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Sofocle - Edipo re e Edipo a Colono
AUTORE: Sofocle
TITOLO: “Edipo re” – “Edipo a Colono”
DATA ED ALTRO: L’Edipo re è stato rappresentato probabilmente tra il 430 e il 420 a.C., è ritenuto il capolavoro di Sofocle e quello preso in esempio da Aristotele come modello di tragedia perfetta, coerente nell’azione, nei tempi e nei luoghi, in virtù del principio di verosimiglianza. L’Edipo a Colono venne, invece, rappresentata postuma nel 401 a.C.

TRAMA
Le tragedie s’innestano nella tradizione del mito tebano cui spesso fanno riferimento e che ne costituisce il nucleo fondamentale e imprescindibile al fine della comprensione. Laio, re di Tebe, atterrito dall’oracolo che gli ha profetizzato la morte per mano del figlio nato dalla sua unione con Giocasta, lo abbandona legandolo per i piedi sul monte Citerone. Il bambino viene però salvato da un servo e affidato a Polibo, re di Corinto senza figli. Ormai grande Edipo, insultato dai compagni di essere un “bastardo”, decide di consultare un oracolo, secondo cui Edipo avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Inorridito, si esilia da Corinto. Giunto a un trivio, imbattutosi in un uomo che lo offende, lo uccide. Recatosi a Tebe libera la città dalla Sfinge e, in virtù di questo merito, diviene re, poiché il re plenipotenziario, Creonte, fratello di Giocasta, dopo la morte dell’uomo (che era in realtà Laio), aveva promesso il trono e la mano della ormai vedova regina al vincitore della Sfinge. La profezia si avvera e Edipo uccide il padre e sposa la madre. L’Edipo re si apre con le parole dello stesso Edipo che si rivolge ai supplici, vecchi e giovani della città, i quali chiedono al re di liberare la città dal nuovo flagello, la peste, che si è abbattuta sulla città, come già egli aveva fatto per la Sfinge. Alta è la concezione di sé da parte del re che si profonde nel glorificarsi senza però, si noti bene, ricorrere al patronimico. L’esaltazione di sé non sembra irretire gli animi e anzi, il Coro si dimostra ben accondiscendente nel rilevare i meriti dell’uomo in grado di operare ai confini della sfera del divino sconfiggendo il mostro che affliggeva la città. All’esaltazione si sostituisce la condizione di cittadino e Edipo sottolinea la propria condizione di capro espiatorio e anzi si dimostra ben disposto a porre rimedio alla carestia della città: non dunque arroccato nella fama, ma attivo per il bene della città. La richiesta dei supplici, dunque, non lo sorprende: egli ha già mandato a Delfi Creonte il quale presto ritorna ad annunciare il vaticinio di Apollo secondo cui, per fermare la pestilenza, è necessario cacciare dalla città l’uccisore di Laio. Inizia qui l’indagine di Edipo. Scopre da Creonte che egli era stato ucciso mentre si recava a Delfi per accertarsi che il figlio, condannato parricida, fosse realmente morto; era stato ucciso, secondo la testimonianza dell’unico superstite tra gli accompagnatori, da un gruppo di banditi. Edipo immagina subito un complotto della fazione della città avversa al re. E se Creonte parla di briganti, Edipo parla di bandito al singolare: chiara è la soluzione dell’enigma. E Edipo subito si lancia nella ricerca dell’assassino per evitare (ironia tragica) che egli uccida anche lui stesso. I supplici convocano l’intero popolo tebano. Entra il Coro che invoca gli dei a proteggere la città e auspica una soluzione positiva del responso delfico. Edipo emana un editto in cui invita il colpevole a dichiararsi tale, senza rischio di pena capitale, con l’obbligo però di andare in esilio, e promettendo larghe ricompense, invita chi sa a parlare. Conclude al culmine di un’orazione-delirio con la maledizione verso il colpevole. Tradisce così se stesso. Del medesimo tono sono i versi successivi, ambigui e promiscui, fino a sacralizzare il suo impegno contro il colpevole: decreta la sua condanna. Il Coro invita il re a chiamare Tiresia, cosa che Edipo, accorto, già ha fatto inviando dei messaggeri. Il profeta si dimostra però recalcitrante nel parlare, nel rivelare i propri vaticini, tantoché Edipo, come farà poi Creonte, lo accusa di essere ideatore del delitto. L’ira del re si mescola a quella del profeta insultato e la tensione si scioglie esplosiva nel vaticinio definitivo, nell’accusa da parte di Tiresia: Edipo è la macchia blasfema che insozza la città, parricida irredento e figlio-sposo, fratello e padre allo stesso tempo. Il vaticinio improvviso si spegne nella rabbia di Edipo nuovamente infuriato ad accusare ancora di più Tiresia, creatura della notte. La disperazione del re sconfina nella paranoia e crede di essere vittima di un complotto ordito da Tiresia e Creonte per spodestarlo. Edipo insulta la mantica, la infanga, travalica i limiti del divino e l’indovino ormai esasperato rincara la dose ribaltando la propria cecità nell’ottusità di Edipo, che nello stesso giorno patirà la nascita e la morte. Suggella l’incontro la profezia di Tiresia, perfetta nell’esposizione, ispirata anche nelle parole da Apollo. L’indovino si ritira. Il Coro reclama la condanna per il colpevole, i supplici sconvolti da Tiresia sono in bilico tra fedeltà a Edipo e fedeltà ai vaticini. Urge rifarsi alla contingenza. Il re si ritira nel palazzo. Entra in scena Creonte a lamentarsi delle offese subite dal cognato, insulti che qualcuno gli ha riferito. Rientra Edipo che lo accusa di aver complottato, senza mezzi termini, in assoluta franchezza. Dalla risposta risulta chiaro il pragmatismo di Creonte, abituato ad agire nell’ombra e nell’oscurità ad ottenere benefici. Lo scontro monta sempre di più finché non arriva Giocasta a placare gli animi e ad invitare Edipo a desistere di fronte al giuramento solenne di Creonte. Il re acconsente, anche se non totalmente convinto. Creonte esce dalla scena. La donna rassicura il marito-figlio: Laio è stato ucciso da dei ladroni presso un trivio, il figlio parricida era stato ucciso legato per le caviglie al fine di scongiurare una predizione. Ma nell’atto stesso della rassicurazione, Giocasta non fa altro che aumentare il dubbio atroce che attanaglia Edipo il quale confessa di aver ucciso un uomo e la sua scorta presso un trivio. Per tacciare ogni dubbio Edipo fa richiamare l’unico superstite che a quanto sostiene Giocasta si era ritirato nei campi dopo l’ascesa al trono di Edipo stesso. Nell’attesa il re rivela alla moglie l’oscuro destino che lo ha avviluppato. Egli si dichiara figlio di Polibo e Merope, sovrani di Argo, nonostante da giovane un oracolo (cui si era rivolto dopo essere stato definito bastardo) gli avesse predetto che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Inorridito, si era esiliato da Corinto. Anche Giocasta, prima marmorea, ora sembra vacillare nonostante confidi nella testimonianza del servo superstite e nella morte