Illustrazione Peter Pan

Peter Pan è il simbolo della libertà dell'infanzia, ma il suo rifiuto di crescere nasconde anche la paura delle responsabilità, dei limiti e del tempo che passa. È questa la chiave per rileggere il personaggio di J. M. Barrie, diventato un'icona culturale dell'innocenza giovanile e della fuga dalla realtà.

Accanto a lui c'è Wendy, che fa la scelta opposta e torna a casa per diventare grande. Dal nome di Peter, invece, è nata un'etichetta che si usa ancora oggi per chi fatica a entrare nel mondo adulto.

Indice

  1. Peter Pan e la paura del mondo adulto
  2. Una terra dove il tempo sembra fermo
  3. Peter e Wendy, due modi di affrontare il tempo
  4. Crescere senza perdere la fantasia
  5. Sindrome di Peter Pan, cosa significa davvero

Peter Pan e la paura del mondo adulto

La prima apparizione del personaggio risale al 1902, nel romanzo "L'uccellino bianco". Due anni dopo arriva la pièce teatrale "Peter Pan. Il bambino che non voleva crescere", poi riscritta e pubblicata come romanzo nel 1911.

Peter vive sull'Isola che non c'è, dove guida i Bimbi Sperduti tra fate, pirati e sirene. Ha due caratteristiche che lo rendono unico: sa volare e non cresce mai.

Ma perché rifiuta di diventare grande? Barrie lo descrive come un ragazzino che fa sempre quello che vuole e vive senza alcuna vera responsabilità. Per questo ha paura di invecchiare e di finire nel mondo degli adulti, pieno di regole e limiti.

Il ritratto ha anche lati meno simpatici. Peter è smemorato ed egocentrico, si vanta anche senza motivo (si congratula con sé stesso quando è Wendy a riattaccargli l'ombra) e dimentica facilmente le cose per conservare il suo stupore infantile.

Anche il nome nasconde una storia. Alla fine dell’Ottocento, passeggiando con il suo cane nei Kensington Gardens, il grande parco di Londra, Barrie conobbe i fratelli Llewelyn Davies, cinque bambini figli di Arthur e Sylvia Llewelyn Davies. Diventò amico di famiglia, passava ore a inventare storie per loro e, quando entrambi i genitori morirono, ne divenne il tutore. Da quei racconti nacque Peter Pan.

Il nome del personaggio viene da uno di loro, Peter Llewelyn Davies, che per tutta la vita mal sopportò di essere identificato con il bambino che non voleva crescere. Il cognome, invece, viene da Pan, il dio greco dei boschi e dei pastori, metà uomo e metà capra, simbolo di una natura selvaggia e libera, lontana dalle regole della civiltà. Non a caso, nelle prime storie di Barrie, Peter suona un flauto e cavalca una capra, proprio come il dio.

Tra le ispirazioni c'è poi David, il fratello di Barrie. È morto prima di compiere quattordici anni ed è rimasto eternamente giovane nel ricordo della famiglia.

Una terra dove il tempo sembra fermo

L’Isola che non c’è sembra il paradiso dell’infanzia: niente scuola, niente regole, solo giochi e avventure. Ma non vale per tutti. I Bimbi Sperduti, i ragazzini che vivono con Peter, crescono, e quando cominciano a diventare grandi Peter li allontana, perché è contro le regole. Solo lui resta sempre uguale.

È il regno della libertà assoluta, ma anche dell'immobilità. Peter vive avventure continue, eppure resta sempre identico a sé stesso.

Ecco perché l'isola parla di nostalgia, più che di infanzia. Rappresenta il desiderio di restare in quella fase della vita in cui tutto sembra ancora possibile.

In "Peter e Wendy" Barrie spiega che, per rimanere bambino, Peter deve dimenticare le proprie avventure e quello che impara sul mondo. Restare fermi, insomma, ha un costo: non fare tesoro delle proprie esperienze.

C'è un dettaglio curioso: il personaggio stesso è cambiato nel tempo. Nella prima versione (ne "L’uccellino bianco") era un neonato di sette giorni, nella pièce del 1904 diventa un preadolescente. Anche il bambino che non cresce, sulla carta, è cresciuto.

Peter e Wendy, due modi di affrontare il tempo

Wendy fa la scelta opposta: torna a casa, affronta il futuro e accetta che la vita porti trasformazioni. Da questo punto di vista, la vera protagonista della storia è lei. Il confronto sta tutto qui. Peter vuole sfuggire al tempo, mentre Wendy sceglie di viverlo.

