Il De Brevitate Vitae

Il De brevitate vitae è il decimo libro dei Dialoghi di Seneca, scritto quando rientrò dall’esilio in Corsica nel 49 e prima di divenire tutore del futuro imperatore Nerone, incarico ricevuto da Agrippina. Seneca ebbe un periodo d’isolamento in cui l’amarezza dell’esilio e il disgusto delle ritrovate pratiche sociali acuirono il suo atteggiamento critico nei confronti di Roma. Indirizzato al padre della moglie, il cavaliere Pompeo Paolino, che aveva l’importante incarico di prefetto dell’annona, cioè d’allestire la raccolta e la distribuzione di grano per l’intera città di Roma, Seneca arriva a dare all’amico il consiglio epicureo di lasciare la vita pubblica e fare vita ritirata (dunque di dedicarsi all'otium), perché occupazioni d’ogni tipo, politiche, sociali, non sono che spreco di tempo e dissipazione di sé. Tutto è messo in discussione della società romana in questo dialogo: i negotia (cariche pubbliche), gli officia (obblighi sociali) e gli oblectamenta (passatempi e divertimenti). Il risentimento di Seneca, reduce da otto anni d’esilio, dà a questa critica un tono fortemente sarcastico e satirico dei quadri e dei tipi di Roma.

Mali esempi di negotia
Nella galleria degli occupati (ossia coloro che sprecano il loro tempo in faccende inutili) rientrano subito tre figure politiche, che esprimono tedio per l’impegno pubblico e desiderio di vita ritirata, di otium.
• Ecco quindi Augusto, apparentemente esempio massimo di uomo felice, colui che consegue tutto ciò che i negotia potevano dare; pure la pesantezza della vita pubblica fatta di guerre, intrighi e scandali di corte gli fanno spesso uscire di bocca espressioni d’insofferenza del potere esercitato e di desiderio di un ritiro. Colui che poteva soddisfare i desideri di tutti, per sé non desiderava che l’otium.
• Ecco Cicerone che, cercando di trattenere la repubblica pericolante dal crollo, rovinato con essa, detesta il suo consolato. E confessa in una lettera ad Attico di essere mezzo libero, indeciso che fare nel presente, piangente il passato e disperato del futuro. Afferma Seneca, che mai un sapiente, potrebbe dirsi mezzo libero, egli è sempre nel pieno possesso della libertà; anche se qui la libertà politica di cui scriveva Cicerone si tramuta in Seneca in pura libertà morale. E la libertà morale, l’indipendenza dagli avvenimenti esterni, l’autarchia, si consegue meglio nell’otium che in mezzo ai negotia.
• Ed ecco Livio Druso, esempio estremo invece di uomo infelice, bruciato fin dalla più tenera età dall’ambizione che gli brucia giovane la vita; morto forse per mano propria, come alcuni dubitano. Il peso d’una vita breve ma intensamente dedicata alla politica è espresso in questa frase di Seneca: « Solo lui fin da bambino non ha mai avuto un giorno di riposo »

Mali esempi di officia
Sparsi per tutto il dialogo sono gli esempi di officia che formavano la rete delle relazioni sociali di Roma. Queste forme di rapporti gerarchici s’andavano sempre più modellandosi sul rapporto imperatore/suddito, padrone/schiavo. Volersi estraniare da rapporti così opprimenti era una via di fuga filosofica. E se il subordinato stava al capriccio del superiore, i doveri del superiore soffocavano la sua vita. Seneca elenca una serie di figure di occupati ambiziosi troppo indaffarati nelle altrui necessità per aver tempo di volgersi a se stessi. Costoro invece di vivere la loro vita, “attrezzano” la vita in vista d’uno scopo; e quando non muoiono prima d’averla preparata, ormai vecchi si rendono conto d’aver vissuto inutilmente.

Convicium saeculi
Ma il convicium saeculi (la critica di costume,, la satira dei modi e le mode caratterizzanti un tempo e una società) tocca il culmine nella critica sull’uso del tempo libero che si era solito fare nella società romana. Dunque anche il tempo libero gli occupati cercano di occupare, consumandolo in passatempi e passioni alla moda che segnano i tratti sociali dell’Urbe, città così esplosa demograficamente da assumere caratteristiche di costume che oggi diremmo “di massa”.
Questo tipo di occupati non sono solo coloro che bruciano l’otium nella lussuria e nel bere, ma anche i patiti della palla e dei latrunculi (gioco degli scacchi), i maniaci delle canzoni del momento, i fissati dell’abbronzatura o della capigliatura; Ma l’attacco più deciso è ai passatempi delle classi alte. Ecco il fanatico collezionista di vasi artistici, il grandioso allestitore di cene sfarzosissime, gl’insaziabili cultori di curiosità culturali da sfoggiare con vacua pedanteria.

Ed è proprio qui, nella descrizione di questi stili di vita eccezionali, che esce fuori spontaneamente, la miserabile condizione di vita dell’ultima classe dell’Urbe: gli schiavi. Infatti essi sostengono, i ruoli più turpi, stomachevoli e massacranti che i loro signori impongono.

Invito all’otium
(LA) « Soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt »
(IT) « Di tutti solo coloro che hanno tempo per la sapienza hanno tempo libero, solo essi vivono »

Seneca dunque esorta di ritirarsi dalle tempeste della vita pubblica e mettere a frutto cose più grandi. In questa vera quiete Paolino avrà tempo e potrà dedicarsi al miglioramento di se stesso e alla conoscenza delle grandi questioni, che è l’attività più degna d’un uomo, cioè diventare sapiente:
Il tempo dato, il sapiente può usarlo per intero e rendere lunga la vita. Che se il tempo è diviso in tre parti, ciò che fu, che è, che sarà, il sapiente userà nel ricordo sereno e nei rimorsi il tempo che fu, saprà usare anche, il tempo che è, e saprà anticipare nella premeditazione o nei desideri il tempo che sarà. Ma chi si dedica alla sapienza potrà aggiungere a tutto il suo tempo conquistato anche il tempo di tutti i grandi del pensiero.
La vita è dunque lunga se il tempo è bene speso; se invece è sciupato la vita è brevissima, e anche chi dura molto ha pochissimo vissuto.

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