del figlio avuto da Laio. Il Coro, chiamato a colmare l’attesa, a sottolineare la suspense, si lancia in un canto nel quale le leggi divine vengono anteposte a tutto, in netto contrasto con il raziocinio blasfemo di Edipo e di Giocasta, dimentichi dell’infallibilità divina. Il Coro individua in Edipo e Giocasta una colpa di hybris e coglie l’occasione per lanciarsi in un’accesa condanna alla tracotanza dai risvolti vagamente sofistici. Suggella il canto l’invocazione incondizionata a Zeus e l’amara postazione che ormai la fede autentica si spegne nell’apparenza del rispetto agli olimpi. Intanto Edipo è scaduto nella follia e Giocasta, madre – moglie fedele entra in scena ad invocare Apollo Liceo a proteggere il figlio – marito. Sopraggiunge nel frattempo un messaggero da Argo ad annunciare la morte di Polibo, sovrano della città. Giocasta esulta, ma insulta nuovamente gli oracoli: se Polibo, padre di Edipo è morto, non può essere stato lo stesso figlio ad ucciderlo, ma così facendo smentisce gli oracoli, ed anzi, li infanga. Stesso atteggiamento tiene Edipo, convocato dalla moglie, ugualmente felice e tracotante. Eppure l’inquietudine torna subito: egli potrebbe ancora unirsi incestuosamente con la madre. Giocasta tenta di rassicurarlo, ma Edipo non sembra acquietarsi troppo. Il Messaggero allora chiede conto ad Edipo degli oracoli che tanto lo tormentano, per poi sottolineare come allora potrebbe tornare tranquillamente ad Argo perché Polibo e Merope non erano i suoi genitori naturali: il pericolo non sussiste. Infatti, il Messaggero rivela di essere stato lui a consegnare Edipo a Polibo, dopo averlo raccolto dalle mani di un altro pastore, servo di Laio, in un luogo boscoso sul Citerone. E a sostegno delle sue parole sostiene che Edipo aveva le caviglie forate. Edipo, sull’orlo del dramma psicologico- sociale, chiede del servitore di Laio: lo stesso che già aveva fatto chiamare dai campi. Giocasta tenta di dissuaderlo da ulteriori ricerche: già ha intuito ciò che accadrà, già sa la verità. Edipo, tuttavia, ostinato come lo sarà Antigone, in preda alla fatalità, continua la sua indagine. Attribuisce la reticenza della donna a pura convenienza: sospetta che tenti di dissuaderlo per non scoprire i suoi possibili umili natali. Giocasta si allontana disperata. Edipo pronuncia un discorso in cui si rispecchia l’ottica antropocentrica non più legata al ghénos che si respira nella Grecia del V secolo a.C. Gli fa eco il Coro innalzandolo quasi a divinità. Giunge il pastore, invero, estremamente titubante nel rivelare la verità. Il Messaggero, tuttavia, ancora presente, gli ricorda gli avvenimenti e il pastore rivela che il figlio gli era stato affidato da Giocasta affinché fosse ucciso, ma che egli, mosso a pietà, si era rifiutato di farlo e aveva preferito l’esilio. L’Edipo dell’apparenza frana nella verità insostenibile. Il Coro canta la labilità della Fortuna umana: dell’Edipo vincitore della Sfinge, ora si canta la tremenda caduta. Irrompe sulla scena un secondo messaggero: Giocasta si è suicidata ed Edipo si è strappato gli occhi. Entrambi hanno agito volontariamente. Cruenta è la descrizione dell’accecamento, non risparmia la brutalità. In preda al delirio Edipo dichiara di volersi mostrare in tutta la sua scelleratezza al popolo di Tebe. Gli umani non tollerano però la visione. Nella sua sventura riconosce Apollo (non solo il demone) alla cui sfera apparteneva anche la Sfinge. Al dubbio del Coro se fosse stato meglio morire piuttosto che questo, sostiene di non poter tollerare alcuno sguardo, nemmeno nell’Aldilà. La cecità lo costringe ad un viaggio nel ricordo: Edipo ripercorre la propria storia, dal Citerone, fino all’accecamento, passando per l’uccisione del padre e le nozze con la madre. Dopo l’ostentazione, tenta di nascondersi alla vista della polis, e si condanna all’esilio. Contribuisce il misurato Creonte: il vinto venga condotto nella reggia. Edipo invoca l’esilio sul Citerone, Creonte lo concede, ma non gli affida le due figlie: Edipo non deve sempre voler vincere. Interviene il Coro a chiudere la triste tragedia: effimera è l’essenza dell’uomo, mai potrà essere felice senza esser morto. Ormai in esilio e accompagnato dalla figlia Antigone, depositaria dell’affetto e unico rimedio alla solitudine, Edipo giunge a Colono. Eppure non è la città (situata all’estremo dell’Attica) a dispiegarsi ai due, ma un giardinetto sacro a voler subito sottolineare l’aspetto mistico e divino dell’opera. Solo in lontananza i contrafforti di Atene si stagliano contro il cielo, mentre Edipo ormai vecchio e stanco, fiaccato nell’animo e nel corpo, si siede su una pietra grezza. Eppure la tranquillità è subito spezzata da un cittadino che ingiunge all’uomo di allontanarsi in quanto sta violando il terreno sacro delle Eumenidi, divinità protettrici dell’Attica, figlie della Terra e della Tenebra, vendicatrici dei delitti tra consanguinei. Stranamente all’ordine perentorio, risponde la rassegnazione serena di Edipo che, come vaticinatogli, riconosce in quel luogo il termine delle sue peregrinazioni terrene. Prima di allontanarsi per avvisare i cittadini, l’uomo li informa sulla località, definita anche “soglia di bronzo” in quanto in essa si trovava la porta del regno dei morti, intimando di non muoversi prima che sia tornato. Nell’attesa, Edipo rivolge una preghiera alle Erinni, sottolineando come l’ospitalità lui concessa porterà numerosi benefici alla città, così come vaticinato da Apollo: l’oracolo è alla base della vicenda. La preghiera dell’uomo è interrotta da Antigone che annuncia l’ingresso del Coro di vecchi di Colono: avvisati di un viandante si erano subito recati a vederlo. Il tono è concitato ed aggressivo, ma anche sgomento per tanta audacia. Alla vista di Edipo il ritmo frenetico delle interrogazioni si acuisce nel grido di raccapriccio alla sua vista, per poi modularsi più pacato, ma brusco nell’ordine di allontanarsi immediatamente: lo accusano di violare la misura. Edipo, guidato dalla figlia, obbedisce e raggiunge un’altra roccia nei dintorni. Segue immediatamente l’interrogazione sull’identità dello straniero: nome, patria, stirpe. Edipo, reticente, rimanda lo svelarsi della sua sventura e soltanto l’incitamento della figlia riesce a smuoverlo: eppure la dichiarazione non è diretta e si articola in tre domande che pure raggiungono lo scopo. Il Coro, inorridito, caccia perentoriamente Edipo condannandolo al proprio ruolo di emarginato: i vecchi temono una contaminazione, il resto è soltanto apparenza. Interviene nuovamente Antigone a scongiurare la compassione: le azioni di Edipo sono mosse dalla fatalità, sono “non volute”. Tocca però all’uomo la definitiva perorazione: si affida alla celebre clemenza di Atene, sostenendo che le sue azioni sono sempre state “risposte” a qualcosa, e non primo atto: