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Il male di vivere ‘’Taedium vitae’’


Seneca è uno dei più precisi, puntuali e, diremmo quasi, clinici analizzatori del male di vivere, quella condizione esistenziale che colpisce l’uomo nel momento in cui egli, perdendo i contatti con se stesso ed essendo fondamentalmente insoddisfatto di sé, pur avendo consapevolezza della propria condizione, cerca di fuggire da sé e non ha il coraggio di affrontare la realtà . L’uomo del 1 sec. d.c., quindi, per via dall’alto tenore di vita raggiunto e della mancanza di alternative che la vita militare, politica, affaristica gli ponevano, viene a trovarsi in una condizione di incostanza e di instabilità psicologica che lo conduce ben presto alla nevrosi, che è la forma più evidente ed eclatante di insoddisfazione. Vengono a meno i valori in cui prima credeva, l’uomo ora si trova per così dire, alla deriva, in balia di un mondo in cui non si ritrova, ma nel quale si tuffa sperando di colmare il vuoto che è dentro di sé. Seneca conosce molto bene il fenomeno, anticipando quello che sarà analizzato e messo in luce da Shopenhauer, Kierkegaard, Leopardi nell’800 e l’esistenzialismo di Heidegger o di Sartre nell’900. Fa una ricca disamina del problema, passando in rassegna un’ampia casistica di manifestazioni del male: si tratta di veri e propri casi clinici, come quelli che tratterà Freud alla fine del 19 sec. Seneca dice che occorre avere fiducia in sé, senza lasciarsi fuorviare dagli errori altrui e mirando a quella condizione divina che Seneca chiama tranquillitas e che consiste nel non lasciarsi turbare dagli accadimenti esterni.
Risponde con un’esortazione alla fiducia in se stesso e alla ricerca di quella tranquillitas che nella pacatezza e linearità con cui Seneca la rappresenta appare come un obiettivo raggiungibile. Occorre avere fiducia in se stessi e ricercare la tranquillitas, obiettivo raggiungibile, utile per porre rimedio al taedium vitae (insoddisfazione), e non lasciarsi turbare da ciò che ci accade intorno.
L’insoddisfazione derivata dall’aver raggiunto obiettivi può manifestarsi in vari modi:
- volubilità: voler sempre qualcosa di più, atteggiamento attivo di chi non sa che cosa vuole
- passività: fermarsi dopo averlo attenuto e non lasciarsi vivere.
Prima di Seneca: Lucrezio e Orazio hanno affrontato questo argomento. Seneca aveva fatto rifermenti ad un passo di Lucrezio dal ‘’De rerum natura’’ dove la natura si rivolge all’uomo che non contento di quello che la vita gli ha dato e preso dalla noia vorrebbe raggiungere nuove esperienze. In questo passo la natura dice che non potrebbe trovare nulla di nuovo per l’uomo perché ogni cosa si ripeterebbe sempre identica a se stessa. In Orazio non c’è l'atteggiamento sdegnato e polemico di Lucrezio, ma di comprensione con la consapevolezza che sia una stadio della vita, riflessione che fa nella fase finale della sua vita.
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