
Alzi il pollice per dire che va tutto bene, stringi la mano a qualcuno appena conosciuto oppure incroci le dita prima di una verifica importante. Gesti così comuni che li compiamo quasi automaticamente, senza chiederci da dove arrivino.
Eppure, alcuni erano già conosciuti nell'antica Grecia e a Roma, mentre altri affondano le proprie radici in credenze religiose e tradizioni popolari tramandate nel corso dei secoli.
Ma attenzione: il significato che attribuiamo oggi a un gesto non è necessariamente quello che aveva in passato. E alcune delle storie più famose sulle sue origini sono molto meno certe di quanto immaginiamo. Dalla stretta di mano al pollice alzato, ecco sei gesti quotidiani che nascondono curiosità sorprendenti.
Indice
Stringere la mano: un gesto che esisteva già nell'antica Grecia
Quando incontriamo qualcuno per la prima volta, concludiamo un accordo oppure vogliamo congratularci per un risultato, stringere la mano rappresenta uno dei modi più comuni per stabilire un contatto.
Ma questa abitudine ha una storia lunga migliaia di anni.
La stretta di mano era già conosciuta nell'antica Grecia, dove compare in numerose rappresentazioni artistiche. Uno degli esempi più importanti è la dexiosis, il gesto delle mani destre che si incontrano, raffigurato anche su antiche stele funerarie.
In quelle immagini, la stretta di mano poteva esprimere legami familiari, affetto oppure un'unione simbolica tra persone.
Il gesto compare anche nel mondo romano, dove poteva richiamare concetti come la concordia, la fiducia e la lealtà.
Ma perché si stringe proprio la mano destra?
Secondo una delle interpretazioni più diffuse, mostrare e offrire la mano destra poteva rappresentare un segnale di intenzioni pacifiche, perché dimostrava di non impugnare un'arma.
Quello che sappiamo con certezza è che la stretta di mano esisteva già nell'antichità, anche se il suo utilizzo come saluto quotidiano si è affermato progressivamente nel corso del tempo.
Applaudire: gli antichi romani avevano persino diversi modi per farlo
Hai appena assistito a uno spettacolo teatrale, a un concerto o alla presentazione di un progetto particolarmente riuscito. Quasi senza pensarci, inizi a battere le mani.
L'applauso è una delle forme più immediate per manifestare apprezzamento, ma era già una pratica consolidata nell'antichità. Nell'antica Roma applaudire era una parte importante degli spettacoli pubblici, soprattutto a teatro.
Gli spettatori potevano esprimere il proprio gradimento attraverso diversi gesti: battere i palmi delle mani, schioccare le dita oppure agitare parti della toga. Le manifestazioni di approvazione erano talmente importanti che potevano essere organizzate e coordinate.
Al termine di alcune rappresentazioni teatrali, gli attori invitavano esplicitamente il pubblico ad applaudire con formule come Valete et plaudite, cioè “State bene e applaudite”. L'applauso aveva inoltre una funzione politica.
Durante l'Impero romano, le reazioni del pubblico potevano contribuire a manifestare consenso o disapprovazione nei confronti delle autorità presenti agli spettacoli.
Naturalmente, questo non significa che i romani abbiano inventato l'atto di battere le mani: è un comportamento che potrebbe essere molto più antico e diffuso in culture differenti.
Il loro contributo fu soprattutto quello di trasformare l'applauso in una pratica pubblica codificata, con convenzioni e significati riconoscibili.
Alzare il pollice: nell'antica Roma non significava necessariamente “tutto bene”
Oggi basta un pollice alzato per comunicare approvazione. Lo utilizziamo nelle fotografie, nei messaggi e persino sui social, dove il gesto è diventato uno dei simboli più riconoscibili delle reazioni positive.
Ma il suo legame con l'antichità nasconde una sorpresa. Nell'immaginario collettivo, il pollice alzato è associato ai combattimenti tra gladiatori dell'antica Roma.
Secondo una rappresentazione resa celebre dal cinema, il pollice rivolto verso l'alto avrebbe indicato la volontà di risparmiare il gladiatore sconfitto, mentre quello verso il basso ne avrebbe decretato la morte.
Le fonti storiche, però, raccontano una situazione molto meno chiara.
Gli autori latini utilizzavano espressioni come pollice verso, letteralmente “con il pollice girato”, senza specificare con precisione in quale direzione venisse orientato il dito.
Alcuni studiosi ritengono addirittura che il significato potesse essere differente, o persino opposto, rispetto a quello che immaginiamo oggi. Un ruolo importante nella diffusione dell'immagine moderna è stato svolto dal dipinto Pollice Verso, realizzato nel 1872 dal pittore francese Jean-Léon Gérôme.