difesa, non attacco. Inoltre, sostiene di non essere malvagio, ma di essersi giustamente vendicato di affronti macchinati prima ancora che egli nascesse, mentre il ventre della madre lo nutriva. Il Coro, ormai confuso, si affida alla decisione del re di Atene, Teseo, che avvertito, non tarderà ad arrivare. L’attesa è interrotta dall’arrivo a cavallo di una puledra di Ismene, sorella di Antigone, da tempo lontana dal padre. L’incontro dei tre è convulso, toccante: si alternano le voci dei tre, ora erompono in grida di gioia, ora prende il sopravvento la costernazione, ora l’elogio verso le figlie a discapito della discendenza maschile che ha abbandonato il padre. Ismene rivela il motivo del suo arrivo: i suoi fratelli, Eteocle e Polinice si preparano ad una battaglia definitiva per impadronirsi della città di Tebe. Inoltre, la figlia riferisce un nuovo vaticinio: per salvarsi, i due fratelli avrebbero dovuto trovare il padre vivo o morto che fosse. Edipo è turbato dalla notizia: quale valore può ormai egli avere? Risponde la figlia: gli dei abbattono, innalzano, puniscono o perdonano i mortali secondo una trama indecifrabile agli occhi dei viventi cui può anche sembrare assurda, ma non per questo possono sottrarsi. Ismene inoltre annuncia che presto da Tebe sarebbe giunto Creonte per ricondurlo nelle vicinanze della città, senza però permettergli di valicare le mura: così sarà controllato dai Tebani senza contaminarli. La profezia, infatti, sostiene che chi terrà presso di sé Edipo, sarà vincitore. All’annuncio però che non gli sarà concessa sepoltura nella città, rifiuta categoricamente e così facendo consacra Atene alla vittoria. Parte anche la maledizione verso i suoi due figli che hanno preferito la lotta per il potere agli affetti. Il Coro interrompe l’improperio invitando Edipo (e in sua vece la figlia Ismene) a compiere un sacrificio per purificare il padre il quale aveva involontariamente profanato il recinto sacro delle Eumenidi. Simbolico il rito: Ismene dovrà aspergere acqua da una fonte, riempirvi delle coppe già presenti, dopo aver incoronato i bordi con ramoscelli o lana appena tagliata da un’agnella giovane, per poi versare libagioni di acqua e miele rivolta ad Oriente, tre volte per coppa, l’ultima tutta insieme; quando poi il terreno avrà assorbito la libagione, dovrà ricoprirlo con “tre volte nove” ramoscelli di ulivo ed invocare con sussurri la protezione delle Eumenidi. Dovrà poi ritirarsi senza voltarsi indietro, secondo un rito consolidato. Mentre la fanciulla officia i riti, i vecchi curiosi e recalcitranti invitano Edipo a rievocazioni dolorose. Nonostante la reticenza, l’uomo cede aprendo il capitolo di una delle riflessioni più amare sul rapporto tra libero arbitrio e destino, in relazione alla giustizia divina. Su di Edipo si sono abbattute le sventure più turpi, ma lui ne è rimasto inconsapevole. Ha compito il male non perché malvagio, ma perché ignorante. Entra in scena Teseo, re di Atene, eroe civilizzatore, garante della moralità. Il re ha sperimentato peregrinazioni e esili in terre straniere e compatisce Edipo. In cambio dell’aiuto del re, Edipo offre il suo sepolcro alla città che sarà così invincibile. Teseo accoglie la richiesta e promette di proteggerlo incondizionatamente. Il Coro celebra ora il demo di Colono e con esso l’intera Attica. Ad una lettura “letterale” del testo ci s’imbatte in una celebrazione orgogliosa e retorica della patria e dell’armonia della natura ellenica. Alcuni hanno ravvisato nello stasimo un riferimento chiaro ai misteri eleusini: l’armonia sarebbe tra il mondo dei vivi (l’olivo che risorge e i doni di Poseidone all’Attica) e quello dei morti (il canto dell’usignolo, il narciso fiore del mortale oblio e fiore dei Misteri che Kore stava raccogliendo prima di essere rapita da Ades), per non dire di altri simboli come il croco di Demetra e l’edera di foglie impenetrabili di Dioniso. Arriva poi Creonte con un seguito di uomini armati: il passato di Edipo si manifesta in tutta la sua truce brutalità. Il discorso di Creonte si fonda sulla menzogna: sostiene di essere giunto in pace, inerme di fronte alla potenza di Atene, spiega di voler reintegrare il cieco: il vero scopo è invece rapire le due giovani e di condannare Edipo all’emarginazione eterna. Edipo, ormai provato dal dolore, smaschera l’inganno in un’arringa lucida. Creonte non tollera l’opposizione e rapisce a forza le due giovani che dicono addio al padre mentre vengono trascinate via. I vecchi si oppongono, ma soltanto l’arrivo di Teseo (interrotto durante la celebrazione di un rito sacro in onore di Poseidone) permette di risolvere la situazione a favore di Edipo. Tiene in ostaggio Creonte e ordina ai cittadini di recuperare le ragazze. Creonte, alle strette, si discolpa sostenendo che non avrebbe mai potuto credere che Atene avrebbe potuto ospitare dei supplici tanto empi. Edipo argomenta di nuovo la propria innocenza. Atene si schiera con Edipo, le fanciulle ritornano. Creonte se ne va sconfitto. Ma il passato non accetta pause. Sopraggiunge Polinice (che ha chiesto a Poseidone di incontrare il padre) ed Edipo accetta di incontrarlo soltanto su invito di Antigone e Creonte. Intanto il Coro canta l’infelicità della vecchiaia e la preferibilità della morte. Polinice riconosce la sua colpa, chiede perdono. Edipo, indurito nel cuore, non concede compassione, né tantomeno dimentica l’egoismo del figlio e le sofferenze da lui patite, per poi esplodere in una maledizione tremenda. Polinice torna ad Argo consapevole del destino di morte che lo attende e chiede alle sorelle gli onori funebri. Il conto col passato è chiuso: Creonte è sconfitto, il rancore verso i figli è sazio, ineluttabile è la loro morte. Il Coro, scosso, riconosce l’influenza divina. Scoppia un tuono, simbolo della benevolenza divina. È tempo che Edipo muoia, ormai la sua vita volge al termine. Fa venire Teseo al fine di rispettare la promessa e rivelare a lui solo i segreti iniziatici che egli dovrà trasmettere ai suoi successori e così di generazione in generazione così da salvaguardare l’Attica. In prossimità della morte è Edipo cieco a fare da guida. Il Coro invoca per Edipo le divinità di sottoterra affinché lo accompagnino senza troppo dolore all’Invisibile. Spetta al messaggero narrare gli ultimi eventi. Edipo è morto in piena consapevolezza, rapito dagli dei, dopo essersi purificato e aver congedato le figlie in un ultimo abbraccio d’amore. Soltanto Teseo assiste alla sua morte, avvolta nel mistero. Edipo scompare. Chiude la tragedia il compianto delle figlie, disperate per la perdita del padre, per la guerra imminente tra i due fratelli, per il destino d’abbandono che le attende. Le consola Teseo che garantisce loro la sua protezione: se vorranno, potranno recarsi a Tebe per dissuadere i fratelli dallo scontro.

