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Iliade, I canto dal 1 verso al 74

Raccontami, o Musa, l’ira rovinosa di Achille figlio di Peleo che recò agli Achei dolori infiniti, gettò nell’Ade anzi tempo molte anime vigorose d’eroi, e fece delle loro salme il pasto orrendo di cani e uccelli (così si compiva il volere supremo di Zeus), da quando in principio un aspro litigio divise il re dei prodi Agamennone e il divino Achille.
E quale degli dei li rese nemici? Il figlio di Latona e di Giove. Quel dio irato con il re destò nell’accampamento una malattia mortale, e la gente moriva: colpa del figlio di Atreo, che oltraggiò il sacerdote Crise.
Crise era venuto alle veloci navi degli Achei per riscattare la figlia con molto denaro. In mano reggeva le bende, e lo scettro d'oro dell’arciere Apollo: e supplicando tutti, [si rivolse] agli Achei, e in particolare ai due condottieri figli di Atreo:

«O Atridi, egli disse, o Achei calzati di coturni, gli abitanti immortali del cielo vi concedano di conquistare la città di Priamo, e di tornare salvi in patria. Deh! restituitemi la cara figlia e ricevetene il riscatto, e rispettate il saettante figlio di Giove.» – Alla supplica, tutti approvarono: il sacerdote deve essere rispettato, e le ricche offerte devono essere accettate. Ma non essendo la proposta gradita al cuore di Agamennone, il superbo lo scacciò in malo modo, e aggiunse minaccioso:
«Vecchio, fai in modo che io non ti trovi né ora né in futuro nei pressi di queste navi; perché forse non ti servirebbe lo scettro né la benda del dio. Costei non sarà libera, se prima lontano dalla patria, in Argo, non la sfiorerà la vecchiaia, intenta all’opera delle spole e assunta come parte del mio letto regale. Ora vai, e non mi irritare, se desideri andartene salvo.»
Il vecchio si impaurì, e obbedì al comando. Si incamminò silenziosamente lungo la riva del mare in tempesta; e misosi in disparte, rivolse questa supplica al santo Apollo figlio di Latona:
«Dio dall'arco d'argento, o tu che proteggi Crisa e la santa Cilla, e sei il possente imperatore di Tenedo, o Sminteo*, deh, ascoltami. Se ho mai adornato il tuo splendido tempio di corone consacrate, se ho sacrificato a te le grasse cosce di giovani buoi e caprette, esaudiscimi questo voto; i Greci paghino il mio pianto attraverso le tue frecce.»
Così disse pregando. Febo lo ascoltò, e scese dalle cime dell'Olimpo in gran disdegno, con l'arco sulle spalle, e la faretra ben chiusa. Le frecce sulle spalle dell’irato emettevano un tintinnio orrendo al variare dei grandi passi; ed egli veniva giù simile alla scura notte. Si mise davanti alle navi: da lì scoccò un dardo, e l’arco d’argento mandò un ronzio terribile. Prima colpì i muli e i veloci cani, poi prese a ferire gli uomini, vibrando le frecce mortali; così che per tutto ardevano le pire dei corpi senza vita. Per nove giorni volarono per il campo acheo le frecce divine. Nel decimo Achille chiamò a parlamento le truppe; poiché Giunone, la dea dalle bianche braccia, impietosita dagli Achei morenti, gli mise nel cuore questo consiglio.

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