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Orazio
Orazio è un altro grande poeta dell'età augustea, pari a Virgilio per profondità di pensiero, per la bellezza delle sue considerazioni e perché ci aiuta meglio a comprendere l'uomo a tutto tondo, lasciandoci messaggi e valori che ancora oggi sono importanti.

Quinto Orazio Flacco nacque a Venosa nel 65 a.C. Era figlio di un liberto: quindi, mentre Virgilio apparteneva all'alta borghesia del nord, Orazio proveniva da una famiglia di schiavi. Tuttavia, suo padre era riuscito a divenire ricco, e amava così tanto il figlio da accontentare ogni suo desiderio, compreso mandarlo a scuola, a Roma e ad Atene. Dalla tranquillità degli studi lo distolse la guerra civile che oppose i cesaricidi, Bruto e Cassio, ad Antonio e Ottaviano:

Orazio si arruolò nell'esercito di Bruto, lasciandosi prendere dalla smania rivoluzionaria, e partecipò alla battaglia di Filippi con il grado di tribuno militare. Quando tornò in Italia, i territori gli erano stati confiscati, quindi la vita che era abituato a condurre, si concluse, e fu costretto a fare il segretario a Roma, dove ebbe modo di conoscere i più facoltosi poeti dell'epoca.

La sua fortuna più grande fu quella di aver conosciuto Mecenate nel 38 a.C., che aveva il compito di diffondere la cultura e spronare i poeti del circolo a farlo. Orazio fu il più amato da Mecenate, perché tra i due nacque una sincera amicizia che durò tutta la vita, tanto che espressero il desiderio di essere sepolti insieme. Prima del 30 a.C. Mecenate gli fece il graditissimo dono di una villa e di un podere in Sabina, dove il poeta amava soggiornare lontano dai disagi della vita cittadina. Come Virgilio, anche Orazio diede il suo contributo alla propaganda augustea componendo carmi celebrativi politicamente impegnati, tra cui spiccano le odi romane. Nel 17 a.C., in occasione dei ludi saeculares, fu incaricato da Augusto per la composizione di un inno ai protettori di Roma, ossia il Carmen saeculare, che venne recitato sul Palatino e sul Campidoglio.

Tra il 41 e il 30 a.C. compose i due libri delle Satire e gli Epodi. Nel 23 a.C. pubblicò i tre libri di Odi. Nel frattempo si era dedicato alla composizione delle Epistole. Negli ultimi anni della sua vita la produzione di Orazio andò diminuendo fino a cessare del tutto. Morì alla fine di novembre dell'8 a.C., a due mesi di distanza da Mecenate, e infatti i due furono sepolti insieme.

Le Satire
Il fatto che il genere satirico non avesse un diretto corrispondente nella letteratura greca indusse Orazio ad una riflessione critica e ad un'elaborazione concettuale che gli permisero di precisare e illustrare i caratteri contenutistici e formali di questo genere. A tal scopo il poeta dedicò tre componimenti: le satire 4 e 10 del libro I e la prima del libro II.

Orazio presenta Lucilio come l'iniziatore del genere nella letteratura latina, ma cerca di nobilitare la satira ricollegandola alla commedia greca e precisamente alla fase più antica di essa, di cui cita i tre più celebri rappresentanti: Aristofane, Eupoli e Cratino. Orazio rileva l'importanza della differenza formale tra i due generi, costituita dall'impiego di due metri diversi (da Lucilio eredita infatti l'uso dell'esametro), ma punta su un aspetto comune alla commedia antica e alla satira luciliana: la consuetudine di attaccare personalmente gli avversari. Lucilio viene presentato dunque come un moralista intransigente, sempre pronto a colpire con l'arma del riso i viziosi suoi contemporanei.

Un altro tratto distintivo della satira, che si fonde con il moralismo ed è presente anche nella commedia, è indicato da Orazio nello “spirito faceto”, ossia la capacità di affrontare temi moralmente impegnativi in modo arguto e divertente. La mescolanza di argomenti e di toni gravi e scherzosi erano tipiche di un'altra forma letteraria, la diatriba, discorso di propaganda che i filosofi cinici e stoici tenevano nelle piazze per convertire gli uditori alle loro idee, da cui le satire oraziane sono influenzate.