PERSONAGGI:

- Edipo: tra i più prolifici personaggi drammatici, per tragedie rappresentate e varianti del mito, Edipo è perno delle due opere, emblema dell’uomo innalzato alla comprensione più alta, alla saggezza, costretto alle dure necessità della realtà contingente e privo della conoscenza più ampia, quella di se stesso. Premessa socratica, imperativo dalla dolorosa accettazione, Edipo dipana se stesso, si dilata a simbolo imperituro di un’umanità sempre più dimentica di sé, priva di una conoscenza misterica che il sacerdote/Sofocle denuncia come sempre più acuto. Edipo misterico, iniziato sapienziale, spettatore alle prese con simbologie: questi gli elementi che dispersi si allacciano l’uno all’altro, mirabilmente intrecciati da un uomo che assurge a simbolo del “conosci te stesso” delfico. Nei meandri dei misteri e dell’ascensione, Edipo si pone come simbolo del contrasto tra apparenza (falsa conoscenza) e la verità dell’animo, enigma animato, vincitore della Sfinge, eppure ad essa avvinghiato nella continua ricerca, spasmodica, della realtà. Indovinelli che montano rabbiosi per tutta l’opera, che s’innalzano in una vertigine soffocante ispirata dal fato, e in grado di tratteggiare una verità tangibile, concreta, accennata, rifiutata, il cui svelamento sarà così potente da accecare l’uomo. Ed Edipo sembra fallire il volo nero sull’epilogo, smentisce la verità e si consacra ad un futuro di sofferenza e privazione. Eppure, come poi anche in Platone, la sofferenza è condizione sine qua non della conoscenza, e alla menomazione fisica, alla cecità, simbolico oscurantismo dell’origine, si sostituisce il bagliore sfavillante di una morte che pare più ascensione all’Olimpo, forte di una nuova consapevolezza che conclude il cammino di vita. È pur vero che altri eventi colpiranno Edipo, che il compiangersi non lascerà spazio alla felicità e alla serenità se non nella morte ma Edipo, con una vista più acuta degli altri, penetra negli abissi del mistero umano e consacra la propria fama e la propria esistenza nel silenzio pregnante di un ultimo patetico addio. E se attorno al re Edipo si coagulano tematiche politiche, attorno all’uomo Edipo si manifesta il percorso ascensionale, il cammino dell’esistenza. La metamorfosi di Edipo, da fantasma di se stesso a iniziatore di misteri, passa per la trasformazione tra dòxa ed alétheia: in lui dolore e speranza si saldano, e la disperazione deificata dalla grazia è scalinata che conduce alla conoscenza. Eppure Edipo è anche il cittadino della polis, e come tale realizza se stesso soltanto nella contemplazione pubblica del suo successo, dell’ammirazione dei cittadini. La dimensione pubblica si erge ad aspirazione imperitura e sommerge la vita privata in un pantano che si è costretti a superare e valicare. D’altra parte, contraltare ad Edipo, o premessa imprescindibile per la sua esperienza di vita umana, è la Sfinge, la creatura multiforme che simboleggia con incredibile forza icastica una pluralità di natura propria dell’uomo. Luce ed ombra che s’intrecciano nella cantatrice di enigmi, che pone quesiti all’uomo sull’uomo stesso e che pretende sangue per espiare l’ignoranza: legge arcaica, sinistra, eppure corroborata dal quotidiano dispiegarsi della vita. È per questo che Edipo, vincitore dell’ambiguo, per ironia letteralmente tragica deve rintracciare in sé i frutti della medesima ambiguità, entrare in contatto con il lato più oscuro della propria esistenza: l’infanzia, ma anche la protervia contro il divino (Tiresia). Edipo flagellato dal dolore deve rinascere: non in virtù del "patendo conoscere" eschileo che si dimostra semplicistico, ma di un arrendevole adesione al fato che più di una volta sembra sottendere ad un cortocircuito sofocleo in cui lo spazio dell’azione personale, e il suo rapporto col divino, non trova risoluzione. E d’altra parte, proprio questo desiderio di espandere la conoscenza, il fondersi del lato oscuro di sé con la luce dell’alétheia, si configura come reale approdo sofocleo. La metamorfosi, la consapevolezza della verità, non è però vittoria della morte ma serenità nell’affrontarla nonostante tutto, anzi, la sofferenza è chiave privilegiata per accedere alla conoscenza. È un pathei mathos che affonda le proprie radice in una teodicea ben più ampia e profonda. L’uomo, in Sofocle, non annichilisce la propria ombra, non purifica il peccato con la confessione cristiana, ma nella propria ombra si crogiola e anzi, l’esercita senza esserne atterrito. È in questo disincanto estremo che Edipo può anche maledire il figlio, palesare un altro di sé che è puro odio, anche solo per un attimo. Il falso buonismo da genitore svela tutta la sua ambigua perseveranza: anche il genitore, preso contatto con il lato più oscuro di sé, il più temuto, può odiare il figlio, nell’istante in cui non teme la propria feroce dualità. Questo è Edipo, questa la catarsi che aveva fatto bollare la tragedia (da Aristotele) come perfetta (almeno l’”Edipo re”), purificazione dello spettatore: non invito alla violenza ma sua esorcizzazione tramite l’educazione. Tragedia scuola dell’umanità. Forse i Greci non erano poi così meramente razionali, e Sofocle non fa che notarlo.

