Quante volte hai promesso a te stesso che da lunedì avresti iniziato a studiare seriamente, cambiato un'abitudine o finalmente preso quella decisione che rimandi da settimane? E quante volte, arrivato lunedì, hai trovato un motivo perfettamente ragionevole per aspettare ancora un po'?
Se ti riconosci in questa situazione, probabilmente hai qualcosa in comune con Zeno Cosini. Il protagonista de La coscienza di Zeno, romanzo pubblicato da Italo Svevo nel 1923, è un uomo che trascorre buona parte della propria vita a cercare di cambiare, senza riuscire davvero a mettere in pratica i suoi propositi.
Continua a rimandare, si contraddice, sbaglia e poi costruisce spiegazioni per convincere se stesso di avere agito nel modo giusto. Non è semplicemente un uomo pigro o privo di volontà.
È l'espressione di una condizione molto più complessa, che attraversa buona parte della letteratura del Novecento: l'inettitudine, ovvero la difficoltà dell'individuo a tradurre le proprie intenzioni in azioni, ad affrontare le scelte e ad adattarsi alle aspettative della società.
Ma chi è davvero Zeno? Perché Svevo lo considera un inetto? E cosa c'entrano una sigaretta, la psicoanalisi e la crisi dell'uomo moderno?
Indice
Zeno Cosini, il campione dei rinvii
Zeno continua a rimandare, si contraddice, sbaglia. Poi fa la mossa più riconoscibile di tutte: costruisce spiegazioni per convincere se stesso di aver agito nel modo giusto.
Più che un uomo pigro o senza volontà, Zeno è l'espressione di una condizione più complessa. Si chiama inettitudine: la difficoltà di tradurre le intenzioni in azioni, di affrontare le scelte e di adattarsi alle aspettative della società.
Per inquadrare il personaggio serve conoscere il suo autore. Nato a Trieste nel 1861, quando la città faceva ancora parte dell'Impero austriaco, Ettore Schmitz divenne noto con lo pseudonimo di Italo Svevo.
A caratterizzare la sua esistenza furono il confronto fra culture differenti, l'attività nel settore degli affari e una grande attenzione per la psicologia. Il tema dell'inetto l'aveva già affrontato in Una vita (1892) e Senilità (1898), ma è con il romanzo del 1923 che lo sviluppa in una forma narrativa davvero innovativa.
Al centro della storia, infatti, c'è un uomo pieno di dubbi e debolezze, lontanissimo dall'eroe che domina gli eventi. Alla base c'è la crisi delle certezze del primo Novecento, periodo in cui la letteratura inizia a dubitare dell'immagine di un individuo del tutto razionale e capace di controllare il proprio destino.
La trama: una terapia psicoanalitica
Zeno è un borghese triestino che decide di sottoporsi a una terapia psicoanalitica. L'obiettivo è capire le cause del proprio malessere.
Il medico, chiamato dottor S., gli consiglia di mettere per iscritto un'autobiografia, tornando sugli episodi più importanti della sua vita. Da qui nasce il racconto che occupa gran parte del romanzo.
Nelle pagine scorrono i nodi principali della sua esistenza:
- il rapporto complicato con il padre;
- il vizio del fumo;
- il matrimonio con Augusta;
- la relazione extraconiugale con Carla;
- le vicende economiche condivise con il cognato Guido.
La psicoanalisi è la disciplina sviluppata da Sigmund Freud tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Attribuisce un ruolo fondamentale ai processi inconsci, ai desideri rimossi e alle esperienze che influenzano il comportamento senza che l'individuo se ne renda pienamente conto.
Svevo usa questi strumenti per costruire il romanzo, ma con uno sguardo ironico e critico. Ed è proprio questo uno degli aspetti più originali del libro.
Un racconto senza ordine cronologico
La storia segue un ordine tutto suo. I ricordi di Zeno si intrecciano, tornano indietro nel tempo e si organizzano per temi, proprio come succede quando una persona prova a ricostruire il proprio passato.