Alla componente moralistica è collegato un aspetto proprio della poesia satirica ed estraneo alla commedia: l'impostazione soggettiva, che consente all'autore di esprimere in prima persona le proprie opinioni. Anche per tale carattere autobiografico il precedente è individuato in Lucilio.

Per quanto riguarda i rapporti con altri generi letterari, Orazio, a differenza di Lucilio (che aveva criticato la tragedia e l'epos), riconosce espressamente la superiorità dei generi sublimi, e addirittura ritiene di non poter aspirare neanche al titolo di poeta.

Egli afferma di scrivere sermoni propiora: l'accostamento della satira al sermo rinvia ancora una volta alla commedia, ma è anche coerente con le posizioni di Lucilio, che aveva chiamato i suoi componenti sermones. La satira rinuncia infatti ai modi della letteratura sublime e sceglie un livello linguistico e stilistico adeguato ai temi trattati, vicino alla lingua parlata.

Sotto l'aspetto formale, Orazio non manca di prendere le distanze da Lucilio: applicando il principio del
labor limae afferma che Lucilio era poco scorrevole e prolisso. A questo vivo interesse per la forma si collega anche il rapporto con il pubblico. Orazio afferma che la sua produzione è riservata a pochi intimi e riprende l'idea di una poesia rivolta ad un pubblico ristretto, indicando esplicitamente i suoi destinatari in Mecenate, Messalla Corvino, Asinio Pollione, Vario e altri scrittori. Si affaccia qui la concezione di un'arte aristocratica, destinata ad una cerchia di intenditori.

Dimostrando, dunque, un alto grado di consapevolezza critica, Orazio riflette sull'opera luciliana e procede a una vera e propria fondazione teorica del genere stesso, mettendolo in rapporto con una forma letteraria greca (commedia) e fissandone i tratti caratterizzanti in un aggressivo moralismo, nella mescolanza di serio e faceto, nell'impostazione soggettiva. Formalmente mantiene il riferimento luciliano al sermo, confermando per la satira il livello stilistico non elevato della conversazione ordinaria, ma esprimendo allo stesso tempo una maggiore sensibilità e cultura rispetto al predecessore.

L'impostazione soggettiva non si traduce in Orazio in semplice autobiografia, ma si presenta piuttosto come disponibilità a rivelare aspetti significativi dell'io interiore per sviluppare da essi considerazioni più ampie. L'attacco morale non è rilevante, sono i vizi ad essere criticati e non le persone, che forniscono solo un esempio concreto. Quanto allo spirito, esso è apprezzato da Orazio come momento insostituibile sia della vena moraleggiante sia di quella soggettiva, e tende talvolta ad affermarsi in modo autonomo in alcuni componimenti che si propongono di offrire una rappresentazione arguta e divertente della realtà.

La varietà di contenuti delle satire oraziane è espressa in satire “narrative” e “discorsive”. La prima prende le mosse da un fatto a o un aneddoto, che viene raccontando in maniera brillante per intrattenere il lettore; la seconda svolge una serie di argomentazioni e riflessioni. Essa presenta notevoli affinità con la diatriba: la mescolanza di facezie e argomenti seri, l'impiego frequente di aneddoti, favole etc.
Sia le satire narrative sia quelle discorsive possono avere andamento monologico o dialogico; il dialogo a sua volta può essere riferito o rappresentato direttamente, con scambio di battute tra il poeta e il personaggio o tra due personaggi.

Le satire oraziane, in particolare quelle discorsive, presuppongo un sostrato di concetti morali come costante termine di riferimento. Il poeta stesso afferma la sua adesione all'epicureismo e non è difficile cogliere tracce di questa filosofia nelle sue opere. Tuttavia, le idee ispiratrici delle Satire non sono esclusivamente epicuree, ma concetti generali e diffusi. Si tratta di principi noti agli antichi come "metriòtes" e "autàrkeia".

La "metriòtes" (senso della misura), a cui avevano dedicato particolare impegno gli aristotelici, sanciva che la virtù consiste nel giusto mezzo, nell'equilibrio tra sistemi opposti. Essa è posta da Orazio a fondamento delle prime due satire del I libro e si esprime nel detto est modus in rebus (ci dev'essere una misura per ogni cosa).

L'"autàrkeia" (autosufficienza) consiste nella limitazione dei desideri per evitare i condizionamenti esterni, che impediscono di raggiungere la libertà interiore. Questa concezione si traduce, nelle Satire, nell'invito ad accontentarsi del proprio stato e a cercare di soddisfare le esigenze naturali.
Entrambi i principi sono dunque capisaldi della satira oraziana: la sua è una riflessione orientata verso la serenità e l'armonia, che sono essenziali per la felicità.