- Sacerdote di Zeus: comparsa iniziale, ha la funzione di dare avvio alla vicenda, informando il re sulla pestilenza che sta affliggendo la città. Il sacerdote, vecchio, rappresenta un’intera città prostrata dalla morte; è altresì simbolo dell’autorità divina, e offre l’occasione per dimostrare la propria lungimiranza, acuendo poi lo scarto con le rivelazioni successive.

- Creonte: potere privo di saggezza, pragmatismo disincantato ed estremo, truce ottica dell’utile, persecuzione tirannica: questo Creonte, pietoso per l’ignoranza, odioso per la pacata e tranquilla risposta agli eventi che flagellano la città. Accusato da Edipo di tradimento, redento, poi ancora accusatore e nemico, anzi, approfittatore, Creonte attraversa entrambi i drammi a rendere in tutte le circostanze evidente il divario tra lui ed Edipo: alla sua franchezza e rotondità iniziale, si sostituisce progressivamente l’immagine di una legge dell’utile che lascia ben pochi spiragli di speranza per una risoluzione pacifica. È già evidente la sua sorte, il destino che l’attende nell’Antigone. Tematica politica cocente, scontri pubblici, potere autoritario che scavalca, annienta, allo scopo di un tornaconto personale che si rivelerà rovina personale. Legge della forza bruta, Creonte è grottesco: nella sua tenacia nel controbattere Edipo, nella sua protervia nell’affrontare Teseo, la sua umile condizione, la sua mitomania spicciola, il suo nanesco scimmiottare, perdono miseramente contro la franchezza reale di Teseo, dimostrando la tronfia autorità di un tiranno dispotico, alla ricerca di potere, ma dimentico di sé, della conoscenza, e come tale costretto ad essere abbattuto dal giudizio degli dei. E quando è la verità dell’animo a mancare, l’unica risorsa è la menzogna, e la disillusione e l’illusione, altre maschere che allontanano da se stessi. È questa la condizione di inferiorità cui Creonte è condannato, ma è questa quella da cui egli rifugge. Ciò nasconde la condanna definitiva dell’uomo che perderà miseramente e sarà costretto a tornare, sconfitto e disonorato in una Tebe che è ancora gravida di sofferenze.

-Coro di vecchi tebani: oltre alle considerazioni fatte per quanto riguardo l’Antigone, si nota la funzione sempre più decisa del coro che assume le sembianze di un vero e proprio personaggio che agisce e che fa da contro – tono alla vicenda, commentando le vicende e raccontando gli antefatti, giudicando col solito piglio sacramentale le imprese che accadono.

- Tiresia: rappresentante dell’autorità divina, dell’ispirazione degli dei, conoscitore del fato e del destino a preannunciare con la sua cecità il tragico destino di Edipo, come nell’Antigone, è autorità divina disprezzata dalla stolta tenacia dell’uomo che, pur di non conoscere la verità e temendola, giunge a peccare di tracotanza. È per questo che Tiresia erompe in una predizione che suona di maledizione e che condanna definitivamente Edipo alla sventura. In questo rinnovato contrappasso, che sembra riproporre le dinamiche del "chi agisce subisce", l’ironia tragica raggiunge uno dei suoi vertici: Tiresia cieco vedendo più dei vedenti condanna alla cecità, che è sinonimo di previdenza, Edipo. L’insulto del divino è soltanto il simbolo di una fragilità e di una contraddizione umana che l’uomo vive costantemente: il desiderio di conoscere il vero si arresta, e anzi retrocede, di fronte la paura di una qualcosa di inaspettato, che è poi il nocciolo cruciale del divenire greco. Non dunque l’ancestrale scontro tra uomo e divinità, quanto invece fine analisi psicologica dell’uomo stesso, secondo non la psicanalisi, ma le sensazioni che l’uomo trasuda. È in questa condizione che si sviluppa il dialogo tra i due, e chiara è la somiglianza tra Edipo e Creonte: ma se il primo sarà in grado di redimersi, il secondo assatanato di potere fallirà la planata sul destino e sarà condannato ad un martirio drammatico e irrinunciabile nella logica del destino.

