Illustrazione di un coccodrillo in un fiume paludoso, simbolo dei coccodrilli sopravvissuti all'asteroide
Immagine realizzata con AI

Per i coccodrilli sopravvissuti all'asteroide che 66 milioni di anni fa cancellò i dinosauri non aviani, lo studio indica diversi possibili fattori di salvezza. Tra questi ci sono rifugi caldi rimasti vivibili, un metabolismo che consuma poca energia, una dieta flessibile e la vita negli ambienti d'acqua dolce.

A rimettere il clima al centro della storia è uno studio dell'University College London, pubblicato su Science Advances e guidato dal paleontologo italiano Alfio Alessandro Chiarenza, di UCL Earth Sciences. La tesi è che gli antenati dei coccodrilli abbiano inseguito i climi caldi per 245 milioni di anni, trovandosi così nei posti giusti quando il pianeta precipitò nel freddo.

Indice

  1. Dove si rifugiarono dopo l'impatto
  2. Il metabolismo a basso consumo
  3. Dieta flessibile e acqua dolce
  4. Una passione per il caldo lunga 245 milioni di anni
  5. Cosa successe con l'asteroide e come lo sappiamo

Dove si rifugiarono dopo l'impatto

L'asteroide di Chicxulub colpì l'attuale penisola dello Yucatán, stravolse l'atmosfera e gettò gran parte della Terra in un periodo di freddo e oscurità. Il team di Chiarenza ha simulato il clima dei decenni e dei secoli successivi, mettendo in conto due elementi: la luce del Sole schermata da cenere e polveri e l'aumento di anidride carbonica legato al vulcanismo.

Le simulazioni confrontano diversi cali della luce solare. Con un calo della radiazione solare del 5% o del 10%, le zone calde dell'equatore e dei subtropici restavano adatte ai parenti dei coccodrilli. Solo con una riduzione del 15% le aree favorevoli sparivano, ma gli autori considerano oggi questo scenario estremo poco probabile.

"L'asteroide non ha reso l'intero pianeta ugualmente ostile a tutti i gruppi", ha spiegato Chiarenza. "La predilezione di lunga data dei coccodrilli per gli ambienti caldi potrebbe aver posizionato i sopravvissuti proprio dove i climi adatti si sono mantenuti più a lungo, come intorno all'equatore. Questi rifugi potrebbero aver ospitato popolazioni che in seguito si sono riprese e si sono diffuse".

Per i dinosauri non aviani il quadro era opposto. Secondo modelli precedenti dello stesso gruppo di ricerca, gli ambienti climaticamente adatti a loro si ridussero in modo molto più drastico dopo l'impatto.

Il metabolismo a basso consumo

Il clima, avvertono gli stessi autori, è un fattore tra tanti. Ridurre la sopravvivenza a una sola causa vorrebbe dire semplificare un processo fatto di cambiamenti ambientali, cibo disponibile e caratteristiche biologiche dei singoli gruppi.

Il primo tassello è la taglia: coccodrilli e parenti avevano corpi relativamente piccoli rispetto a molti dinosauri. Ed essere grandi, in quel momento, era un problema: la catastrofe fece estinguere buona parte delle specie dai 25 kg in su, dato che la mancanza di cibo fu letale soprattutto per gli animali di grossa taglia.

Poi c'è il metabolismo. I coccodrilli sono ectotermi: regolano la temperatura del corpo sfruttando quella dell'ambiente e per questo consumano meno energia di mammiferi e uccelli per tenere attive le funzioni vitali.

In un mondo dove le catene alimentari si erano interrotte di colpo, bruciare poco poteva fare la differenza. Insomma, chi riusciva a tirare avanti a lungo con poco cibo partiva avvantaggiato.

C'è anche un'altra carta. Come rane, tartarughe e serpenti, anche loro sopravvissuti, i coccodrilli sanno rallentare il metabolismo con la brumazione, una forma di letargo.

