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Epistulae ad Lucilium




Si muove sempre all’interno dell’orizzonte della coscienza individuale, introducendo tuttavia un genere completamente nuovo, improntato non più sulla comune pratica epistolare ma su quella più squisitamente epicurea. In particolar modo, in quest’opera, si rivolge a Lucilio che immagina essere un discepolo che vuole arrivare agli studi filosofici diventando quindi destinatario del colloquium (topos comune nella filosofia) e discepolo grazie alla corrispondenza epistolare, di argomento vario (è proprio la caratteristica mancanza di sistematicità della filosofia senecana, incline alla trattazione di singoli temi, che rende l’epistola il genere perfetto per la sua trattazione) ma vicino alla realtà vissuta (parte infatti da questioni quotidiane per introdurre le tematiche filosofiche di carattere generale, così da facilitarne l’apprendimento e appassionarlo, così che approfondisca poi per conto suo), così da prestarsi perfettamente alla pratica quotidiana della filosofia, con il filosofo, non più maestro severo ma maestro anch’egli alla ricerca della saggezza (così come si era giá proposto Orazio) che tuttavia, al contempo stesso, funge da esempio, semplificando quindi l’insegnamento dottrinale (che infatti spesso sono concluse con frasi proverbiali, le sententia) e che esorta al bene.


Proprio qui sta l’originalità dell’opera, che si uniforma al modello epicureo, ossia colui che nelle lettere agli amici aveva saputo istituire un rapporto di formazione e educazione, facendone strumento per le conquiste spirituali sull’itinerario verso la sapienza. Tale insegnamento avviene per gradi (la filosofia è quasi fornita in "pillole"), secondo un cammino che idealmente porta alla perfezione interiore. All’amico vengono proposti argomenti dapprima di facile apprendimento, permettendogli di acquisire i principi basilari, aumentare le sue capacità analitiche e il suo patrimonio dottrinale, passando poi a tematiche via via più complesse, che assumono invece la forma del trattato (probabilmente non fanno parte dell'epistolario). L’ideale proposto è quindi quello di una vita di raccoglimento e meditazione in cui, grazie alla riflessione sulle debolezze e i vizi propri e altrui, si può giungere alla saggezza e di un otium che acquisisce un valore supremo in quanto lontananza dalle passioni e dai turbamenti terreni e alacre ricerca del bene. Il fine ultimo è quindi la libertà interiore che il saggio ricerca, che deve quindi essere accompagnata anche da una serena accettazione della morte, che viene al contrario vista come simbolo della propria indipendenza dal mondo. Anche in quest’opera centrale è il tema del tempo, sul quale compaiono numerosissime riflessioni [*] È inoltre caratterizzata da forma diatribica (già usata da Orazio nelle sue satire la diatriba appartiene al genere greco serio-scherzoso nato da Bione di Boristene nell’ambito della filosofia cinica. Si trattava di un discorso di divulgazione filosofico o morale con uno stile semplice e volta a catturare l’attenzione dell’ascoltatore e si caratterizza dalla forte vena polemica nei confronti della società contemporanea, espressa tramite battute, attacchi, citazioni e parodie).
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