Queste convinzioni sono espresse dai suoi personaggi, attraverso i quali l'autore riflette aspetti della sua personalità: non si presenta come un saggio e un maestro, ma come un uomo che cerca la verità in quanto mosso da un'esigenza di miglioramento spirituale. A questa saggezza si aggiungono elementi autobiografici, riconducibili a tre momenti: la fanciullezza e l'adolescenza, dominate dal rapporto col padre; i rapporti con Mecenate, basati sull'amicizia e sul rispetto; la serenità della vita quotidiana.

Il II libro, però, pur mostrando la persistenza di temi e idee presenti nel I, rivela la crisi della figura del poeta, che in molti momenti si rifugia sullo sfondo, divenendo ascoltatore di opinioni altrui.
Nel II libro, Orazio accentua la sua autoironia, rifiutando la parte del protagonista. Inoltre, talvolta egli insiste spiritosamente sui propri difetti, prendendo in giro l'atteggiamento da persona esperta, che tutto ha visto e compreso: per esempio, agli occhi del servo Davo, egli non è affatto quel signore tollerante e moraleggiante che vorrebbe far credere, ma un individuo incline al vizio e di certo più umano.

Riguardo la forma, la decisione di ancorare la satira al sermo si traduce nella scelta di un livello linguistico e stilistico non elevato. Il lessico fa uso di forme di lingue familiari (plorare, pulcher, equus, calidus, caldus...) o il ricorso a espressioni colloquiali. Sono invece evitati i grecismi e le grossolanità del sermo vulgaris. Viene così creato uno stile medio, ispirato ad una conversazione fine ed elegante. L'apparente semplicità è in realtà frutto di arte consumata, ispirata al principio della brevitas, basata sull'eliminazione del superbo e alla concentrazione dei mezzi espressivi. Tra questi assumono importanza la disposizione delle parole nella frase, e un procedimento chiamato “callida iunctura”, cioè un originale accostamento di termini.

Gli Epodi
L'esperienza giambica di Orazio è parallela alla produzione satirica (30 a.C.). Gli Epodi (17 componimenti) costituiscono una tendenza autonoma della poesia oraziana.
In questo caso egli non ha bisogno di delineare una sua poetica, come nel caso della satira, perché può riallacciarsi a forme già presenti nella letteratura greca. Nell'epodo VI Orazio allude infatti ad Archiloco e Ipponatte come ai propri modelli, e ancora più chiaramente in un'epistola dichiarerà con orgoglio di essere stato il primo a introdurre nel Lazio i giambi archilochei. Aspetto essenziale di questa autonoma ripresa è il metro. Orazio adotta infatti non solo svariati metri giambici, ma impiega per primo l'epodo, un sistema metrico in cui ad un primo verso più lungo se ne aggiunge uno più breve. Proprio per questo la raccolta viene chiamata dai grammatici antichi con il titolo di “Epodi”, anche se Orazio l'aveva nominata “Iambi”.

Archiloco era considerato dalla tradizione il maggiore esponente di un'arta ferocemente aggressiva, anche se dai suoi frammenti ricaviamo una grande varietà di contenuti. Proprio la varietà è l'aspetto più appariscente dell'opera oraziana: gli Epodi ci offrono un panorama multiforme, che va dalle invettive all'espressionismo (accentuare alcuni elementi della realtà per aumentare l'impatto emotivo), dal fervore dei carmi politici alla pacatezza di quelli gnomici (cioè sentenziosi) e alla grazia di quelli erotici: una varietà ancora più ampia di quella delle Satire.
Nel complesso panorama della raccolta si possono distinguere alcuni filoni.

Il filone dell'invettiva si esprime negli epodi 4, 6 e 10. Tra questi solo il decimo è rivolto contro una precisa persona, Mevio, a cui viene augurato di morire in un naufragio. Una variante scherzosa dell'invettiva si trova nel modulo 3: una maledizione contro l'aglio, propinato al poeta da Mecenate. Ai modi dell'invettiva si possono ricondurre anche gli epodi 8 e 12, rivolti contro una vecchia libidinosa che concupisce il poeta e sollecita da lui prestazioni sessuali. In questo caso l'impeto della donna trova sbocco nella descrizione della decadenza fisica della donna, con un'esasperata attenzione per il brutto e il deforme: si rivela una tendenza espressionistica che è tra gli aspetti più rilevanti della produzione giambica oraziana.

