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Lucilio, Elogio della Virtus - Commento
A Lucilio è stato attribuito il merito di aver inventato un nuovo genere letterario: quello della satira. Il poeta latino, vissuto nel I sec. a. C., è autore di un’opera di alto spessore culturale, le Saturae, scritto in esametri e utilizzando quel nuovo genere letterario tipicamente romano. L’opera, andata quasi completamente persa, ci è pervenuta in frammenti, il più lungo dei quali – e il più famoso – è quello sulla virtus:

“Virtus, Albine, est pretium persolvere verum
quis in versamur, quis vivimus rebus, potesse,
virtus est homini scire id quod quaeque habeat res,
virtus scire homini rectum, utile quid sit, honestum,
quae bona, quae mala item quid inutile, turpe, inhonestum,
virtus quaerendae finem re scire modumque,
virtus divitiis pretium persolvere posse,
virtus id dare quod re ipsa debetur honori,

hostem esse atque inimicum hominum morumque malorum
contra defensorem hominum morumque bonorum,
hos magni facere, his bene velle, his vivere amicum,
commoda praeterea patriai prima putare,
deinde parentum, tertia iam postremaque nostra.”
(vv. 1342-1354 Krenkel)

Dalla lettura del testo si deduce che un posto centrale, nell’opera di Lucilio, doveva avere la morale: la virtus, inoltre, si presenta come il supremo connubio tra due qualità: teoresi (capacità di distinguere il bene dal male, il giusto, l’onesto, ecc.) e prassi (impegno politico attivo). Ma, cosa ancora più notevole, la virtus è una delle colonne portanti del mos maiorum romano: Lucilio si pone quindi come restauratore degli antichi valori della società, che stavano venendo accantonati; in quanto patrimonio dell’antico costume degli antenati, la virtus è vista dal poeta principalmente in un contesto aristocratico, in particolare negli Scipioni, con i quali aveva uno stretto rapporto. Tuttavia, a differenza dei precedenti, non ha un pregiudizio di esclusione degli uomini di ceto più basso da tale valore. Ma come si potrebbe riassumere il concetto così ampio di virtus? Lucilio ce lo suggerisce nell’ultima parte del frammento, dicendo che: “bisogna mettere al primo posto il bene della patria, poi quello dei genitori, al terzo e ultimo il nostro”. Il concetto di eroismo di tutti i tempi, antichi e moderni, ovvero di anteporre il bene altrui a quello proprio. Andando nello specifico del brano, si identificano anche altre virtù connesse al tema centrale: il saper dare la giusta importanza alle cose, lo stare vicino a uomini e cose buone, e lontano da quelle cattive.
Dal punto di vista stilistico, l’autore si serve del numero giusto di artifici retorici, per enfatizzare laddove ce ne sia bisogno ma allo stesso tempo far rimanere il testo comunque semplice e di facile comprensione. Il termine virtus è portato alla massima importanza grazie all’anafora; le varie antitesi (quae bona, quae mala; honestum, inhonestum; morumque malorum, morumque honorum) evidenziano quasi un conflitto continuo, tra lo schema di comportamento retto da seguire e le tentazioni contrarie che insorgono. In ultimo, si notino le ripetizioni del termine homo – messo tra l’altro in poliptoto – e del verbo scio, che significano rispettivamente “uomo” e “so”. Ciò crea un legame tra l’uomo e il sapere, e quindi è quasi una conferma di tutto il discorso che la conoscenza dei valori elencati è fondamentale perché l’uomo viva correttamente nel rispetto del mos maiorum.

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