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Analisi dei testi di Plauto

Plauto non chiede l’assoluta immedesimazione del pubblico nella vicenda messa in scena e, anzi, sollecita spesso nello spettatore la coscienza della commedia, la consapevolezza del fatto che si stia facendo teatro.
Il pubblico, mantenendo cosi una visuale esterna all’azione in corso e dunque
privilegiata, può sia condividere l’esperienza inventiva del servo, che solitamente
si esplica in un momento di vero e proprio isolamento progettuale dall’azione , sia assaporare ancor più la comicità intrinseca alle situazioni, che scaturisce dagli equivoci e dagli inganni intercorsi fra i personaggi

La doppiezza e l’equivocità costituiscono, in effetti, le molle principali del riso plautino. La comicità scaturisce anzitutto dal fraintendimento

della realtà e dal ribaltamento del vero significato delle cose: lo scambio
di persona, la confusione provocata dall’esistenza di fratelli gemelli ,il dialogo fra persone che parlano di cose diverse senza intendersi, la volontaria immersione nei panni altrui, tutti questi elementi producono scene frizzanti, concitate e decisamente — talora grossolanamente — ridicole, soprattutto perché lo spettatore conosce sempre preventivamente il vizio che mina la percezione dei personaggi.


Proprio i personaggi, d’altro canto, così fissamente cristallizzati nelle loro ossessioni, nelle loro paradossali monomanie, costituiscono fonti naturali di riso, soprattutto se sollecitati da opportune situazioni in cui manifestare appieno le proprie deformazioni. I vizi e i difetti degli antagonisti, in particolare, possono essere anche abilmente sfruttati da altri personaggi per piegare ai propri fini persino le peggiori inclinazioni: alla beffa nei confronti dei viziosi si assomma, così, il piacere — per il pubblico — di vedere capovolto in bene ciò che nasceva come potenzialmente negativo.

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