Mangiare in Italia, pregare in India e amare a Bali. Tre azioni, tre luoghi del mondo e un significato che va ben oltre la geografia.
È questa l'idea alla base di Mangia, prega, ama, il libro autobiografico di Elizabeth Gilbert, pubblicato nel 2006 e diventato nel 2010 un film con Julia Roberts nei panni della protagonista.
Una storia che ha trasformato tre semplici parole in una delle espressioni più conosciute degli ultimi vent'anni, fino a farne quasi una filosofia di vita. Ma perché proprio questi Paesi? E cosa hanno a che fare il piacere del cibo, la spiritualità e l'amore con la ricerca della felicità?
La risposta arriva dalla storia di una donna che, pur avendo apparentemente tutto ciò che si possa desiderare, si rende conto di non essere felice. Decide così di lasciarsi alle spalle la propria quotidianità e partire per un viaggio attraverso tre continenti, alla ricerca di qualcosa che aveva smarrito: il proprio equilibrio.
Un percorso che racconta come, a volte, per capire cosa vogliamo dalla vita sia necessario rimettere in discussione ciò che abbiamo sempre dato per scontato.
Indice
Il punto di partenza di Elizabeth Gilbert
Per capire cosa si vuole dalla vita, a volte serve rimettere in discussione quello che si è sempre dato per scontato. È il cuore della storia di Gilbert, che decide di partire proprio quando, vista da fuori, la sua vita sembra completa.
All'inizio degli anni Duemila la scrittrice ha una carriera affermata, una casa e un matrimonio. Sono gli elementi che, almeno per chi osserva dall'esterno, compongono il quadro di una vita realizzata. Lei però non si sente felice.
Il paradosso è tutto qui: avere apparentemente tutto ciò che si può desiderare e accorgersi che manca qualcosa. Quel qualcosa, nel racconto, ha un nome preciso: il proprio equilibrio.
La svolta arriva dopo la fine del matrimonio e di una relazione sentimentale successiva. Gilbert sceglie allora di lasciarsi alle spalle la quotidianità e di dividere circa un anno fra tre Paesi: prima l'Italia, poi l'India, infine l'Indonesia.
Spoiler: ogni destinazione finirà per dare significato a una delle tre parole del titolo. Il viaggio procede per tappe successive, e ciascuna aggiunge un pezzo alla ricerca personale della protagonista.
Da questa esperienza nasce Eat, Pray, Love, il libro autobiografico pubblicato nel 2006. Il volume ottiene un enorme successo internazionale. Nel 2010 arriva anche al cinema: l'omonimo film è diretto da Ryan Murphy, con Julia Roberts nei panni della protagonista.
Mangiare: il piacere di vivere in Italia
Mangiare, nel viaggio di Gilbert, significa concedersi il piacere senza dover per forza ottenere qualcosa in cambio. La prima tappa è l'Italia, dove la scrittrice trascorre alcuni mesi tra Roma e altre città.
Le sue giornate ruotano attorno alla scoperta della lingua e della cultura. E soprattutto della cucina italiana, che diventa il simbolo dell'intera tappa.
Il verbo "mangia" rappresenta così il piacere di vivere: la capacità di regalarsi qualcosa di bello senza sentirsi continuamente obbligati a raggiungere un risultato. Il cibo smette di essere soltanto una necessità.
A tavola si rallenta, si condivide il tempo con altre persone, si dà valore alle esperienze più semplici. Il pasto diventa un momento da vivere, prima ancora che un bisogno da soddisfare.
C'è anche un passato da cui staccarsi. Per anni ha rincorso aspettative personali e sociali; ora la protagonista cerca di riassaporare il piacere di dedicarsi a qualcosa semplicemente perché le piace.
La prima lezione del viaggio, per farla breve, è questa: alcune delle cose che facciamo possono esistere anche senza uno scopo produttivo. Una pausa, una passione coltivata, un momento goduto senza pensare già al successivo possono contare quanto tutto il resto.
Quante volte, tra scuola, impegni e obiettivi da centrare, ci si ferma a fare qualcosa solo perché piace? La tappa italiana mette proprio questo al centro: il diritto di godersi le piccole cose.
Pregare: il tempo per ascoltarsi in India
Pregare, nella seconda tappa, vuol dire fermarsi e guardarsi dentro. Dall'Italia il viaggio prosegue in India, dove Gilbert trascorre un periodo in un ashram, cioè un luogo dedicato alla pratica spirituale e alla meditazione.
Dopo aver riscoperto il piacere delle esperienze quotidiane, la scrittrice sente il bisogno di rivolgere l'attenzione al proprio mondo interiore. Lo sguardo, insomma, si sposta dall'esterno all'interno.
Il verbo "prega" rappresenta la ricerca di consapevolezza e di equilibrio personale. Gli strumenti di questa ricerca sono la meditazione e la disciplina spirituale.
Attraverso questa pratica la protagonista cerca di comprendere le proprie emozioni e di affrontare le difficoltà del passato. L'obiettivo è una serenità che dipenda il più possibile da lei, e sempre meno da ciò che le accade intorno.
Il senso di questa tappa si può leggere anche oltre la dimensione religiosa. Qui il viaggio parla a chiunque, credente o no, perché riguarda il rapporto con sé stessi.
Basta pensare a una quotidianità scandita da impegni, notifiche e aspettative. Ritagliarsi del tempo per fermarsi e riflettere su ciò che si prova può aiutare a capirsi meglio.
La lezione indiana ribalta la logica del fare sempre di più. A volte la cosa più utile è concedersi lo spazio per capire come si sta.
Amare: la ricerca di equilibrio a Bali
Amare, nell'ultima tappa, vuol dire costruire legami con gli altri restando sé stessi. Il viaggio si chiude a Bali, in Indonesia, dove Gilbert prova a mettere insieme quello che ha imparato nei mesi precedenti.
Se in Italia ha imparato a godersi di nuovo il piacere e in India a guardarsi dentro, a Bali cerca un equilibrio fra queste due parti. È la tappa della sintesi.
Nel corso della permanenza incontra di nuovo Ketut Liyer, il guaritore balinese che aveva conosciuto durante un precedente viaggio. Fa nuove amicizie e conosce Felipe, con il quale inizia una storia d'amore.
Eppure il verbo "ama" va oltre l'innamoramento. Il significato comprende anche la possibilità di creare relazioni autentiche restando fedeli a sé stessi.
Nella prospettiva raccontata dal libro, amare qualcuno significa imparare a condividere la propria vita mantenendo un equilibrio personale. Rinunciare a sé stessi per l'altro, in questa visione, è proprio ciò da evitare.
È il punto d'arrivo del viaggio. La felicità sta nella possibilità di coltivare insieme la cura di sé e il legame con gli altri, lontano tanto dall'isolamento quanto dalla dipendenza dagli altri.
Insomma, tre Paesi, tre verbi, un solo traguardo: l'equilibrio.