- Giocasta: moglie, madre, figura simbolo della donna greca, scevra di qualsiasi connotazione maschile, fedele al figlio/marito, ritirata nel proprio gineceo, succube della logica maschile (ma quello di Sofocle non è un discorso di sessi) è l’emblema di un destino che sommerge l’uomo e che se non accettato coincide inevitabilmente con la rovina. Giocasta non necessita della cecità per conoscere, ma intuisce la verità, in un frangente di fredda consequenzialità che non lascia scampo: il destino su di lei si è concentrato e nell’oscurità dell’ignoranza ha dato alla luce figli/nipoti. Il peso della responsabilità umana, in una tragedia così poco popolata di dei, si erge in tutto il suo pesante fardello, fino a decretare una morte che è resa: la responsabilità umana, masochista, impone il suicidio; la consapevolezza della colpa colpisce sempre per prima, e imputare tutta la responsabilità al fato priva anche del piacere della mancata innocenza. È in questo dramma, in questo sempiterno scontro tra fato/necessità e libertà dell’agire umano, che molti mortali cadono, lacerati da un fuoco che li arresta sulla trincea dell’indecisione. Immobile sul confine, Giocasta decide di non vivere il disonore, non sopporta la verità, non accoglie la saggezza: schiacciata da se stessa si uccide trascinando con sé un dolore che l’avrebbe corrosa per l’eternità.

-Messaggero I e messaggero II: mondo esterno che irrompe sulla scena, qui a svelare poco a poco la luce della verità, parere esterno che si palesa in tutta la sua opprimente carica di ponderazione; qui il messaggero non si limita soltanto a portare notizie, a narrare eventi, tutt’altro. Qui il messaggero svela la trama sottile del fato, è qui che si consuma la vera tragedia; un’affermazione pronunciata per caso si carica di un’angoscia sempre più opprimente, condanna ad una logica ferrea che acceca Edipo. La conseguenza è il delirio dell’uomo che ancora cittadino vuole mostrare alla città lo scempio del suo agire. Questa la notizia del messaggero: deus ex machina che si rivela, invece, sententia ex machina, un giudizio che nell’unica costatazione possibile è preliminare passo per il dolore e, quindi, per l’ascesi.

-Servitore di Laio: anima buona che ha firmato inconsciamente la condanna della sua città, o meglio, strumento indefesso del fato, fuggito dalla propria responsabilità rifugiandosi nella vita agreste ed estraniandosi dalla polis, sarà anch’egli un personaggio fondamentale per la scoperta della verità, nonostante una reticenza perfettamente spiegabile. Il suo incontro col messaggero, lo squarcio terribile sul passato, rischiara la verità, la porta a galla: un semplice ricordo sconvolge la scena. Al servitore di Laio non resta che commiserare la sua umanità, affidarsi agli dei: al contrario di Giocasta, frustrata anche dall’abbandono del figlio appena nato, non si sobbarca di una colpa che effettivamente non ha, e sopravvive.

- Antigone: Figlia premurosa che accompagna il padre nel suo peregrinare, non arretra, al contrario dei fratelli, di fronte alle necessità del padre, e anzi si dimostra donna fedele ed accorta, non soltanto nel prendersi cura di Edipo, ma anche nel saper destreggiarsi nei dialoghi maschili, come quello tra Edipo e i vecchi di Argo. Legata alla famiglia, nonostante le perdite e la sofferenza, accompagna il padre nel suo percorso, forse più proiezione idealizzata di un Sofocle ormai vecchio, che personaggio realmente cruciale nella vicenda. Si trasforma, è vero, in strumento di ricatto all’arrivo di Creonte, ma un ruolo passivo, funzionale alla rappresentazione di Creonte e al delinearsi dì un nuovo scontro.

-Abitante di Colono: scontro/incontro fortuito, che introduce immediatamente al dramma, il cittadino è una comparsa ben tratteggiata: rispettoso, pio, informa gli abitanti del luogo in cui si trovano e intima loro di allontanarsi dal luogo altrimenti consacrato alle Eumenidi. Nonostante tutto si dimostra però generoso, o comunque comprensivo, non li caccia immediatamente, ma anzi fornisce loro le informazioni necessarie, e si carica anche di un’ambasciata al re. Personaggio nobile d’animo, franco, cede subito il posto ad altri che dovranno giudicare sulla sua permanenza: al dialogo serrato con Edipo si sostituisce poi il disteso discorso tra Edipo stesso ed Antigone.

- Coro di vecchi dell’Attica: per certi versi fonte dell’umorismo dell’opera, il coro è prima di tutto un coro di vecchi, nel senso che fin dalla sua prima apparizione è dominato da quella curiosità senile, spesso indiscreta, che si manifesta nelle loro continue interrogazioni ad Edipo, dopo ovviamente avergli intimato di allontanarsi dal giardino sacro delle Eumenidi: d’altra parte nell’ottica della vecchiaia, l’affronto delle tradizioni è danno ben più grave dell’arrivo di uno straniero. Ovviamente la rivelazione interrogativa di Edipo sulla propria identità, riscuote timore, rabbia, paura, ma anche compassione, nonostante fondamentalmente l’unica autorità che rispettino è quella del re e della convenienza personale. Depositari della conoscenza ancestrale, sono loro a giudicare, sono loro a stabilire il rito di purificazione, non senza risentimento verso Creonte che si approfitta della loro senilità per sfruttare la forza delle armi. E proprio nella loro invettiva contro l’ormai re di Tebe, l’umorismo raggiunge l’apice: un gruppo di vecchi che sfidano uomini giovani per mantenere la propria dignità, le loro promesse, nonostante la netta inferiorità. In fondo la nobiltà d’animo loro non manca, animati da quella pervicacia senile che nient’altro è che fiero ricordo della propria giovinezza. Valgono ovviamente le considerazioni fatte per le precedenti tragedie.

