Se vivi lontano e la nostalgia delle tue origini ogni tanto si fa sentire, Ulisse ci è passato prima di te: resta lontano da Itaca per vent'anni e continua a desiderare il ritorno più di qualunque comodità o ricchezza. A raccontarlo è l'Odissea, il poema attribuito a Omero.
Da quasi tremila anni il testo fondativo della cultura occidentale segue il re di Itaca nel suo viaggio verso casa. Rileggerlo da fuorisede, da emigrato o da chi è cresciuto altrove aiuta a dare un nome a quello che si prova.
Indice
La nostalgia nasce dal dolore del ritorno
La parola nostalgia è più giovane di quanto pensi. L'ha inventata nel 1688 uno studente di medicina svizzero, Johannes Hofer, mettendo insieme due termini greci.
Il primo è nóstos, cioè "ritorno", il secondo è álgos, cioè "dolore". Insomma, la nostalgia è letteralmente il dolore del ritorno: il male che fa la distanza da casa, unito al desiderio di rientrarci.
Il sentimento, però, esisteva molto prima della parola. L'Odissea appartiene ai racconti che i Greci chiamavano Nostoi, ossia "i ritorni", le storie degli eroi che dopo la guerra di Troia cercano di rientrare in patria.
Ulisse affronta venti anni lontano da casa
Ulisse, che i Greci chiamavano Odisseo, è il re di Itaca, una piccola isola rocciosa del mar Ionio. Quando parte per la guerra di Troia, lascia a casa Penelope, sua moglie, e il figlio Telemaco, nato da poco.
La guerra dura dieci anni, e a vincerla per i Greci è proprio un'idea sua: lo stratagemma del cavallo di legno. A quel punto basterebbe rimettersi in mare e tornare.
Il viaggio, che dovrebbe durare poche settimane, dura invece altri dieci anni. Lo allontanano sempre di più tempeste, mostri, divinità offese e incontri rischiosi: Polifemo il ciclope, Circe la maga, le sirene.
Quando finalmente rimette piede a Itaca, il figlio è diventato un uomo. Non solo. Credendolo morto ormai da anni, decine di pretendenti hanno occupato il palazzo: vogliono prendere Penelope in moglie e impadronirsi del regno.
Calipso offre tutto, Ulisse vuole il fumo di Itaca
Quando il poema comincia, Ulisse è prigioniero da sette anni sull'isola di Ogigia. Lì vive la ninfa Calipso, bellissima e innamorata di lui, che gli offre una vita comoda, la sua compagnia e perfino l'immortalità.
Trascorre però le sue giornate sulla riva del mare, seduto e in lacrime, mentre guarda fisso l'orizzonte. Non gli manca niente, eppure gli manca tutto.
A raccontare di lui è la dea Atena, sua protettrice: Ulisse vorrebbe almeno vedere il fumo levarsi dai tetti della sua terra, e poi morire. Niente palazzi, niente feste, solo il fumo dei camini di casa.
Quando Calipso, costretta dagli dèi, lo lascia partire, lui le fa un'ammissione sorprendente. Penelope è meno bella di lei, perché è una donna mortale e una dea non invecchia, ma ogni giorno lui desidera soltanto tornare.
Il punto del poema è questo: casa è il proprio posto, prima ancora che il migliore del mondo. Chi vive lontano lo sa, perché a mancare sono i dettagli ordinari: i rumori della strada o i profumi di casa.
La nostalgia tiene viva la direzione
Nei primi tempi del viaggio, Ulisse e i compagni sbarcano nella terra dei Lotofagi, un popolo pacifico che si nutre del frutto del loto. Alcuni marinai lo assaggiano e perdono ogni desiderio di tornare a casa.
Vogliono solo restare lì a mangiare loto, dimenticando famiglie e patria. Ulisse deve trascinarli a forza sulle navi, mentre piangono, e legarli ai banchi.
L'episodio è breve, ma ribalta la prospettiva. Nell'Odissea il pericolo più grande è smettere di sentire la mancanza di casa: la nostalgia fa male, ma funziona da bussola, ricorda da dove vieni e verso dove stai andando.
Chi la prova, in fondo, ha ancora un legame vivo con qualcosa. E il ritorno di Ulisse si può leggere anche come una ricerca di sé: tra prove, esilio e solitudine, l'eroe diviso cammina verso il ricongiungimento con la propria identità.
Lo ha messo in versi il poeta greco Kavafis, in una poesia dedicata proprio all'isola: "Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante".
La casa cambia insieme a chi ritorna
Alla fine Ulisse arriva davvero a Itaca, portato da un popolo di navigatori che lo lascia sulla spiaggia mentre dorme. Al risveglio succede la cosa più spiazzante del poema: non riconosce la sua isola.
Atena l'ha avvolta in una nebbia, e lui si dispera, convinto di essere stato abbandonato in una terra straniera. Omero sembra suggerire una verità che conosce chiunque sia tornato dopo tanto tempo: la casa che si sogna è diversa da quella che si ritrova.
Il paese è cambiato, le persone sono invecchiate, i ragazzi sono cresciuti. E anche chi torna è diverso da quando era partito.
Per non farsi uccidere dai pretendenti, Ulisse entra in città travestito da mendicante, e quasi nessuno lo riconosce.
Davanti al palazzo, su un mucchio di letame, c'è Argo, il cane che Ulisse aveva allevato da cucciolo. È vecchio, malato, pieno di zecche, ma appena sente il padrone abbassa le orecchie e muove la coda, senza più la forza di avvicinarsi.
Ulisse si asciuga una lacrima di nascosto, per non tradirsi, e passa oltre. Un attimo dopo il cane muore: dopo vent'anni, a riconoscerlo è anche la memoria di un animale che lo ha aspettato fino all'ultimo.
Più avanti lo riconoscerà anche la vecchia nutrice, grazie a una cicatrice. Ma il ritorno vero deve ancora arrivare.
Il letto di ulivo custodisce il senso di casa
Sconfitti i pretendenti, resta l'incontro più atteso, quello con Penelope. Lei, dopo vent'anni di attese e inganni, non si fida, e mette alla prova quell'uomo: ordina alla nutrice di spostare il loro letto fuori dalla camera. Ulisse si arrabbia, perché quel letto non si può spostare. Ha edificato la camera nuziale attorno a un ulivo ancora piantato nella terra, poi dal tronco ha ricavato con le sue mani uno dei sostegni del letto.
È un segreto che condividono con una sola ancella. Solo a quel punto Penelope crolla in lacrime e lo abbraccia.
Ecco allora la risposta dell'Odissea alla nostalgia. Casa sono le radici, più delle mura, che possono cambiare, e dell'isola, che dopo vent'anni sembra irriconoscibile: un legame, un ricordo condiviso, qualcosa che nessun altro può conoscere al posto tuo.
Il poema non promette che il ritorno sarà facile, né che tutto sarà rimasto com'era. Ti dice però dove guardare: la nostalgia è il segno che da qualche parte c'è un ulivo con le tue radici, e che vale la pena tornare a cercarlo.