E l'infanzia eterna ha un prezzo. Per Peter, restare bambino significa rinunciare a ciò che nasce dal cambiamento, inclusi gli affetti più profondi. Peter è affezionato a Wendy, ma le chiede soltanto di fare da mamma a lui e ai Bimbi Sperduti. Quando lei gli domanda che cosa provi davvero per lei, lui risponde che i suoi sentimenti sono quelli di un figlio devoto. Un amore da adulto, per chi non vuole crescere, è fuori portata. 

Dietro la sua spavalderia si nasconde molta malinconia. Peter diffida delle madri perché si è sentito tradito dalla sua: nella concezione originale, quando prova a tornare a casa trova la finestra chiusa e un altro bambino al suo posto.

Poi c’è il rapporto con la morte. In una delle scene più famose del romanzo, Peter resta intrappolato sulla Roccia dei Naufraghi, uno scoglio in mezzo alla laguna dove i pirati abbandonano i prigionieri perché la marea li sommerga. L’acqua sale e, per la prima volta, Peter ha paura: un brivido lo attraversa. Poi si rimette in piedi e pronuncia la sua frase più celebre: “Morire sarà una grande avventura”.

Barrie torna su quelle parole alla fine della commedia, nelle didascalie dell’ultima scena, quando Peter è rimasto solo sull’isola. Se riuscisse a capire davvero che cosa ha perso, scrive, il suo grido potrebbe diventare: “Vivere sarebbe una grande avventura”. Ma Peter non ci riesce mai del tutto. È il cuore del personaggio: la morte, per lui, è un’avventura come un’altra, mentre vivere davvero, cioè crescere, amare e cambiare, resta qualcosa che non sa affrontare.

Crescere senza perdere la fantasia

Ai tempi di Barrie, a inizio Novecento, diventare adulti seguiva tappe precise: dopo la scuola si cercava un lavoro per poi farsi una famiglia. Oggi il passaggio è graduale e confuso. Si studia più a lungo, si cambia lavoro più volte e si rimandano le decisioni importanti. Molti si sentono ancora in costruzione oltre i trent'anni.

Ci si mettono anche social network, pubblicità e cultura pop, che spingono a restare giovani e dinamici e sempre pronti a reinventarsi.

In psicologia si parla di adolescentizzazione quando tratti tipici dell'adolescenza, come la ricerca costante del divertimento o l'impulsività nelle decisioni, si prolungano oltre i confini tradizionali. Può riguardare solo alcuni ambiti, come le relazioni sentimentali o la gestione delle emozioni, senza indicare immaturità in ogni area della vita.

Allora qual è la lezione? Barrie sembra suggerire che crescere voglia dire portare la fantasia con sé nel viaggio verso l'età adulta, invece di lasciarla sull'isola.

È la stessa idea di "Hook - Capitan Uncino", il film di Steven Spielberg del 1991. Lì Peter è diventato Peter Banning, avvocato di successo ma senza fantasia e maniaco del lavoro, che ha dimenticato la sua infanzia.

Quando Capitan Uncino rapisce i suoi figli, Peter torna sull'Isola che non c'è e recupera i ricordi. Riesce a volare di nuovo solo quando capisce che essere padre è il suo nuovo "pensiero felice".

Nella scena finale Wendy gli dice che ora le sue avventure sono finite. E lui risponde: "Vivere. Vivere può essere un'avventura straordinaria".

Sindrome di Peter Pan, cosa significa davvero

Dal personaggio prende il nome la sindrome di Peter Pan, indicata anche come neotenia psichica. Va maneggiata con cura: non è una vera e propria malattia e non ha un trattamento specifico.

Chi la descrive indica alcuni comportamenti ricorrenti:

  • rinviare gli impegni per paura di perdere la propria libertà;
  • vedere il mondo adulto come ostile e troppo carico di responsabilità;
  • circondarsi di persone, ma sfuggire alle relazioni affettive troppo impegnative;
  • caricarsi d'ansia nel confronto con gli altri e faticare a esprimere le emozioni;
  • avere atteggiamenti egocentrici e un'autostima bassa, anche quando non si direbbe.

C'è un dettaglio importante: il più delle volte chi ha questi tratti non se ne rende conto.

Tra le possibili origini vengono citati i genitori iperprotettivi, che impediscono ai figli di sviluppare gli strumenti per affrontare la realtà, ma anche quelli permissivi o indifferenti. Pesano poi la dipendenza economica da mamma e papà, opportunità di lavoro scarse o poco stimolanti ed eventi traumatici.

Come se ne esce? Il primo passo è accettare le difficoltà come parte del percorso di crescita. Poi aiuta prendere piccoli impegni quotidiani e portarli a termine, un modo concreto per allenare responsabilità e maturità.

Nei casi più difficili può servire il supporto di uno specialista. Il suo compito è aiutare ad ammettere la propria riluttanza a crescere e a lavorare su autostima, indipendenza e capacità di riconoscere i propri errori.

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