Dieta flessibile e acqua dolce

Quando il cibo scarseggia, chi mangia di tutto ha più chance. Coccodrilli e parenti avevano diete flessibili, uno dei fattori che gli autori indicano come possibili aiuti alla sopravvivenza.

Per capire quanto fosse ostile la terraferma bastano due dati. Fuliggine e polveri bloccarono la fotosintesi per circa 2-3 anni, mentre piogge acide e cielo oscurato fecero crollare la vegetazione terrestre.

Qui entrano in gioco le abitudini legate all'acqua dolce. Fiumi, laghi e zone umide potevano attutire in parte gli sbalzi di temperatura che colpivano gli ecosistemi terrestri.

Tra incendi, poca luce e vegetazione in calo, questi ambienti potevano anche conservare risorse più a lungo rispetto ai paesaggi esposti. La vita semiacquatica, quindi, poteva offrire una forma di protezione in più proprio nella fase peggiore della crisi.

Una passione per il caldo lunga 245 milioni di anni

Per arrivare a queste conclusioni, il gruppo UCL ha messo insieme oltre 7.000 fossili e dati su più di 400 specie, viventi ed estinte. Poi li ha incrociati con ricostruzioni al computer della geografia e del clima terrestre.

Il gruppo studiato è quello dei pseudosuchi, che comprende i coccodrilli di oggi e una lunga serie di parenti estinti, comparsi poco prima dei primi dinosauri. Nel tempo hanno abitato ambienti molto diversi, dalle rive dei fiumi a zone dell'entroterra lontane dall'acqua.

Lo schema è chiaro: invece di adattarsi a climi freddi, secchi o temperati, i pseudosuchi hanno mantenuto la preferenza per il caldo. Nelle fasi calde si spingevano verso latitudini alte, in quelle fredde ripiegavano verso i tropici.

Nell'Eocene, circa 50 milioni di anni fa, la Terra era più calda di circa 10 °C rispetto a oggi e i poli erano senza ghiacci permanenti. I parenti dei coccodrilli arrivarono in Nord America, in Europa e persino in Antartide, per poi tornare verso i tropici con il raffreddamento.

Qualche eccezione c'è. Circa 34 milioni di anni fa un ramo estinto di coccodrilli australiani si adattò a condizioni secche, simili a un deserto, durante un lungo raffreddamento globale.

Tra i grandi rettili dell'era dei dinosauri, i coccodrilli sono tra i pochi lignaggi arrivati fino a oggi, ma in versione ridotta. Restano poco più di 20 specie, minacciate da perdita delle zone umide, inquinamento, caccia illegale e innalzamento del mare.

Cosa successe con l'asteroide e come lo sappiamo

Il cratere di Chicxulub è sepolto sotto la penisola dello Yucatán, in Messico, e le ricerche lo datano a circa 66 milioni di anni fa, al confine tra Cretaceo e Paleogene. L'impatto scatenò uno tsunami gigantesco e sollevò polveri e particelle capaci di cambiare il clima in modo simile a un inverno nucleare.

I dinosauri non aviani scomparvero. La linea evolutiva dei coccodrilli, invece, resistette e con il tempo tornò a espandersi.

Ma come lo sappiamo? La prova principale è un sottile strato ricco di iridio, un metallo raro nella crosta terrestre ma abbondante nei meteoriti, proprio al confine tra le due epoche.

La pista parte dall'Italia. Nella Gola del Bottaccione, vicino a Gubbio, le rocce mostrano un livello di argilla spesso un centimetro: sotto ci sono molti fossili di foraminiferi, microrganismi con il guscio, sopra poche specie molto più piccole .

Il geologo Walter Álvarez, con il padre Luis, premio Nobel per la fisica, misurò l'iridio in quell'argilla e ne trovò 30 volte più del previsto. La stessa anomalia comparve in Danimarca e in Nuova Zelanda, e nel 1980 l'ipotesi dell'asteroide fu pubblicata su Science.

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