L'opera ha contribuito a rendere celebre la rappresentazione del pollice rivolto verso il basso come segnale di condanna. La curiosità, quindi, è che i romani utilizzavano gesti del pollice per esprimere giudizi, ma non sappiamo se corrispondessero a quelli attuali.
Lanciare una moneta in una fontana: un'usanza che richiama gli antichi rituali
Hai mai lanciato una moneta in una fontana esprimendo un desiderio? È un gesto che probabilmente associ a un viaggio, a una vacanza oppure alla celebre Fontana di Trevi a Roma.
Anche questa abitudine richiama pratiche molto antiche. Nel mondo romano era diffusa l'usanza di depositare offerte in luoghi considerati sacri, comprese sorgenti e fontane.
L'acqua aveva spesso un significato religioso ed era associata a divinità, ninfe e culti locali. Uno degli esempi più interessanti è la fonte di Anna Perenna, scoperta a Roma, nei cui depositi archeologici sono state ritrovate monete e altre offerte votive.
Questi ritrovamenti testimoniano che, in età romana, gettare o depositare denaro nell'acqua poteva avere un significato religioso, legato alla richiesta di protezione o al rapporto con la divinità. Il gesto che compiamo oggi ha però assunto caratteristiche differenti.
Quando lanciamo una moneta nella Fontana di Trevi, per esempio, lo facciamo seguendo una tradizione turistica, spesso associata al desiderio di tornare nella Capitale.
Non possiamo affermare che l'attuale rituale derivi direttamente da un'unica pratica romana, ma il suo significato simbolico richiama una tradizione di offerte alle acque documentata fin dall'antichità.
Toccare ferro o bussare sul legno: perché cerchiamo di allontanare la sfortuna?
Hai appena detto che un esame sarà facilissimo oppure che non ti ammali da mesi. Qualcuno ti guarda e ti invita immediatamente a toccare ferro. È una delle superstizioni più diffuse nella vita quotidiana, e in altre parti del mondo esiste un gesto simile: toccare o bussare sul legno per evitare la sfortuna.
Ma perché proprio questi materiali? Nel caso del legno, una delle spiegazioni più conosciute collega la tradizione alle antiche credenze secondo cui alberi e boschi erano abitati da spiriti o divinità.
Toccare un albero avrebbe quindi potuto rappresentare una richiesta di protezione. Un'altra interpretazione richiama il simbolismo cristiano del legno della croce.
Esiste però anche un'ipotesi molto più recente: secondo alcuni studiosi del folclore britannico, il gesto moderno potrebbe essersi diffuso attraverso giochi infantili dell'Ottocento nei quali toccare il legno significava essere temporaneamente al sicuro.
Il problema è che nessuna di queste spiegazioni è stata dimostrata come origine certa dell'usanza. Anche il gesto italiano di toccare ferro appartiene alla tradizione superstiziosa, ma non è possibile attribuirgli con sicurezza una singola origine antica.
Quello che possiamo osservare è la persistenza di una stessa esigenza: cercare protezione dalla sfortuna attraverso un gesto simbolico.
Dai presunti spiriti degli alberi fino alle superstizioni contemporanee, il desiderio di influenzare la buona sorte ha attraversato epoche e culture differenti, anche se la storia precisa di queste abitudini rimane discussa.
Incrociare le dita: un gesto portafortuna legato a un simbolo molto antico
Mancano pochi minuti all'inizio dell'interrogazione. Hai studiato, ma speri comunque che il professore ti faccia proprio la domanda che conosci meglio. E allora incroci le dita.
Il gesto è particolarmente diffuso nei Paesi anglosassoni, dove viene accompagnato dall'espressione fingers crossed, ma è riconoscibile anche in Italia. Secondo una delle interpretazioni tradizionali, l'abitudine sarebbe collegata al simbolismo della croce nella cultura cristiana.
Incrociare le dita avrebbe richiamato un segno di protezione, utilizzato per invocare la buona sorte o tenere lontano il male. Altre spiegazioni ipotizzano l'esistenza di pratiche ancora più antiche, nelle quali due persone incrociavano le dita per esprimere un desiderio.
Queste ricostruzioni, tuttavia, non hanno tutte lo stesso fondamento documentale. La diffusione del gesto moderno come segno di fortuna è attestata in epoca relativamente recente e non esistono prove definitive che permettano di ricondurlo direttamente alle prime comunità cristiane.
Il collegamento storico più interessante riguarda quindi l'associazione tra un segno di protezione religiosa e un gesto oggi utilizzato anche in contesti completamente laici.
Dopotutto, quando incrociamo le dita prima di conoscere il voto di un esame, raramente pensiamo a una tradizione religiosa: vogliamo semplicemente che tutto vada per il meglio.