Una canzone può far sentire un brivido sulla schiena anche in un piena estate. E questa reazione del corpo ha un nome, frisson musicale, e una spiegazione scientifica: sono la risposta del corpo a una catena di segnali che parte dall'orecchio e attraversa il cervello.
Al centro c'è la dopamina, la sostanza che il cervello rilascia anche in altre esperienze piacevoli. Il resto lo fanno l'attesa di un passaggio musicale, la sorpresa di un accordo e i ricordi legati a quel brano.
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Il frisson musicale: una risposta biologica al suono
Il frisson musicale è una reazione biologica agli stimoli musicali che si osserva quasi esclusivamente negli esseri umani. La cosa curiosa è che a scatenarla è qualcosa di astratto: una sequenza di suoni, che non si può mangiare né toccare.
Come si studia una reazione così? Uno studio pubblicato nel 2011 sulla rivista scientifica Nature Neuroscience l'ha osservata con la tomografia a emissione di positroni e la risonanza magnetica funzionale, due tecniche che permettono di vedere l'attività del cervello durante l'ascolto.
Il primo punto fermo è che la pelle d'oca da musica non dipende dalla temperatura. Nasce da una catena di segnali che va dall'orecchio al cervello e dal cervello al corpo, senza che il freddo c'entri nulla.
L'ultimo anello coinvolge l'amigdala, un'area del cervello collegata al sistema nervoso simpatico. Il sistema nervoso simpatico ordina ai minuscoli muscoli della pelle di far rizzare i peli, provocando la pelle d'oca.
Stefano Calabrese, dell'Università di Modena e Reggio Emilia, in un saggio dedicato a musica e brividi descrive la sensazione come una scarica lungo il collo e la schiena, che a volte si allarga a braccia e gambe. A questa scarica si accompagnano la pelle d'oca e i segnali tipici delle emozioni intense.
Questo brivido "piacevole" va tenuto distinto da altre reazioni simili. Anche il suono del gesso sulla lavagna fa rabbrividire, ma passa per circuiti cerebrali diversi da quelli attivati da una canzone che ci piace.
Insomma, il frisson somiglia al brivido di freddo solo in superficie. Sotto c'è un meccanismo che collega il suono alle emozioni e al sistema del piacere, lo stesso che si attiva per bisogni molto concreti come il cibo.
Cosa si accende nel cervello quando ascolti
Nell'orecchio le vibrazioni sonore vengono trasformate in impulsi elettrici. Tramite il nervo acustico arrivano al cervello e, passando dal talamo, raggiungono la corteccia uditiva nel lobo temporale.
Dalla corteccia uditiva si attivano reti più ampie, coinvolte in memoria, attenzione, immaginazione ed emozione: è in questa fase che il brano acquista un significato.
Le ricerche di neuroimaging, cioè le tecniche che fotografano il cervello al lavoro, lo confermano. Gli studi condotti da Robert Zatorre presso la McGill University mostrano che la musica accende le aree uditive e anche i circuiti frontali e limbici, legati all'elaborazione del pensiero e delle emozioni.
Durante l'ascolto lavorano entrambi gli emisferi, ognuno con il suo compito. Quello sinistro è più impegnato sugli aspetti temporali e linguistici, come il testo e la struttura del ritmo; quello destro contribuisce di più alla melodia, all'intonazione e alle sfumature emotive.
Attenzione però alla vecchia divisione tra "emisfero logico" ed "emisfero creativo": oggi è considerata una semplificazione. I due lati dialogano di continuo attraverso il corpo calloso, la struttura che li collega.
Calabrese ricorda che gli studi classici di neurologia della musica hanno dato un ruolo centrale all'emisfero destro nell'apprezzamento affettivo dei brani.
Poi c'è il passaggio decisivo. La musica attiva il sistema della ricompensa, con il rilascio di dopamina nelle stesse aree coinvolte in altre esperienze piacevoli.
C'è anche un effetto chimico. Quando ascolti una musica che ti piace il cervello rilascia, insieme alla dopamina, le endorfine: alleviano il dolore, migliorano l'umore e aumentano il piacere, fino a poter far venire la pelle d'oca.
Attesa e sorpresa: il momento del brivido
Il brivido comincia prima del brivido stesso. Durante la fase di anticipazione, la corteccia uditiva prova a prevedere come continuerà il brano e attiva lo striato dorsale, in una zona chiamata nucleo caudato.
Poi arriva il momento clou. Un accordo inatteso o un cambio di tonalità possono suscitare un'emozione intensa: durante i picchi di piacere musicale è stato osservato il rilascio di dopamina, associato ai brividi.
La musica, del resto, è costruita su tensione e rilascio. Accordo e disaccordo, preparazione ed esecuzione: secondo Calabrese sono gli stessi schemi su cui si regge anche la nostra vita interiore.
Quali passaggi funzionano meglio? Tra gli ingredienti ricorrenti Calabrese indica armonie inaspettate, crescendo e transizioni dinamiche, oltre alle discese in tonalità minore che richiamano un passato nostalgico.
Il neuroscienziato Jaak Panksepp ha proposto un'ipotesi in più. Un crescendo sostenuto di note lunghe e dolorose potrebbe avere caratteristiche acustiche simili al richiamo con cui i cuccioli dei mammiferi cercano la madre quando restano soli.
Il brivido, però, non si accende a comando. Alcuni tentativi di misurarlo sono falliti perché i partecipanti ai test non hanno provato brividi durante l'ascolto: "Non si rabbrividisce a comando", scrive Calabrese, sottolineando quanto contino le condizioni in cui si ascolta.
Il legame tra struttura musicale e cervello ha radici antiche. Molto prima della scrittura, ritmi, melodie e rime sono stati uno strumento per ricordare e condividere informazioni importanti per la sopravvivenza e per l'appartenenza al gruppo.
I ricordi cambiano il brivido da persona a persona
La stessa canzone può far venire la pelle d'oca a te e lasciare indifferente chi ti sta accanto. Il motivo è che la risposta alla musica dipende anche dalle conoscenze acquisite nel tempo e da ciò che si è già ascoltato.
Le reti accese dalla musica, del resto, elaborano molto più dei suoni. Sono legate alla memoria e alle emozioni, e così un brano può richiamare le esperienze personali di chi lo ascolta.
Gli esempi sono quotidiani. Le musiche natalizie riportano a galla atmosfere e momenti precisi, mentre la "nostra canzone" di una coppia richiama all'istante una persona e una storia.
Calabrese nota che di solito si provano brividi più spesso con brani con cui si ha già un legame emotivo. Tra quelli che tipicamente li evocano cita i brani malinconici sull'amore non corrisposto o sulla nostalgia, e le musiche che celebrano un orgoglio collettivo.
Conta anche il modo in cui si ascolta. Secondo le ricerche pubblicate su riviste come Nature Reviews Neuroscience, nei musicisti chi si lascia trasportare dal suono coinvolge di più le reti emotive, mentre chi analizza tecnicamente la melodia attiva le aree del controllo e dell'analisi.
Secondo Calabrese, una formazione musicale intensa sposta parte dell'elaborazione verso l'emisfero sinistro, più analitico, e può raffreddare l'intensità emotiva dell'ascolto. Il brivido, quindi, dipende dal brano, da chi lo ascolta e da quello che quel brano gli ricorda.