pasta fresca

Diciamo la verità: in Italia siamo divisi su quasi tutto. Dal calcio alla politica, dal pandoro al panettone, fino alla pizza con l’ananas, non c’è argomento che non spacchi il Paese in due fazioni. Su una cosa, però, siamo tutti d’accordo: guai a toccare la pasta. 

È il piatto che mette d’accordo famiglie e intere generazioni, e basta che qualcuno spezzi uno spaghetto o versi un filo d’olio nell’acqua bollente perché la discussione prenda fuoco.

Oggi, domenica 25 ottobre, si celebra il World Pasta Day, la giornata mondiale dedicata a uno degli alimenti più amati e diffusi al mondo. Istituita nel 1998, quest’anno festeggia la 28esima edizione: e quale occasione migliore per scoprire qualcosa di nuovo su un piatto che pensiamo di conoscere alla perfezione? 

Ecco cinque curiosità che potrebbero cambiare il modo in cui guardi il prossimo piatto di spaghetti. 

Indice

  1. La pasta è arrivata in Italia grazie a Marco Polo? Non proprio
  2. Per secoli gli spaghetti al pomodoro non sono esistiti
  3. Aggiungere olio nell'acqua di cottura serve davvero?
  4. Perché esistono così tanti formati di pasta?
  5. Gli italiani sono davvero quelli che mangiano più pasta al mondo?

La pasta è arrivata in Italia grazie a Marco Polo? Non proprio

Secondo una delle leggende gastronomiche più famose, sarebbe stato Marco Polo a portare gli spaghetti in Italia dopo il suo viaggio in Cina, alla fine del Duecento. Una storia affascinante, peccato che non corrisponda alla realtà.

La pasta, infatti, era conosciuta nell'area mediterranea ben prima del ritorno dell'esploratore veneziano. Già nell'antichità Greci e Romani preparavano impasti a base di farina e acqua, mentre nel XII secolo la Sicilia era diventata un importante centro di produzione e commercio di pasta secca.

Nel 1154, il geografo arabo al-Idrisi descriveva addirittura una produzione di pasta a forma di fili nei pressi di Palermo. Insomma, Marco Polo non ha inventato gli spaghetti italiani e la storia della pasta è molto più antica e complessa di quanto suggerisca la leggenda.

Per secoli gli spaghetti al pomodoro non sono esistiti

Oggi ci sembra impossibile immaginare la cucina italiana senza un bel piatto di pasta al pomodoro. Eppure, per buona parte della sua storia, la pasta è stata mangiata senza il condimento che oggi consideriamo più tradizionale.

Il motivo è semplice: il pomodoro è originario delle Americhe e arrivò in Europa soltanto dopo i viaggi di esplorazione iniziati alla fine del Quattrocento. Prima della diffusione dei sughi al pomodoro, la pasta veniva condita soprattutto con formaggio, verdure e altri ingredienti disponibili sul territorio.

L'abbinamento che oggi rappresenta la cucina italiana in tutto il mondo è quindi molto più recente della pasta stessa. Una dimostrazione di come anche le tradizioni gastronomiche più radicate siano il risultato di incontri, scambi e trasformazioni avvenuti nel corso dei secoli.

Aggiungere olio nell'acqua di cottura serve davvero?

C'è chi lo fa per abitudine e chi giura che sia il segreto per impedire alla pasta di attaccarsi. Ma versare un filo d'olio nell'acqua bollente è davvero utile?

In realtà, l'olio e l'acqua non si mescolano: gran parte dell'olio tende a rimanere in superficie, senza impedire efficacemente alla pasta di incollarsi durante la cottura.

Per ottenere un risultato migliore bastano alcuni accorgimenti: utilizzare una pentola adeguata, mescolare la pasta soprattutto nei primi minuti e rispettare i tempi di cottura.

Un altro errore piuttosto comune è sciacquare la pasta sotto l'acqua fredda una volta scolata. Se deve essere condita e servita calda, questa operazione elimina parte dell'amido superficiale, utile per far aderire meglio il sugo.

Il risciacquo può invece avere senso in alcune preparazioni fredde, quando occorre interrompere rapidamente la cottura.

Perché esistono così tanti formati di pasta?

Spaghetti, penne, fusilli, rigatoni, farfalle: basta osservare lo scaffale di un supermercato per rendersi conto di quanto sia ampia la varietà della pasta italiana. Ma la differenza tra i formati non riguarda soltanto l'aspetto estetico. Ogni forma modifica il modo in cui la pasta incontra il condimento.

Le scanalature dei rigatoni, per esempio, aiutano a trattenere i sughi più corposi, mentre le spirali dei fusilli catturano piccoli ingredienti e condimenti tra le loro curve. Gli spaghetti, invece, si prestano particolarmente bene a preparazioni in cui olio, acqua di cottura e altri ingredienti formano un'emulsione.

Anche lo spessore influisce sulla consistenza e sulla sensazione al palato. Ecco perché cambiare formato può trasformare l'esperienza di un piatto, persino quando gli ingredienti rimangono identici.

Gli italiani sono davvero quelli che mangiano più pasta al mondo?

Su questo punto, la fama del nostro Paese è meritata. Secondo i dati diffusi in occasione del World Pasta Day 2026, ogni italiano consuma in media circa 23,1 chilogrammi di pasta all'anno.

Un risultato che colloca l'Italia al primo posto nel mondo per consumo pro capite, davanti a Paesi come Tunisia e Ungheria. Ma c'è un altro aspetto interessante: la pasta rappresenta qualcosa che va oltre il semplice momento del pasto.

Secondo un'indagine AstraRicerche realizzata per Unione Italiana Food su un campione di 1.005 italiani, più di sette intervistati su dieci attribuiscono al consumo di pasta in famiglia un significato che va oltre l'alimentazione.

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