanità dalle paure e dalla superstizione. Coloro che non fanno propri gli insegnamenti della filosofia epicurea sono vittima di paure senza senso, simili ai bambini che hanno paura del buio. E come i raggi dell’alba fa scomparire le paure dei bambini, così i timori degli uomini scompaiono del tutto se la natura viene osservata in modo razionale.

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