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De rerum natura

Il De rerum natura è la più importante opera lucreziana rimastaci la quale favorì notevolmente la diffusione dell'epicureismo, fino ad allora, molto ostacolata a Roma.
E' diviso in sei libri raggruppati in tre diadi Il titolo è la traduzione dell'opera di Epicuro Περι φυσεως/i].
Il dedicatario è Memmio, lo stesso che fu patrono di Catullo e Cinna. Lucrezio afferma che l'aristocratico non può sottrarsi alla cura dello Stato in un momento così turbolento (il I secolo a.C. è costellato di guerre, dopo il 59, soprattutto civili), tanto più che nel 59 a.C. Memmio stesso è pretore.
S. Girolamo, dal quale derivano la maggior parte delle informazioni che abbiamo su Lucrezio, afferma che il poema fu rivisto e pubblicato da Cicerone. Questo lo ha certamente apprezzato, come sappiamo dalle lettere indirizzate al fratello Quinto, nelle quali loda l'opera e la poesia del poeta epicureo.

Il contenuto può essere schematizzato nelle tre diadi, che trattano fenomeni progressivamente più ampi:
I diade: atomi -> fisica
II diade: uomo -> antropologia
III diade: fenomeni cosmici -> cosmologia

Il primo libro si apre con un inno a Venere, vista non come dea ma come forza generatrice e personificazione della natura, e continua con una rassicurazione per il destinatario, Memmio, sul contenuto dell'opera e con un elogio di Epicureo. Si entra poi nel vivo dell'argomento con la trattazione dei principi della fisica epicurea, come gli atomi si muovono nel vuoto aggregandosi e disgregandosi in modi diversi a formare infinite forme: di questo processo fanno parte la nascita e la morte.
Il secondo libro espone la teoria del clinamen: gli atomi si muovono in linea retta dall'alto verso il basso, teoricamente quindi non si incontrerebbero mai. Il clinamen è l'inclinazione che permette loro di deviare scontrandosi gli uni con gli altri.

Il terzo libro parla della morte: non bisogna temerla in quanto l'anima è composta da atomi e muore insieme al corpo, mettendo fine quindi a qualsiasi emozione e sentimento.
Il quarto libro affronta la teoria della conoscenza: la conoscenza è data dai simulacra, membrane di atomi sottilissime che colpiscono gli organi sensoriali. L'errore non può derivare quindi dai sensi, poiché gli atomi non possono essere sbagliati, ma dall'interpretazione.

Il quinto libro tratta del mondo e ne dimostra la mortalità; afferma poi che ne esistono molti, e preannuncia la trattazione degli intermundia, sedi beate degli dei. Divaga poi sull'origine dell'uomo.

Il sesto libro inizia con le spiegazioni di diversi fenomeni e catastrofi naturali (fulmini, terremoti, ecc.). Si sposta poi sulla peste di Atene, ripresa da Tucidide, altro evento catastrofico con cui si chiude l'opera. Il finale che parla di morte sembra quasi una conclusione circolare dell'introduzione con l'inno a Venere e alla natura, esplosione di vita.

Il poema non ha certamente ricevuto l'ultima revisione da parte di Lucrezio. Sono presenti incongruenze, ripetizioni di versi o di interi passi (il proemio del libro terzo è quasi la copia esatta del finale del primo). Particolari perplessità sul finale: nel quinto libro il poeta aveva annunciato la trattazione degli intermundia, vista da alcuni come un possibile finale che Lucrezio non ebbe il tempo di aggiungere dopo la peste di Atene.

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