Un atteggiamento affine a questo caratterizza il filone dei componimenti (5 e 17) dedicati alla magia: il tema viene trattato con realismo, orientato verso l'eccessivo e il repellente.
Ben distinguibile all'interno della raccolta è un filone di poesia civile: anche lì Orazio segue il modello archilocheo. Gli epodi 7 e 16 si riferiscono alla medesima situazione e trattano temi simili: la confusione e lo scompiglio successivi alla battaglia di Filippi. Nel settimo l'autore rimprovera aspramente i concittadini che combattano tra loro e individua la causa delle guerre civili nell'antico fratricidio commesso da Romolo. Nell'epodo 16, considerando la rovina della patria, invita i romani a seguirlo in un'utopistica fuga verso le isole dei beati. In entrambi questi componimenti Orazio assume il ruolo del vates, poeta ispirato dalla divinità, amplificando così la sua angoscia per la situazione politica. Gli epodi 1 e 9 riportano alla battaglia di Azio: nel primo, che funge da dedica per Mecenate, Orazio assicura lealtà ad Ottaviano, mentre nel nono schernisce gli avversari.

Ben rappresentato è anche il filone erotico. Su modello del poeta Anacreonte, l'epodo 14 svolge il motivo dell'amore che domina il poeta impedendogli di comporre versi. Lo stesso motivo apre l'epodo 11, che sviluppa altri spunti della poesia erotica, come l'avidità della donna. Nell'epodo 15 il poeta si rivolge invece a una donna infedele con tono risentito; in questi carmi domina un pathos leggero, a differenza dell'aggressività espressa negli epodi contro la vecchia libidinosa.

Da questa rassegna sono rimasti esclusi due componimenti (2 e 13): l'epodo 2 si fonda sul procedimento dell'aprosdòketon: esso ci offre un elogio sulla vita dei campi, ma gli ultimi versi ci fanno sapere, sarcasticamente, che a pronunciarlo è un usuraio incapace di rinunciare ai suoi impegni cittadini.
L'epodo 13 presenta invece motivi gnomici e simposiaci: il poeta, durante una tempesta, invita gli amici a bare per alleggerire gli affanni, e porta l'esempio di Chirone che insegnava ad Achille a sopportare la sorte gloriosa ma triste.

La lingua e lo stile rivelano una base comune: il lessico è semplice, ma neppure basso, e oscilla tra il livello del parlato e momenti di maggiore elevatezza. Tra i procedimenti stilistici c'è la tecnica della callida iunctura.

LE ODI
Un momento fondamentale dell'esperienza di Orazio è costituito dalla sua produzione lirica: essa comprende tre libri di Odi scritti dal 30 e pubblicati nel 23 a.C. I primi tre furono pubblicati insieme, mentre il quarto fu pubblicato qualche tempo dopo, e proprio in questo si trova un inno che gli commissionò Augusto per celebrare la nascita di Roma.
Occorre innanzitutto premettere che le Odi non si possono considerare poesia lirica in senso moderno. Esse non sono infatti libera effusione di soggettività, ma si pongono all'interno di una tradizione letteraria di ascendenza greca e ne accettano le norme e convenzioni.

Nel componimento che apre la poesia, Orazio, rivolgendosi a Mecenate, afferma che la sua scelta di vita consiste nell'essere un lyricus vates e si pone sotto l'auspicio della musa Polimnia. Così egli manifesta la sua intenzione di dedicarsi alla poesia lirica e di prendere come esempio la tradizione letteraria dell'isola di Lesbo, riferendosi in particolare al poeta Alceo. Oltre ad Alceo, anche il celebre poeta Pindaro esercita una notevole influenza sulle Odi. A lui tuttavia Orazio guarda come un ideale irraggiungibile, e infatti dopo aver dichiarato che chi vuole imitare i voli della poesia pindarica è destinato a cadere come Icaro, sottolinea che, rispetto ai grandi modelli greci, egli non si accosta all'eccellenza, ma lavora come un'ape che raccoglie il miele. Dunque Orazio, riconoscendo i propri limiti, si dedica, con l'operosità delle api della sua regione natale (il Matino) a un'arte sottile, accuratamente elaborata; questo tipo di poesia rinvia al principio del labor limae, opera di rifinitura che era stata creata dai neoteroi. Tra le due alternative Orazio sceglie chiaramente la seconda, dimostrando di considerare la sublimità di Pindaro soltanto come un'aspirazione.

