Illustrazione di un vaso antico accanto a monete sparse su un banco in un ambiente rustico
Immagine realizzata con AI

Per Vespasiano, imperatore romano e fondatore della dinastia flavia, anche l'urina poteva diventare una fonte di entrate, e quei soldi valevano come tutti gli altri: secondo la lezione attribuita all'imperatore, il valore del denaro non dipende dalla sua origine.

La scelta non piacque al figlio Tito, e lo scambio tra i due è diventato uno degli aneddoti più famosi della storia romana. Da lì nasce il motto latino pecunia non olet, che si usa ancora oggi quando si parla di soldi dalla provenienza discutibile.

Indice

  1. Gli scarti entrano nei conti di Roma
  2. La lezione di Vespasiano a Tito
  3. Cosa significa pecunia non olet oggi
  4. Cosa raccontano Svetonio e Dione Cassio

Gli scarti entrano nei conti di Roma

Perché mai uno Stato dovrebbe tassare l'urina? Perché a Roma l'urina aveva un mercato: c'era chi la raccoglieva e chi la comprava per lavorarla. Vespasiano collegò un'imposta proprio all'urina raccolta nelle installazioni pubbliche.

Le ricostruzioni non coincidono del tutto sul luogo della raccolta. Secondo una di queste, la tassa colpiva l'urina delle latrine gestite da privati; il nome "vespasiani", legato all'imperatore, è invece una denominazione moderna degli orinatoi pubblici.

A chi serviva quella sostanza? Prima di tutto a chi conciava le pelli: dall'urina si ricavava infatti l'ammoniaca, necessaria per quella lavorazione. Lo stesso principio tornava utile nelle botteghe dove si lavavano e trattavano i tessuti.

Queste botteghe si chiamavano fullonicae. Qui l'urina lasciata fermentare aiutava a sgrassare le stoffe, sempre grazie all'ammoniaca che si formava col passare del tempo.

Insomma, una sostanza che oggi finisce nello scarico per i Romani aveva un valore economico concreto. E dove circolava valore, lo Stato poteva incassare: da questa imposta arrivavano entrate cospicue per l'erario, cioè per le casse pubbliche.

La lezione di Vespasiano a Tito

L'idea di fare cassa con l'urina non convinse tutti, a partire dalla famiglia dell'imperatore. Secondo la tradizione fu il figlio Tito, che poi gli succedette sul trono, a rimproverare il padre per la tassa sugli orinatoi.

La risposta di Vespasiano fu pratica. Prese le monete della prima riscossione, le avvicinò al naso del figlio e gli chiese se ne trovasse sgradevole l'odore. Tito rispose di no. A quel punto, nella versione tramandata dallo storico dell'antica Roma Svetonio, Vespasiano gli fece notare l'origine di quei soldi: "Eppure vengono dall'urina".

Ecco la lezione, in una battuta. Per l'imperatore, le monete ricavate dagli orinatoi valevano come le altre: contava il denaro incassato, più della strada da cui era arrivato.

Dietro lo scambio c'è anche una visione dei conti pubblici. Per Vespasiano anche uno scarto, se qualcuno era disposto a usarlo e pagarlo, diventava materia tassabile come tutto il resto.

Cosa significa pecunia non olet oggi

Dall'aneddoto è nata una delle locuzioni latine più citate. Pecunia non olet significa letteralmente "il denaro non ha odore".

Il senso, nell'uso comune, è piuttosto cinico. Il denaro resta denaro qualunque sia la sua provenienza: chi usa la frase sostiene che l'origine dei soldi non li rende di per sé né buoni né cattivi.

Il vocabolario Treccani riassume il significato proverbiale del motto così: la frase indica che "non bisogna sottilizzare troppo circa la provenienza del denaro". È il tono con cui la si sente citare quando qualcuno accetta soldi senza farsi troppe domande.

In una lettura meno cinica, invece, la provenienza non determina il valore dell'utilizzo: soldi arrivati da una fonte poco nobile possono comunque essere spesi bene.

Curiosità: la parola pecunia deriva da pecus, cioè "bestiame", perché un tempo la ricchezza si misurava in animali da allevamento.

Cosa raccontano Svetonio e Dione Cassio

Quanto è affidabile la storia? L'aneddoto arriva da una tradizione antica, accolta dallo storico Svetonio nel De vita Caesarum, le Vite dei Cesari, al libro VIII, capitolo 23.

La stessa tradizione fu ripresa più tardi da Dione Cassio nella sua Storia romana. Due autori antichi raccontano quindi l'episodio, ma entrambi lo riportano come un racconto tramandato.

Il protagonista, invece, è documentato con precisione. Vespasiano nacque il 17 novembre del 9 nell'antico Vicus Phalacrinae, oggi Cittareale, in provincia di Rieti, e suo padre Tito Flavio Sabino fu esattore di imposte e operatore finanziario.

Salì al trono nel 69, l'anno dei quattro imperatori, e regnò dal 69 al 79, l'anno della sua morte.

Nel testo di Svetonio le parole "pecunia non olet" non compaiono alla lettera: il motto è una parafrasi della risposta di Vespasiano.

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