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In tutta la produzione verghiana non si trova un’accusa più esplicita e più dura contro l’ipocrisia e la corruzione morale della classe dominante, decisa a fare giustizia, ai danni delle povere persone. Questa novella, è davvero molto significativa, forse, non molto conosciuta, ma molto importante. A Santa Margherita, nella casina del Canonico, il sacerdote stesso e altre donne recitavano il Rosario, quando all'improvviso bussano alla porta. Il sacerdote, così, spaventato, si precipita alla porta, e scopre che è Surfareddu, guardiano armato dei campi e del bestiame a servizio del sacerdote. Il suo contratto sarebbe scaduto proprio quel giorno stesso. Surfareddu, spaventato, racconta l’accaduto: ha commesso un delitto, ferendo a morte un ladro, trovato nei campi del Canonico. A questo punto, dopo aver ascoltato l’accaduto, il sacerdote, invita Surfareddu ad allontanarsi. Pochi giorni dopo arriva in paese il giudice, che intima di portar via il sacerdote, accusato dell’omicidio avvenuto. Dopo un pranzo abbondante offerto dal sacerdote al giudice stesso, quest’ultimo di diparte. Qualche giorno dopo invia qualcuno dei suoi uomini per riferire al Canonico di ritrovare la chiavetta d’oro, che il giudice, aveva sfortunatamente smarrito, nei suoi campi. Il sacerdote, compra a caro prezzo quell'oggetto: il sacerdote viene salvato dal giudice e ogni qual volta che il Canonico tornava a parlare di quell'avvenimento, diceva a proposito del Giudice: “Fu un galantuomo! Perché invece di perdere la sola chiavetta, avrebbe potuto farmi cercare anche l’orologio e la catena”.

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