Nelle Odi, un mutamento rispetto alle Satire si può riscontrare nell'atteggiamento che l'autore assume verso la poesia elevata: egli non contesta la superiorità dell'epos, ma rivendica per la lirica un posto adeguato per il suo già affermato valore. Dalla strategia dell'autosvalutazione passa così alla solenne dichiarazione della grandezza e dell'eternità della sua opera, proclamando orgogliosamente di aver eretto un monumento più durevole del bronzo. Parallelamente non rifiuta più il titolo di poeta.

La coscienza del proprio valore poetico si manifesta nelle Odi anche nella scelta di definire se stesso più volte come vates, vocabolo che presuppone un'investitura divina, e il poeta dichiara infatti di essere protetto dagli dei. Tale rapporto privilegiato con il divino si manifesta in episodi della vita quotidiana, come l'innocuo incontro con un lupo. La poetica delle Odi risulta dunque una sovrapposizione tra il concetto della poesia come frutto di una tecnica perfetta e del poeta come supremo artigiano; dall'altra, l'idea della poesia come prodotto geniale di ispirazione e del poeta come vate. Proprio le oscillazioni tra due diversi ideali rendono possibile questa complessa gamma di registri e tonalità che rende così affascinante la lirica oraziana.

I modelli principali delle Odi sono i poeti di Lesbo: Alceo e Saffo, il punto di riferimento più importante anche per la metrica; è significativo, infatti, che persino i carmi di tono più alto e pindareggiante siano scritti non nei metri pindarici, ma in strofe alcaiche o saffiche, come l'ode saffica, l'asclepiadeo maggiore, minore etc. Inoltre è notevole l'influsso sulle Odi oraziane di testi ellenistici. Essi erano parte integrante della cultura e del gusto di Orazio e dei suoi contemporanei, che si erano infatti formati sull'equilibrio e l'armonia classici. Mantenendo una caratteristica fondamentale del genere lirico della letteratura greca, Orazio conferisce quasi sempre ai suoi componimenti un'impostazione “allocutiva”. Raramente, infatti, i suoi carmi si presentano come monologhi interiori, ma sono di solito rivolti a un destinatario, che può essere un personaggio reale o una figura fittizia che favorisce e orienta lo svolgimento del discorso poetico.

Questo impianto discorsivo è collegato a una situazione particolare che inserisce il carme in determinati schemi tradizionali: ad esempio, la celebrazione della divinità assume la forma dell'inno, la situazione del banchetto comporta i moduli del componimento simposiaco, l'imminenza del viaggio di un amico indirizza verso lo schema del "propemptikòn", il compianto per la morte di una persona cara riconduce al modello dell'epicedio e così via. Ciò però non significa che le Odi siano una sorta di montaggio di materiali precedentemente elaborati da altri poeti, ma indica invece la volontà di aderire ad una determinata maniera poetica, nel cui patrimonio l'autore spazia con grande libertà e sensibilità personale.

Orazio scrive per un pubblico dotto, che conosce i testi che lui imita e riprende: in quest'arte, il nuovo presuppone sempre come termine di paragone la tradizione. Adottando dunque la tecnica dell'arte allusiva, il poeta inserisce nei suoi carmi spunti tratti da Alceo, Pindaro, Anacreonte, Saffo e altri lirici, rielaborandoli. Spesso troviamo all'inizio di un componimento una citazione, che viene poi sviluppata liberamente. Così avviene nell'ode in cui Orazio celebra la vittoria di Ottaviano su Cleopatra: l'attacco iniziale ricorda un frammento di Alceo, ma la continuazione dell'ode rivela uno spirito diverso dallo scoppio di gioia feroce del poeta greco per la morte di un nemico: l'umanità di Orazio invece non esista a riconoscere la grandezza della regina sconfitta, di cui è rievocato il suicidio. Questo esempio illustra bene la tecnica di trarre da un'eco della poesia arcaica e greca legittimazione e impulso per uno svolgimento originale.

