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Corrispondenze, Charles Baudelaire

È la pietra miliare per i poeti della generazione successiva a Baudelaire, cioè i Simbolisti, (seconda metà ‘800). Fra questi, il caposcuola è considerato Rimbaud, mentre Verlaine e Mallairmè pubblicheranno su di una rivista parigina dal 18. La loro magna carta è proprio Corrispondenze.
Per Baudelaire l’uomo borghese, materialista non può capire la realtà perché le sue capacità sono travolte dai suoi miti (denaro, successo). Baudelaire è convinto che la conoscenza del Reale avviene non per procedimenti logici ma per decifrazione. Tutta la realtà naturale è un universo di segni e se uno non capisce il significato di questo non può recepirne il messaggio. Tutto l’universo e l’uomo dentro esso sono un’enciclopedia di segni intrecciati e che si corrispondono per un’origine comune, una trascendenza da qualcosa che va oltre il tempo. Tutti questi segni comunicano ma non alla ragione, alla mente, alla scienza, sono misteriosi e confusi. L’uomo comune non è in grado nemmeno di sentire le loro voci, solo l’artista ha una sensibilità e una capacità che forniscano con la poesia lo strumento di percepirle. È una sorta di sacerdote che sa leggere i segni della Natura e tradurli in poesia, traduzione in parole del messaggio originario. Tutte le cose che ci sono nell’universo avendo origine unitaria vengono da una unica profondità insondabile che contenga in se anche cose opposte, come notte e splendore solare. Poiché l’uomo anche viene da qui ogni tanto i segni gli parlano e anche se apparentemente queste voci (profumi colori sensazioni tattili gusti) sono separate, in realtà parlano assieme a tutte e 5 i sensi. La natura è un’enorme sinestesia analogica. Un mondo penetrabile sono intuitivamente, attraverso emozioni, sensibilità, procedimenti irrazionali. Per Baudelaire tutto l’universo è un gioco infinito di corrispondenze nascoste, che il cervello non sa cogliere. Per comprendere bisogna decifrare, processo estremizzato in seguito dai simbolisti, che non seguiranno più regole metriche e la retorica tradizionale, per creare un linguaggio suggestivo e indefinito.

Questa teoria, detta dell’analogia universale, era già diffusa in periodo romantico in Europa, non è di invenzione di Baudelaire. F. Shelling, un romantico precedente a Baudelaire aveva sostenuto che c’erano degli aspetti comuni in tutte le arti che passano per la bellezza esaltata. Diceva che la natura oltre ad essere fonte di conoscenza è un insieme di segni. La Natura è uno spirito, un organismo vivente. Baudelaire le sente vicine alla sua idea di poeta artista globale. Secondo lui il poeta sa interpretare la realtà con tutte le arti, visive, sonore, retoriche. C’è piena corrispondenza fra vita dello spirito e fisicità, i piaceri materiali sono paralleli e corrispondono a quelli spirituali. Tutte le esperienze del poeta hanno il fine di decifrare le misteriose voci dell’universo. Nel 1846 aveva pubblicato un saggio sell’arte, dove dichiarava di credere nella corrispondenza di suoni, colori e profumi. Svolgerà in prosa questa teoria solo molto dopo. Nel 1857 porta E. Allan Poe in Europa, traducendolo e pubblicando le sue opere in cui fa una prefazione dove spiega la concezione mistica dell’arte. Dice che l’uomo ha sete dio ciò che è al di la, prova della nostra immortalità. È con e attraverso la poesia che l’anima, non la ragione, “intravede gli splendori posti al di là della tomba”. Non approva una fede ma intuisce l’immortalità. Chi è il poeta? È il sapiente artefice di immagini, non tecnicismi. È un sacerdote inebriato che riesce a percepire ciò che gli altri non sentono. Vive lo spleen, l’angoscia, la nausea di cui si libera tramite la poesia. Da Baudelaire in poi la poesia Evoca, non dà quadri ma suggerisce, da input per leggere la realtà, che non comprendi logicamente. È una poesia che da ponte fra i poeti romantici inglesi (laghisti) e americani.

Albatro, Baudelaire

È una delle poesie più famose, il secondo componimento del libro “le fleurs du mal”. Dichiara cosa è per lui la poesia e chi è il poeta, essere disadattato e strano. Nell’originale francese sono 4 quartine con rima alternata a verso alessandrino, mentre nella traduzione Luigi de Nardis rende con degli endecasillabi.

Il verso alessandrino è il più diffuso nella letteratura francese, tipico della narrazione perché piuttosto ampio, usato in lingua d’oil dal medioevo. Sono 12 posizioni divise in due emistichi di 6 sillabe. Si è iniziato ad usarlo in poesia dal 16esimo secolo. Molto usato fra 6-700 per scrivere drammi in versi. In italiano si chiama verso Martelliano, composto da due settenari.

Spleen, Baudelaire

È un misto di malinconia, tristezza, angoscia, paura paralizzante, situazione di panico e sensazione di irretimento. Sono molte con lo stesso titolo ma questa è quella con più vigore. Sono cinque quartine a rima alternata. Nella traduzione ovviamente aumentato a 25 versi. Metafora a inizio del primo distico di ogni quartina. Il secondo distico presenta l’anafora di e quando, ossessivamente ripetuto. Il ritmo accelerato gli conferisce un senso di attesta. Lo stile è realistico, il registro basso del parlato e crudo in alcuni pezzi, mentre in altri si trova lo stile sublime con figura alte, a prova del linguismo di Baudelaire. C’è una vena di ironia snobistica, gli schifa la vita vuota in questo mondo. Nessun rapporto cordiale né con uomini, né con natura. Campo semantico di claustrofobia, asfittico, umidità. Silenzi funebri e suoni stridenti, luce nera.

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