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Amare e voler bene

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
Qui potis est? inquis, quod amantem inuria talis
Cogit amare magis, sed bene velle minus.

Nonostante le ripetute promesse di fedeltà, lesbica ha tradito il patto d’amore, ma l’accaduto ha accesso nel cuore del poeta un contrasto emotivo davvero paradossale. Tanto più cresce infatti il disprezzo per Lesbica, tanto più nel poeta si accende il desiderio fisico, anche se l’affetto e la stima che prima provava per la donna sono ormai compromessi. Catullo deve dunque accettare, con dolore e sbigottimenti, che l’eccezionalità del duo amore, rappresentato in altri carmi come un vincolo amoroso nel auqle l’attrazione erotica si integrava con un affetto profondo, si è ridotta a una comune passione, lontana dalla sua idea dell’amore, ma probabilmente più vicina a quelle che erano le aspettative di Lesbia.
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