Argomenti delle Odi
Pur nella varietà, dovuto al gran numero di componimenti e alla complessità dei temi, nella raccolta di Odi possiamo distinguere alcuni filoni principali. Innanzitutto il filone religioso, che era parte integrante della tradizione del genere lirico che si adattava alla tipologia del poeta vates: oggetto di attenzione da parte della divinità, Orazio non può ostentare indifferenza verso la religione, ma deve trattare di essa nelle forme e nei modi consacrati dall'uso poetico. Di qui la presenza di preghiere e inni, che talvolta compaiono riferiti a oggetti insoluti, come nelle invocazioni alla fonte Bandusia o alla lira. Un caso particolare è costituito dal Carmen saeculare, in cui viene ripresa la funzione dell'inno: unico tra i carmi oraziani, esse ebbe una destinazione ufficiale, ossia la celebrazione di Roma e della sua gloria e l'esaltazione di Augusto.

Particolarmente importante è il tema dell'amore, in cui rientrano numerosi componimenti. A differenza della poesia elegiaca di Tibullo e Properzio, i carmi non tendono a collegarsi ad un'unica vicenda, ma si presentano come episodi autoconclusivi. Accattivanti e seducenti sono le figure femminili che incontriamo: il fascino di Pirra, la timida Cloe, la riconciliazione con Lidia, l'ultimo amore per Fillide, non sono che alcune delle donne di cui egli parla. Questa è quindi la prima differenza con Catullo, che per primo aveva parlato di amore in maniera esplicita: mentre egli è concentrato su Lesbia, lui fa riferimento a molte donne. Inoltre, se Catullo esaspera toni e sentimenti, Orazio non ha mai scatti d'ira, ma è sempre pacato e tende al distacco, riuscendo sempre a dominare le passioni. Ama le donne, gli amici e anche Augusto, ma non scende mai a compromessi né versa una lacrima. Egli riesce a vivere nel suo tempo, avere buoni rapporti con tutti e proporre un ideale di vita ispirato al senso della misura; quindi sa cogliere gli spunti migliori della poesia greca sia dal punto di vista tematico sia da quello formale, rielaborandola al tempo stesso.
Un altro tema importante è quello conviviale, incentrato sulla tradizione del simposio, identificato come cena romana. Le varie occasioni legate al banchetto costituiscono in questi carmi gli ingredienti topici, associati a spunti erotici e a elementi gnomici.

Appunto la vena gnomica costituisce il vero centro delle Odi. Pur nella notevole varietà di motivi, i carmi gnomici ruotano intorno all'incertezza del futuro e della brevità della vita. E' un'idea molto comune, ma ripresa con profonda sincerità dal poeta, che la propone ripetutamente. Lo svolgimento in positivo porta al riconoscimento di un'alternanza nelle vicende umane e all'invito a sostenere con sopportazione le inevitabili avversità. Lo sviluppo negativo conduce alla costatazione dell'ineluttabilità della morte e della necessità di usufruire del breve tempo della vita. È il motivo del carpe diem, il consiglio a cercare la felicità nel presente e non nel futuro. Inoltre egli afferma che siamo polvere ed ombra, esprimendo l'angoscia che lo investe in vita, proprio in funzione del prossimo e certo annullamento dell'esperienza terrena. A questo tema è collegato anche quello dell'immortalità: egli è convinto che la poesia abbia il dono di rendere immortale gli uomini; il poeta è colui che con la preziosità dei suoi versi rende eterni tutto ciò che tocca, e anche una semplice fonte di Bandusia viene ancora ricordata grazie ai suoi versi, diventando eterna, così come il coro di giovane fanciulla che camminano compiendo sacri uffici.
Così come nelle satire, nelle Odi sono presenti i principi dell'autàrkeia e della metriòtes.

Per quanto riguarda la poesia civile, il poeta prende spunto da Alceo ma la sua condizione è molto diversa. L lirico greco partecipava con passione alle vicende politica della sua patria, mentre Orazio è solo uno spettatore della vita politica di Roma. Il suo ruolo di vates, però, gli permetti di esortare i concittadini, autorizzato da un'investitura divina. Nasce così una lirica civile articolata in diversi momenti, che vanno dall'esecrazione delle lotte fratricide e dalla preoccupazione per la situazione dello Stato.

