Illustrazione di un uomo che pesta tessuti in una vasca di una lavanderia romana
Immagine realizzata con AI

Nelle lavanderie romane l'urina lasciata fermentare serviva a sgrassare i tessuti, grazie all'ammoniaca che si formava col passare del tempo. Per alcuni laboratori tessili dell'antica Roma era una materia prima utile, da raccogliere e sfruttare in un'attività commerciale vera e propria.

Le botteghe dove si lavoravano i panni si chiamavano fullonicae, e una delle meglio conservate si trova a Pompei. L'urina finì perfino nei conti dello Stato: secondo lo storico Svetonio, l'imperatore Vespasiano introdusse un'imposta collegata a quella raccolta nei luoghi pubblici.

Indice

  1. La chimica del bucato romano
  2. Come lavoravano le fullonicae
  3. La lavanderia di Stefano a Pompei
  4. La tassa di Vespasiano e il denaro che non puzza

La chimica del bucato romano

Tutto parte da una sostanza che il nostro corpo elimina di continuo: l'urea. Quando l'urina restava conservata per un po', alcuni batteri la scomponevano e favorivano la formazione di ammoniaca.

E a che serviva l'ammoniaca? Contribuiva a creare un ambiente alcalino, cioè l'opposto di uno acido. Proprio questa alcalinità rendeva più facile staccare dai tessuti grassi e sporco, un po' come fanno oggi i detergenti per le superfici unte.

I Romani ignoravano i processi chimici che stavano dietro a tutto questo. Avevano però imparato a sfruttarne i risultati, e li usavano con metodo nei loro "laboratori".

L'idea, detta così, fa storcere il naso a chiunque. Molte pratiche antiche però diventano comprensibili appena si conoscono le sostanze che contengono, e il bucato con l'urina è uno degli esempi più chiari: dietro c'era una proprietà chimica precisa, altro che superstizione.

C'è poi un dettaglio da tenere a mente. L'urina era solo una delle risorse a disposizione: nei laboratori tessili si usavano anche terre speciali con proprietà assorbenti e prodotti alcalini di origine minerale.

Bada bene, quindi, a non immaginare un'antica Roma in cui ogni tunica finiva a mollo nell'urina. Il suo impiego dipendeva dal lavoro da fare e dal trattamento richiesto da ciascun tessuto, e non tutti i capi venivano lavati in questo modo.

Anche il motivo va chiarito. La pratica era legata a un'attività produttiva, più che a una questione di igiene pubblica: una sostanza che oggi finisce dritta nello scarico, per quelle botteghe, aveva applicazioni pratiche e un valore economico.

Come lavoravano le fullonicae

Le botteghe dedicate a questo lavoro si chiamavano fullonicae, e chi ci lavorava era un fullo (al plurale fullones). Chiamarle lavanderie è riduttivo, perché la loro attività andava ben oltre la rimozione delle macchie.

Si occupavano infatti anche dei tessuti appena prodotti, soprattutto della lana. Questa fibra poteva conservare grassi e impurità rimasti dalla lavorazione, che andavano eliminati prima che il tessuto fosse pronto.

Pulire, sgrassare, preparare e migliorare l'aspetto dei capi faceva parte di un processo specializzato, diviso in più fasi. Ecco come funzionava, step by step:

  • immersione: i tessuti venivano messi in recipienti pieni d'acqua e sostanze detergenti;
  • calpestamento: i lavoratori pestavano i panni con i piedi, più e più volte, per far uscire lo sporco e far penetrare i prodotti tra le fibre;
  • risciacquo: i capi passavano attraverso diverse fasi di lavaggio con acqua;
  • finitura: in alcuni casi venivano spazzolati, pressati o trattati con lo zolfo per migliorarne l'aspetto.

Il calpestamento era una delle fasi più faticose dal punto di vista fisico. Altro che lavatrice: il metodo univa trattamenti chimici a un'azione meccanica intensa.

Il risultato era un lavoro che richiedeva impianti, conoscenze pratiche e molta manodopera. Una vera industria tessile, molto più sviluppata di quanto si tenda a immaginare quando si pensa all'antica Roma.

La lavanderia di Stefano a Pompei

Buona parte di ciò che sappiamo sulle fullonicae arriva dagli scavi archeologici di Pompei. Lì si trova la cosiddetta lavanderia di Stefano, uno degli esempi meglio conservati di questo tipo di attività.

La sua storia è curiosa. L'edificio in origine era un'abitazione e fu adattato alle attività tessili durante le ultime decadi di vita della città.

Le trasformazioni raccontano bene come funzionava il lavoro. L'antico spazio centrale della casa venne modificato per ospitare una grande vasca, mentre altre strutture furono distribuite nei vari ambienti.

Nella parte posteriore si trovavano i recipienti in cui i lavoratori calpestavano i tessuti e svolgevano una parte del trattamento. Visto nel suo insieme, l'impianto mostra quanto il lavaggio e la preparazione delle stoffe fossero un'attività organizzata.

Perché è arrivata fino a noi in queste condizioni? Quando il Vesuvio seppellì Pompei nel 79, l'eruzione conservò anche i resti di quei luoghi di lavoro.

Grazie a questo, gli archeologi possono ricostruire le operazioni che si svolgevano nella bottega. E conoscere, allo stesso tempo, alcuni aspetti della vita lavorativa degli abitanti della città.

La tassa di Vespasiano e il denaro che non puzza

L'uso dell'urina era così radicato nell'economia romana da finire al centro di uno degli aneddoti più famosi su Vespasiano, imperatore dal 69 al 79. A raccontarlo è lo storico Svetonio.

Secondo il suo racconto, Vespasiano stabilì un'imposta legata all'urina raccolta nelle installazioni pubbliche. Una scelta che al figlio Tito non piacque per niente: gli rimproverò di ricavare soldi da un'attività considerata poco dignitosa.

La replica dell'imperatore è rimasta nella storia. Vespasiano avvicinò al naso del figlio una moneta della prima riscossione e gli chiese se ne trovasse sgradevole l'odore.

Tito rispose di no. A quel punto il padre gli ricordò che quel denaro veniva proprio dall'urina.

Da qui l'aneddoto è stato collegato alla celebre espressione latina pecunia non olet, cioè "il denaro non puzza". Attenzione però a un dettaglio che spesso si perde: Svetonio non riporta letteralmente quelle parole come risposta dell'imperatore.

Al di là della battuta, la storia dice una cosa precisa sull'economia romana. Anche gli scarti potevano acquistare valore, quando esisteva un'attività capace di sfruttarli, come le fullonicae.

Se ti capita di citare la frase in un compito di latino o di storia, quindi, attribuiscila all'aneddoto su Vespasiano e Tito. Il motto è entrato nella tradizione, ma nel testo di Svetonio non c'è.

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