- Ismene: altra figlia di Edipo giunta per informare il padre degli sconvolgimenti di Tebe, si trasformerà poi, come Antigone, in uno strumento di ricatto emotivo, ultima difesa di un vecchio cieco che reclama soltanto la definitiva ascesi. Premurosa quanto la sorella, ma meno decisa, Ismene tenta di consolare il padre intrecciando un dialogo patetico, drammatico, in cui la frenesia del ricongiungimento spezza le frasi, le lascia sospese in una logica degli affetti cui la grammatica risponde alla smania degli abbracci. È lei ad officiare il rito di purificazione, è lei che con Antigone tenta di difendere il padre, vero affetto familiare, in contrasto col fratello Polinice, ritornato per assicurarsi la vittoria.

- Teseo: re civile, mitico eroe greco, è il baluardo della giustizia, incarnazione di una saggezza della polis che tutta la sua personalità e le sue decisioni dipanano. Garante della moralità, accorto sovrano, interviene ripetutamente nell’agevolare il destino di Edipo, consapevole dei benefici che egli potrebbe portare, e unico depositario dei misteri cui Edipo ha avuto accesso, e che garantiranno all’Attica il predominio, sempre che vengano trasmesse di generazione in generazione. Teseo salda in sé forza e giustizia, potenza e misericordia, adattandosi agli eventi e garantendo il lieto fine di una tragedia dalle tinte quanto più spiccatamente ascensionali e misteriche.

- Polinice: passato che ritorna a reclamare un tributo ancora non pagato, figlio che ha diseredato il padre a reclamarne un aiuto, figlio maledetto dal padre per la sua truce ottica dell’utile: questo Polinice, dimentico dei legami paterni, assatanato di potere regio, a reclamare perdono e aiuto. Inflessibile Edipo, quasi crudele: non inneggio alla violenza ma consapevolezza del proprio lato oscuro. Polinice non viene ascoltato, viene condannato ad una morte indegna, nonostante le sorelle lo compiangano (ma non lo giustificano): il figlio sventurato di padre sventurato non riesce a riscattare se stesso, e rimane confinato in una dimensione di grottesca inferiorità che certo non giova al personaggio, relegato in un’aura di mediocrità cui è difficile sfuggire. Specie a confronto di Teseo.

-Messaggero: si veda quanto detto per i messaggeri precedenti, specialmente le due funzioni esplicitate nell’Antigone.

TEMATICHE
Varie sono le tematiche che attraversano le due tragedie. Spicca su tutte il tema della colpa che minacciosa gravita su Edipo e il cui contraltare si concretizza nella pestilenza che affigge la città di Tebe: colpa non dei gesti compiuti, ma dell’aver ignorato chi essenzialmente si è, del non aver perseguito il "conosci te stesso" delfico/socratico. Parallelo alla colpa anche l’orrore, il brutale, il macabro che in Sofocle tanto ha spazio e che è il prezzo della verità, la moneta di scambio dell’illuminazione spirituale: ecco i cadaveri che costellano le tragedie, ecco i gesti estremi, gli innocenti martoriati, le vite perse. Come nell’Antigone largo spazio ha la sofferenza, il dolore per il destino dovuto al dissidio interno all’uomo tra libertà d’agire e destino imperscrutabile, assurdo ellenico che i personaggi di Sofocle scontano, nel segno di una contaminazione alla città residuo di culti e tradizioni arcaiche in virtù della quale Edipo deve essere esiliato. Mattone costituente dell’opera l’ironia tragica che si dispiega a più riprese a condire la storia con un’ambiguità di fondo interpretativa ed analitica, ironia che ha anche la funzione di prolungare l’attesa per la rivelazione finale, inquietante che già l’esordio dell’Edipo re sembra presagire e che si conclude (nella prima tragedia) con l’accecamento di Edipo: cecità fisica e mentale. Non va poi dimenticato il rapporto tra umano e sacro: le divinità, non così pressanti come in Eschilo, si cangiano in altre forme, quelle degli oracoli, cui il destino dei personaggi è intrinsecamente collegato e con i quali sono continuamente chiamati a rapportarsi: l’odio per Tiresia è disprezzo per la rassegnazione agli eventi, unico atteggiamento consigliato per resistere all’ambiguità tragica del vivere. A ben vedere, poi, tutto l’Edipo re si dispiega nel segno del dubbio che attanaglia il protagonista durante la sua inchiesta per scoprire la verità, fino all’agnizione finale che è luce così forte da accecare, e permettere di prendere consapevolezza del doppio, di una duplicità intrinseca nell’uomo che nel contrasto luce e ombra riverbera tutta la propria inesausta complessità. C’è poi un altro paradigma che sembra sottendere alla produzione di Sofocle: lo scontro. Lo scontro viene visto da Sofocle come evento gravido di novità, come unico elemento in grado di far divampare la tragedia: per questo le sue tragedie ne sono costellate; scontro tra padri/figli, stato/uomo, dei/uomo e così via in una rassegna estesa qualora si considerino anche gli scontri morali, simbolici che la sua produzione non stenta a mostrare. C’è poi ovviamente un filone politico che può essere più o meno messo in luce e che sia nell’Edipo re, che nell’Edipo a Colono emerge chiaramente: la critica sofoclea alla democrazia; Edipo fa continui riferimenti alla propria origine aristocratica senza contare che nell’Atene di Teseo “il discorso non è per le masse”. Il cittadino ateniese che Edipo incontra per primo non consulterà il popolo della città in merito a Edipo, ma solo gli abitanti del luogo, a Colono (77-80). Polinice spiega che Eteocle lo ha condotto erroneamente fuori da Tebe, “avendo persuaso la città”. Edipo a Colono include molte note di ostilità sul potere di inganno delle parole, “un’altra critica delle assemblee democratiche". Oltre che alla critica democratica, si nota una disapprovazione continua verso quella che è la corruzione politica, specialmente la demagogia. Si veda ad esempio le lusinghe di Creonte ad Edipo. L’Edipo a Colono è poi la scena della disgregazione e del rafforzamento dei legami familiari che qui convergono, s’intrecciano, si escludono a vicenda in un perpetuo gioco di inclusione ed esclusione che travolge tutta la famiglia di Edipo: dalla figlie, a Polinice, fino a lui stesso. Una disgregazione graduale che sembra rifarsi non soltanto alla difficile situazione familiare del vecchio tragediografo (cfr. trama), ma ad una condizione sociale che anche Tucidide non mancherà di far notare nella sua Guerra del Peloponneso. “Nel descrivere il deterioramento generale della pubblica moralità durante la guerra del Peloponneso, Tucidide (3.82) fa riferimento al fatto che le relazioni familiari erano più deboli delle fazioni politiche, poiché le fazioni erano più pronte ad intraprendere azioni audaci. L’Elettra di Sofocle (418?) aveva anche esplorato la bassa moralità dei giovani rampolli della aristocrazia, come la voluttà di Oreste ed Elettra nell’uccidere la loro stessa madre, un’azione in cui non mostrano alcuna esitazione, freno morale o rimorso, come Oreste aveva fatto nelle Coefore di Eschilo cinquanta anni prima”. E forse non manca nell’opera una punta di rammarico, un tentativo di discolparsi: magari Sofocle (Edipo che rivendica la propria innocenza) si trova in procinto di morire a fare i conti con se stesso, con la propria personalità, a riflettere sui propri gesti, e magari a chiedere pietà per errori di cui non era stato consapevole. D’altra parte non mancarono nell’Atene del V secolo molti che videro notevoli parallelismi tra il vecchio tragediografo e l’Edipo dell’Edipo a Colono.