Naturalmente questo tipo di poesia era incoraggiato da Mecenate e Augusto, che in esso vedevano supporto per la loro azione politica; ma sarebbe stato ingiusto ritenerla propaganda in versi. La tematica
civile viene svolta all'inizio del III libro, ossia le “odi romane”, in cui condanna i vizi contemporanei ed esalta le virtù degli eroi antichi, intrecciandole con la glorificazione di Augusto. Essa si accentua nel libro IV, dove vengono celebrate le vittorie dell'imperatore e dei suoi generali, nonché la pace e la tranquillità che il principe ha saputo donare allo Stato.

Il quadro complessivo delle Odi rivela dunque un'estesa gamma di temi, che va dai contenuti lievi dei carmi armoniosi fino alla materia elevata e solenne dei componimenti politici. Parallelamente a tale molteplicità tematica è possibile individuare, sotto il profilo stilistico, una pluralità di registri che dalla finezza leggera della poesia erotica passa alla serietà sostenuta della produzione gnomica per poi giungere all'altezza, e a volte alla sublimità pindarica.
Il lessico si pone ad un livello superiore rispetto alle Satire, ma resta al di sotto dell'elevatezza dell'epos; è caratterizzato dall'apertura a vocaboli non proprio poetici e neologismi. La sintassi è semplice, con molte costruzioni greche o poco comuni. Limitata è la presenza di metafore, ma sono presenti molte antitesi e enjambements. Il vero fulcro dello stile oraziano è costituito dalla disposizione delle parole, che vengono incastonate con maestria in modo da valorizzarsi, come se egli pesasse ogni parola. Particolarmente effiaci sono le callidae iuncturae e ossimori. Dunque Orazio, rinunciando a tutto ciò che è superfluo ed eccessivo, crea una forma nitida di poesia e raggiunge una perfetta armonia.

Le Epistole
Nel 20 a.C., dieci anni dopo il I libro delle Satire, viene pubblicato il I libro delle Epistole, dopodiché il II e l'Ars poetica. Utilizzando l'esametro, Orazio voleva porsi sulla stessa linea della precedente produzione satirica, adottando però una forma innovativa: l'epistola in versi. Esso era già stato impiegato da Lucilio, ma originale era invece l'idea di comporre una silloge di lettere in versi.

Più di tale novità esteriore, contano però le conseguenze che questa scelta provoca sull'impostazione dei componimenti. Presupponendo infatti un rapporto diretto con un destinatario ben preciso, Orazio conferisce ai testi un orientamento più rigido e preciso di quello delle satire. Questa scelta comporta la preferenza per contenuti non generali, ma circostanziati e a volte molto specifici. Accanto a questo carattere di novità si affiancano due aspetti già presenti nelle Satire: da un lato, la vena moralistica, dall'altro la tematica letteraria.

Quanto alla forma, si accentua la tendenza allo stile medio e colloquiale e prevalgono umorismo e una sottile malinconia; egli infatti si sente invecchiato e non idoneo a comporre liriche e dedicarsi ai piaceri della vita.
La convenzione epistolare determina componimenti d'occasione, come lettere di convenienza con la richiesta di notizie a un amico, biglietti di raccomandazione, inviti a cena, istruzioni a un servo per la consegna ad Augusto dell'opera.
Molto frequenti sono le lettere che trattano temi morali, intrecciati con spunti soggettivi e personali. Così come nelle satire, la saggezza è presente come aspirazione di Orazio, che si propone il miglioramento interiore. Le Epistole del I libro si situano infatti in un momento in cui il poeta decide di cambiare vita: mentre il passato è stato il tempo dei divertimenti, il presente è il momento della presa di coscienza e della riflessione critica su se stesso, perché si vergogna non di aver giocato, ma di non aver cessato di giocare. Questa insoddisfazione per la propria condizione morale è il punto di partenza per la ricerca della sapientia, intesa come strumento da applicare ai concreti problemi. Non importa dunque la coerenza filosofica. L'autore non esita a ricorrere a precetti delle scuole differenti qualora gli sembrino efficaci per affrontare le difficoltà della vita, che paragona a un viaggio per mare, da cui stabilisce di lasciarsi portare liberamente.