Anche la struttura del romanzo lo mostra bene. Oltre a una prefazione e un preambolo, il libro è diviso in sei sezioni tematiche:
- Il fumo;
- La morte di mio padre;
- La storia del mio matrimonio;
- La moglie e l'amante;
- Storia di un'associazione commerciale;
- Psico-analisi.
C'è poi un dettaglio fondamentale: nessuno può essere certo che Zeno dica sempre la verità. Il protagonista interpreta gli eventi attraverso ricordi, giustificazioni e contraddizioni, a volte evidenti.
Chi legge, quindi, ha un doppio compito: seguire la storia e capire cosa si nasconde dietro le parole di chi la racconta. Un lavoro da detective, più che da semplice lettore.
Nemmeno il medico è una figura del tutto affidabile. Nella prefazione il dottor S. dichiara di voler pubblicare le memorie del paziente per vendicarsi dell'interruzione della terapia.
Zeno, dal canto suo, mette continuamente in dubbio l'efficacia della cura e arriva a dichiararsi guarito. Possiamo credergli? Il romanzo lascia la domanda aperta: separare la malattia dalla normalità, o una vera guarigione dall'ennesima autogiustificazione, resta difficile.
Cosa significa essere un inetto per Svevo
L'inetto sveviano è un individuo che fatica ad agire in modo deciso e coerente. Succede soprattutto davanti alle responsabilità e alle aspettative della vita adulta.
Zeno vorrebbe essere determinato, ma spesso cambia idea. Prova a comportarsi correttamente e finisce per contraddirsi, desidera controllare la propria esistenza e si lascia trascinare dalle circostanze.
Per farla breve, la sua inettitudine emerge soprattutto nella distanza tra ciò che pensa e ciò che fa. Ed è qui che chiunque abbia rimandato un'interrogazione può riconoscersi.
Attenzione, però, a liquidarlo come un incapace. Zeno possiede intelligenza, spirito critico e una particolare capacità di osservare gli altri, e in alcune situazioni ottiene risultati migliori di persone apparentemente più sicure di lui.
Il romanzo si fa interessante proprio a questo punto. Svevo mette in dubbio che chi appare forte, deciso e perfettamente adattato alla società sia per forza più sano o più consapevole di chi vive nel dubbio.
Nel corso della storia, infatti, anche le figure più equilibrate rivelano fragilità e contraddizioni. Il confine tra salute e malattia si fa molto meno netto, e l'inettitudine diventa uno strumento per osservare criticamente il mondo.
Nel finale il romanzo arriva a immaginare una catastrofe prodotta dalla tecnologia e dalla capacità distruttiva dell'uomo. La riflessione si sposta così dal malessere del singolo a quello dell'intera civiltà: e se la malata fosse la società?
Ultima sigaretta, il simbolo del rimandare
Tra gli episodi più celebri del romanzo c'è quello dell'ultima sigaretta. Zeno è convinto di dover smettere di fumare e si persuade che quella che sta per accendere sarà davvero l'ultima.
Per riuscirci stabilisce date precise e formula promesse solenni. Il problema è che ogni ultima sigaretta viene seguita da un'altra.
Il fumo diventa così un esempio concreto della sua inettitudine. Zeno conosce perfettamente l'obiettivo, ma non riesce a trasformarlo in un comportamento stabile.
Nella narrazione c'è anche un altro livello, oltre alla difficoltà di abbandonare una dipendenza. Ogni nuovo proposito offre a Zeno l'occasione di immaginare una versione migliore di sé, senza doverla realizzare subito.
La promessa di cambiare finisce così per trasformarsi in un modo per rimandare il cambiamento. Suona familiare? È il meccanismo che rende Zeno sorprendentemente riconoscibile anche oggi.
Il paragone, comunque, ha un limite. L'inettitudine sveviana è una condizione letteraria ed esistenziale, legata alla crisi delle certezze dell'uomo moderno, e va ben oltre la semplice tendenza a procrastinare.
Zeno, del resto, conosce tutti i propri difetti. Saperli elencare, però, non gli basta per lasciarseli alle spalle: un po' come segnare "lunedì" sul calendario.