Le due tragedie di Sofocle si prestano certamente ad un’interpretazione misterica, nel senso che la cecità di Edipo è concretizzazione del buio della sua anima, della non-conoscenza nella quale egli latita; ma sarà proprio questa menomazione, questa rinuncia obbligata e voluta allo stesso tempo, ad acuire gli altri sensi, a colmare il vuoto che lo separa dalla verità. Ed è così che alla cecità fa da contraltare l’illuminazione interiore icasticamente simboleggiata dalla scomparsa di Edipo nella scena finale. Ed è proprio in questa definitiva ricompensa che l’ottimismo di Sofocle rivela tutta la sua profonda umanità: la comprensione dei misteri, nonostante tutte le rinunce che essi impongono, costituiscono una chiave d’accesso alla beatitudine. E questa via per la salvezza non è qualcosa di etereo, non è qualcosa di esterno alla scena, ma è qualcosa che risiede nell’intimo dell’uomo, nelle proprie origini, in quel "conosci te stesso" che non è solamente un motto delfico, ma un invito accorato ad interrogare gli abissi della propria anima, a costo di scoprire una verità così truculenta da annientarci. E proprio nell’Edipo Re si apre il baratro nella responsabilità individuale in relazione ad una legge superiore, divina, che pare annientare o sollevare senza logicità. Se l’uomo è responsabile delle sole azioni che commette scientemente, allora Edipo è innocente e soffre ingiustamente. Tale prospettiva avrebbe di fatto compromesso la visione sofoclea del soprannaturale che è invece permeata da una splendida e genuina fiducia nei soffi appena afferrabili della sapienza oracolare. La colpa di Edipo non è in fondo quello di essersi unito alla madre o quella di aver ucciso il padre, ma, paradossalmente, la protervia di aver voluto conoscere ad ogni costo la propria identità. O meglio, quest’ultima è stata la molla di una colpa che risiede nel non aver conosciuto prima chi realmente fosse. Ma come avrebbe potuto Edipo riconoscere un uomo come suo padre senza averlo mai veduto se non in fasce? Ed ecco che la teodicea sofoclea si dispiega: l’uomo è sottomesso agli eventi, ma il loro tragico dispiegarsi non impedisce all’individuo di ritrovare la verità e di accedere, attraverso essa, alla salvezza. Pur tuttavia la verità è spesso inaccettabile, e labile è il confine tra legittimità della ricerca della verità e tracotanza, il voler superare i propri limiti. Sia chiaro che Edipo non apprende la verità nell’atto di accecarsi (che è invece il rifiuto esasperato del non voler vedere il vero), ma in seguito, mentre con la figlia Antigone, esule dalla patria, vaga senza meta: soltanto nella solitudine del viaggio, nel preludio dell’Edipo a Colono, Edipo conoscerà se stesso, accetterà il proprio destino e proprio in questa consapevolezza si dimostrerà ad esso superiore. Pur consapevole della propria sorte, Edipo, uomo in rivolta contro il fato, si trasforma in un Sisifo felice che, pur condannato, trova la felicità nella sua condanna a morte. Edipo sa infatti quando morirà: dopo una folgore. Conoscenza e morte: questo tutto quello che l’uomo deve sapere e che Edipo ha appreso così da poter morire felice. Ed ecco che agli occhi del lettore Edipo si trasforma, seppure impercettibilmente, in un qualcosa di sovrumano, proprio perché è ormai abbastanza saggio da riconoscere i limiti e da accettarli. È emblematico d’altra parte che Edipo non si suicidi alla fine dell’Edipo Re come invece fa Giocasta: sulla donna pesa non soltanto la relazione incestuosa col figlio, ma anche, e soprattutto, il peso di una colpa che è in definitiva la sua troppa debolezza nell’opporsi al parere del marito. La sua è una colpa volontaria, o magari la donna è soltanto strumento del fato. È in questa indecisione che il dramma si esaspera, che la tragedia esplode. È per questo che, in fin dei conti, l’Edipo a Colono è una tragedia col lieto fine: questo dramma è stato superato definitivamente, ed Edipo è felice. Ma nell’Edipo Re questo contrasto è ancora insoluto: qual è lo spazio della libertà umana, quale invece quello del fato? La libertà sta là dove il fato offre una scelta: e questa decisione riecheggia per tutta la vita, ora condannando, ora invece consacrando. Edipo ha deciso di uccidere quell’uomo, ma non ha deciso che quello fosse suo padre. Giocasta ha deciso, seppure nella sua passività, la morte del figlio, ma non ad unirsi con lui. La soluzione definitiva di Sofocle non è la rivolta, ma la resa incondizionata al destino, agli oracoli: l’uomo non sarà mai tanto rispettoso da sfuggire alla rovina. Resistere non serve a niente. La grande forza drammatica della macchina narrativa di Sofocle sta in quest’annientamento progressivo di tutti gli innocenti, in questo dolore che distrugge anche il più felice dei mortali. Il destino è imprevedibile, la resa è l’unica soluzione. Ça va sans dire che il destino è fondamentalmente giusto, nel senso che non può essere terribile un qualcosa che permette anche l’esistenza delle gioie della vita, come ad esempio l’amore. Se poi esiste la morte, Sofocle non può far nulla.

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