Quest'affermazione corrisponde alla prassi delle Epistole. È chiaro però un epicureismo di fondo; ciò è attestato in primo luogo dalla scherzosa definizione che egli stesso dava di sé, ossia “maiale del gregge di Epicuro”, con riferimento all'interpretazione popolare della filosofia epicurea in senso edonistico; troviamo poi riprese in quest'opere teorie tipiche di quella dottrina, come il precetto del "làthe biòsas" (vivi nascosto). Altrove emergono invece spunti stoici, come nella descrizione del comportamento del vir bonus et sapiens. In ogni caso il centro di riflessione oraziana continua ad essere costituito dalla "metriòtes" e "autàrkeia". Ad essi si aggiunge il tema più tipico delle Odi, cioè l'idea dell'imminenza della morte e della necessità di godere di ogni momento dell'esistenza. Proprio questa coscienza della fugacità del tempo, combinandosi con l'idea di un passato non sufficientemente sfruttato, induce nel I libro delle Epistole una nota di inquietudine e d'impazienza.

Talora egli si atteggia da persona matura ed esperta, ben inserita in un ambiente moralmente aristocratico; talora
invece vorrebbe essere lontano da tutti. A volte appare equilibrato e sereno, presentandosi grasso e allegro, il vero prototipo dell'epicureo; altre volte riconosce di essere preda di un'invincibile scontentezza e di un'accidia morale, che paralizza il suo slancio verso il bene.

Tale mobilità psicologica è il sintomo di una tensione che investe l'intera morale delle Epistole. Nei rapporti sociale prevale infatti il criterio della "metriòtes", della giusta misura, che spinge l'autore a teorizzare l'opportunità di sfruttare le circostanze e di coltivare l'amicizia dei potenti. Nella sfera individuale predomina il principio dell'"autàrkeia" che, stimolato dall'urgenza di impiegare bene il tempo residuo, esaspera il bisogno dell'indipendenza necessaria per il perfezionamento interiore.

Queste tendenze divergenti producono momenti di attrito che si manifestano nell'insofferenza per la vita mondana, dove il poeta reagisce alle pretese di Mecenate che desidera la sua compagnia, rivendicando con tatto e fermezza la propria autonomia. Il libro I delle epistole ci presenta dunque un panorama vario e complesso in cui la riflessione morale viene applicata a una problematica spicciola e di cui oscillazioni e scacchi rappresentano i momenti inevitabili di un tormentato itinerario verso la saggezza.

Nel II libro, composto da due epistole, prevale il tema letterario già affrontato nell'epistola 19, in cui l'autore difende la sua opera sull'onda delle polemiche che avevano accompagnato la pubblicazione dei primi tre libri delle Odi. Nella prima lettera, rivolgendosi ad Augusto, Orazio tratta la questione della superiorità dei poeti antichi o dei moderni, proclamando l'eccellenza della poesia contemporanea e difendendola contro i fanatici del passato. A questo tema si intreccia quello della rinascita del teatro romano, cui Augusto teneva molto: Orazio su questo punto esprime le sue riserve, mostrandosi favorevole ai generi poetici finalizzati alla lettura.
La seconda epistola del libro II, a Giulio Florio, è incentrata sulla figura dell'autore, che si scusa con l'amico per la scarsa fecondità della sua vena poetica, adducendo la pigrizia, la vecchiaia, gli impegni sociali e il suo interesse per la filosofia.

Ars poetica
Una sorta di trattato in versi è l'Epistula ad Pisones, nota anche come Ars Poetica. Essa esercitò un enorme influsso nelle età successive, fornendo principi e le norme delle poetiche classicistiche dall'Umanesimo al Settecento. Rivolgendosi a Lucio Caplurnio Pisone ed ai suoi giovani figli, Orazio espone in maniera abbastanza sistematico precetti di poetica.

Seguendo una fonte di scuola peripatetica, egli tratta prima della poesia, distinguendo i contenuti e l'elaborazione formale, poi la figura del perfetto poeta. La centralità accordata alla tragedia deriva dalla tradizione aristotelica, per cui l'arte è mimesis, e quindi i generi teatrali sono la forma più importante di poesia: tale concezione si accordava con l'interesse che Augusto nutriva per il teatro e che Orazio sembra assecondare dal punto di vista teorico.

Con questo corpo di dottrine peripatetiche vengono fuse le esigenze di perfezione formale e di elaborazione dell'estetica callimachea, nonché alcuni precetti che trovano corrispondenza nello stile oraziano. Orazio enuncia inoltre in modo efficace due principi fondamentali: l'idea che la grande poesia è frutto dell'ingenium e dell'ars, e la preferenza accordata al poeta che sa "miscere utile dulci", dilettando e ammaestrando il lettore.

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