Prologo dell'Amphitruo

Il prologo dell'Amphitruo è opera dell'autore latino Tito Maccio Plauto.
Nel prologo dell'Amphitruo, Mercurio presenta al pubblico alcuni antefatti della vicenda. Infatti, Giove si trova nella casa di Anfitrione, del quale ha assunto le sembianze, consumando una lunghissima notte d'amore con Alcmena, moglie di Anfitrione. La donna, inoltre, è al contempo incinta del marito, che è in guerra, e di Giove che, in assenza di lui, l'ha visitata spesso.

Analisi del testo

Il passo tratto dall'opera di Plauto può essere diviso in quattro sequenze. Nella prima, comprendente i primi venticinque versi, con il titolo “Captatio benevolentiae nei confronti del pubblico”, Mercurio, inviato dal padre Giove, elogia lungamente gli spettatori dello spettacolo affinché assistano, mantenendo il silenzio, come arbitri giusti e imparziali. La seconda sequenza, dal ventiseiesimo al quarantanovesimo verso, con il titolo “Elogi nei confronti di Giove”, riporta le parole di Mercurio, che elogiano il padre e preparano gli spettatori alla comprensione dell'antefatto. La terza sequenza, dal cinquantesimo al novantaquattresimo verso, con il titolo “Una tragicommedia”, contiene una lunga riflessione sul genere letterario dell'opera, che si configura come tragicommedia, alla quale prenderà parte anche lo stesso Giove. Inoltre Plauto, per bocca di Mercurio, inserisce una nota polemica contro l'uso di spettatori prezzolati, assoldati per applaudire a comando e assicurare successo e notorietà a certi attori e autori. L'ultima sequenza, dal novantacinquesimo al centocinquantaduesimo verso, con il titolo “L'antefatto”, riporta la parte più prettamente informativa del prologo e gli antefatti utili a comprenderne la trama. Infatti, la moglie di Anfitrione, Alcmena, aveva una relazione segreta con Giove, essendo il marito partito per la guerra. La sequenza si conclude con l'accenno dell'arrivo dello schiavo di Anfitrione, ma anche con un accenno metateatrale a Giove e Mercurio, figure in bilico tra divinità e attori.
Nel prologo dell'Amphitruo sono numerosi gli elementi mirati a confondere il pubblico attraverso un gioco illusionistico ove tutto è doppio e ambiguo. E' come se Plauto si divertisse a confondere gli spettatori, denunciando la straordinaria ambivalenza del teatro stesso, ove fantasia e realtà, attori e personaggi, falso e vero si mescolano dando vita a un mondo diverso rispetto a quello consueto. Chi parla è il dio Mercurio, figlio di Giove e Maia, divinità protettrice dei commerci e in generale di tutti gli affari leciti e illeciti, il quale ha preso le sembianze di Sosia, lo schiavo di Anfitrione. Giove, il capo di tutte le divinità, si trova in compagnia di Alcmena ed ha le sembianze del marito di questa, Anfitrione. Entrambi gli dei, pur sotto mentite spoglie, sono impersonati da attori, perché si tratta di una finzione teatrale.
Interpretazione e approfondimenti

Nel prologo dell'opera di Plauto, Mercurio propone al pubblico numerose riflessioni metateatrali. Infatti, una delle peculiarità della vis comica plautina è la presenza del metateatro; i personaggi precipitano e interloquiscono con il pubblico.
Inoltre al verso cinquantanovesimo compare il neologismo tragicomedia (tragicommedia), a testimoniare come l'Amphitruo sia un'opera unica e speciale: è sì una commedia, per il tono leggero e scherzoso, lo stile assai vario e il lieto fine, ma i suoi personaggi, sia dei che uomini, si addicono anche alla solennità della tragedia. Plauto dimostra così di conoscere molto bene le rigide classificazioni dei generi letterali codificate dalla tradizione greca, ma di volere anche provare a sconvolgerle, portando all'estremo la sua naturale tendenza alla mescolanza e alla contaminazione.
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