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Seneca - Quanta inquietudine negli uomini

La saggezza non è per Seneca un patrimonio che si acquisisca una volta per sempre, è piuttosto una successione di scelte quotidiane, di tentativi, talora felici talora fallimentari: solo l'ultimo giorno permetterà di valutare se il labirinto dei giorni passati ci ha portato alla felicità, che è il fine della saggezza. Chi non riesce a raggiungere un equilibrio vive in una perenne condizione di inquietudine e di scontentezza di sè. E' il caso di Anneo Sereno, l'amico di Seneca che, avviatosi da poco sul cammino della saggezza, è alle prese con ostacoli e difficoltà non riuscendo a trovare uno stabile equilibrio interiore. In questo passo Seneca procede a una sorta di diagnosi del male che affligge l'amico e tanti altri uomini: ne deriva una descrizione psicologicamente assai acuta e di straordinaria attualità. Il tema trattato non è un nuovo, ma è già stato trattato da Lucrezio nel III libro del De rerum natura (Seneca lo cita in questo passo) e da Orazio nell'epistola a Bullazio (Epistulae 1) . Nuovi invece sono i rimedi che propone Seneca e anche diversi a seconda della fase della sua vita, dall'impegno, anche politico, a vantaggio dei propri simili, all'otium, cioè alla vita contemplativa, al richiamo all'interiorità e al possesso di se stessi.

Omnes in eadem causa sunt, et hi qui levitate vexantur ac taedio adsiduaque mutatione propositi, quibus semper magis placet quod reliquerunt, et illi, qui marcent et oscitantur. Adice eos, qui non aliter quam quibus difficilis somnus est versant se et hoc atque illo modo componunt, donec quietem lassitudine inveniant. Statum vitae suae reformando subinde in eo novissime manent, in quo illos non mutandi odium sed senectus ad novandum pigra deprendit. (...)

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