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Un equivoco spassoso


Euclione ha appena scoperto di essere stato derubato della pentola con l’oro e si dispera correndo da una parte all’altra del palcoscenico. Di particolare effetto sono le parole che rivolge al pubblico, rompendo l’illusionismo scenico; gli spettatori vengono così chiamati in causa come se fossero personaggi della commedia. Sopraggiunge quindi il giovane Licònide che, ritenendo che il vecchio si disperi perché è venuto a conoscenza di quanto è accaduto a sua figlia Fedra, decide di scoprirsi rivelandogli di essere lui il seduttore che, ubriaco, ha violentato la fanciulla durante una festa; ora però è pentito e chiede di sposarla. Dal dialogo fra i due personaggi si genera un equivoco molto divertente dovuto al fatto che, mentre Licònide parla della seduzione della ragazza, Euclione risponde con frasi incomprensibili al giovane perché crede che si stia parlando del furto della pentola. Notevole è l’abilità plautina nell’utilizzare un lessico volutamente ambiguo per permettere il qui pro quo.

Scena nona
Euclione, poi Liconide

EU: Sono perduto! Sono morto! Sono assassinato! Dove correre? Dove non correre? Fermalo, fermalo! Fermare chi? Chi lo fermerà? Non so, non vedo nulla, cammino alla cieca. Dove vado? Dove sono? Chi sono? Non riesco a stabilirlo con esattezza.
(Al pubblico) Vi scongiuro, vi prego, vi supplico, aiutatemi voi: indicatemi l'uomo che me l'ha rubata.
(A uno spettatore) Che ne dici tu? Voglio crederti: lo capisco dalla faccia, che sei una brava persona... Che c'è? Perché ridete? Vi conosco tutti: so che qua ci sono parecchi ladri, che si nascondono sotto una toga imbiancata a gesso e se ne stanno seduti, come fossero dei galantuomini... Eh? Non ce l'ha nessuno di costoro? Mi hai ucciso! Dimmi dunque, chi l'ha? Non lo sai? Ah, povero, povero me! Sono morto: Sono completamente rovinato, sono conciato malissimo: troppe lacrime, troppe sventure, troppo dolore mi ha portato questo giorno; e fame, e miseria!... Sono il più sventurato tra gli esseri della terra. Che bisogno ho di vivere, ora che ho perduto tutto quell'oro che avevo custodito con tanta cura! Mi sono imposto sacrifici, privazioni; ed ora altri godono della mia sventura e della mia rovina. Non ho la forza di sopportarlo.
LIC: (a parte, uscendo dalla casa di Megadoro) Chi sta lamentandosi? Chi piange e genie davanti a casa nostra? Ma è Euclione, mi pare. Sono completamente perduto; s'è scoperto tutto. Senza dubbio sa già che sua figlia ha partorito. Ora non so che fare. Devo andarmene o rimanere? Affrontarlo o evitarlo? Per Polluce! Non so che fare.

Le domande prive di senso nella loro contraddittorietà sottolineano la situazione disperata dal punto di vista psicologico di Euclione.
Il vecchio arriva a dubitare della sua collocazione spazio-temporale e della sua identità.
Da qui Euclione si rivolge direttamente agli spettatori, apostrofandone alcuni. Euclione si rivolge agli honestiores, i cittadini più eminenti che sedevano nelle prime file della cavea e vestivano vesti candide (si usava la creta per ravvivare i colori e per imbiancare i tessuti).
Euclione esprime in un "cantico" dal tono melodrammatico la sua disperazione: lo stile e l'espressione si fanno piú elevati, con esiti tragicomici. Licònide, appena vede Euclione che si dispera, pensa
subito che abbia saputo che la figlia ha partorito.
Licònide confessa subito il "misfatto", senza immaginare che Euclione intende ben altro, cioè il furto della pentola. L'equivoco è possibile perché si usano espressioni generiche, che si adattano a entrambe le situazioni.

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