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Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798 dal Conte Monaldo e da Adelaide Antici. Apparteneva ad una famiglia nobile ma decaduta. Giacomo vive in un ambiente sociale arretrato e feudale in un ambiente familiare privo di affetti: non riusciva a comunicare nemmeno con i compagni perché li trovava molto diversi da lui e ignoranti. Fino a 10 anni fu educato dai precettori, dopo proseguì i sui studi da solo, rinchiuso nella biblioteca paterna, leggendo tutto quello che trovava. Furono 7 anni di “studio matto e disperatissimo” che gli rovinarono il fisico ma gli permisero di acquisire un enorme cultura. Impara il greco, il latino, il francese, l’inglese e lo spagnolo. Nel 1819 in seguito ad una malattia agli occhi che gli impedisce gli studi ebbe una crisi e tenta la fuga dalla sua casa. Andò a Roma per cercare la felicità ma non la trova. Ed egli a Roma si rende conto che non è solo lui a soffrire, ma tutti gli uomini sono infelici, passa così dal pessimismo individuale al pessimismo storico. Il pessimismo individuale è presente nella poesia “Il passero solitario” ; in questa poesia c’è la similitudine tra il passero e il Leopardi, come il passero si trova da solo sull’albero, mentre tutti gli altri uccelli volano e sono felici, così come il poeta sta da solo nella campagna senza curarsi dei compagni della sua età. Quando il Leopardi deluso ritorna a Recanati, si chiude in se stesso e fa una riflessione sulla vita umana e sull’esistenza dell’uomo, elaborando una propria filosofia della vita. Le sue riflessioni lo portano dal pessimismo storico al pessimismo cosmico, in quanto non solo tutti gli uomini soffrono ma anche tutti gli altri esseri come il regno animale e vegetale. Il Leopardi conclude che la causa del dolore umano è la natura, la quale è crudele è differente ai dolori e ne suo processo di trasformazione della materia coinvolge tutti gli esseri viventi. Quindi non ci resta che accettare questa realtà infelice cercando di reagire con la solidarietà.

Tuttavia il Leopardi compose gli Idilli, una raccolta di poesia che si dividono in Piccoli e Grandi Idilli. La parola “Idillio” significa piccolo quadretto di vita pastorale o agreste. I Piccoli Idilli hanno contenuto soggettivo e personale, rispecchiano cioè il pessimismo personale del Leopardi. I Grandi Idilli hanno un contenuto oggettivo ed universale, parlano cioè del dolore di tutti gli esseri umani e parlano del Pessimismo storico. Nella prima fase del suo pensiero, il Leopardi considera la natura positivamente, donatrice di vita e di felicità, che ha dato agli uomini il dono delle illusioni e dell’immaginazione, mediante le quali è possibile immaginare una vita bella e felice. Con l’avvenimento dell’età moderna l’umanità è venuta a scoprire la verità e sono crollate le illusioni, le speranze, per cui la vita diventa sofferenza la quale termina solo con la morte.

A Silvia

Giacomo Leopardi dedica i versi della poesia A Silvia ad una ragazza in cui si può riconoscere Teresa Fattorini, vicina di casa dello scrittore e morta giovanissima di tubercolosi.
Questo poema, che si potrebbe apparentemente scambiare per una dichiarazione d’amore, è in realtà un’amara riflessione sulla vita e sulla giovinezza. La triste vicenda di Teresa è per Leopardi lo spunto per riflettere sulle sue tristi analogie con l'esistenza umana: il poeta spiega come all’illusione e alla speranza degli anni giovanili si sostituiscano tristemente, nell’età adulta, il disincanto e l’amarezza per le sofferenze che la vita impone.
Per meglio rimarcare il distacco tra l'età dell’adolescenza e l’età adulta, Giacomo Leopardi divide il poema in due parti: nella prima descrive la spensieratezza della gioventù (Silvia viene vista nella spensieratezza della sua giovane vita, intenta ai lavori quotidiani, al telaio, mentre il suo canto si diffonde tutt'intorno e la sua mente è occupata dal pensiero dell'indefinito e desiderato avvenire); nella seconda parte riflette invece sulla morte di Silvia e, più in generale, sulla distruzione delle speranze e sulla disillusione dell’uomo adulto (le speranze sono svanite e l'uomo si rende conto dell'unica vera meta, la morte).

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.
Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,

cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

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