Prima degli smartphone un ritardo o un cambio di programma rendeva più difficile rintracciarsi, e ci si organizzava con telefonate, ritrovi fissi e messaggi lasciati agli amici. I cellulari hanno cominciato a diffondersi solo alla fine degli anni Novanta: fino ad allora un'uscita si preparava con il telefono di casa e si confermava presentandosi all'ora e nel posto stabiliti.
Fuori casa gli strumenti erano altri. C'erano le cabine telefoniche a gettoni e schede, i punti di ritrovo fissi delle comitive e i bigliettini lasciati agli amici in ritardo.
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Il telefono fisso e la catena di chiamate
In molte famiglie c'era un solo telefono fisso, di solito in cucina o in soggiorno, mentre altre avevano un apparecchio in ogni stanza. Accanto c'era l'agenda, con i numeri di amici e parenti scritti in ordine alfabetico.
Chiamare un amico voleva dire chiamare casa sua. A rispondere era spesso un familiare, quasi sempre la mamma, e la telefonata partiva con un saluto educato e la richiesta di parlare con la persona cercata.
Se l'amico era uscito, la ricerca proseguiva. Chi usciva lasciava detto dove stava andando, così chi telefonava poteva rintracciarlo chiamando la casa successiva.
Il sistema reggeva perché qualcuno restava quasi sempre in casa a rispondere. Si usciva meno e la vita di quartiere era più intensa: trovare qualcuno al telefono o per strada era più facile.
I punti di ritrovo fissi della comitiva
Spesso si poteva fare a meno di telefonare, risparmiando anche sul costo delle chiamate. Ogni comitiva aveva punti di incontro prefissati, dove era probabile trovare gli amici senza essersi sentiti prima.
Il ritrovo poteva essere sotto casa di qualcuno, una sala giochi, un bar conosciuto o un angolo del quartiere frequentato da tutti. Se al telefono l'amico non si trovava, si andava lì a cercarlo.
Questi posti funzionavano come una sorta di bacheca condivisa: chi arrivava sapeva dove guardare e chi voleva farsi trovare andava dritto lì.
C'era però un patto da rispettare. Una volta fissati ora e luogo, l'accordo andava mantenuto, perché dopo essere usciti di casa disdire o spostare l'appuntamento richiedeva altri passaggi, tra telefonate e bigliettini.
Cabine telefoniche, gettoni e schede
Fuori casa, per telefonare c'erano le cabine. La prima cabina pubblica italiana fu installata il 10 febbraio 1952 in piazza San Babila a Milano, su iniziativa della concessionaria Stipel; prima i telefoni pubblici si trovavano solo in bar, edicole e posti telefonici pubblici.
Negli anni Settanta le cabine diventarono parte del paesaggio urbano. Nel 1971 in Italia erano circa 2.500, alla fine del decennio erano già 33.000.
Per pagare si usavano monete, schede prepagate e, prima dell'euro, i gettoni telefonici. Negli ultimi anni valevano uno scatto, cioè 200 lire, e sono rimasti in uso fino al 31 dicembre 2001.
Le prime schede comparvero in via sperimentale nel 1976, per poi diventare col tempo oggetti da collezione.
La telefonata durava quanto il credito inserito. Un display indicava il credito residuo, così si poteva aggiungere una moneta o cambiare scheda prima che la linea cadesse.
In alcune cabine c'era anche l'elenco telefonico locale, ritirato in Italia verso la metà degli anni Ottanta per furti e vandalismi. Con la diffusione dei cellulari l'uso è crollato: nel 2007 le conversazioni dai telefoni pubblici si fermarono a 300 milioni di minuti, contro i circa 600 milioni del 2006.
Come si avvisava di un ritardo
Il punto debole era l'imprevisto. Se un amico tardava, chi aspettava cercava la cabina più vicina e chiamava casa del ritardatario: spesso rispondeva un familiare, che confermava se era già uscito e riferiva il messaggio che aveva lasciato.
Anche questo passaggio aveva i suoi intoppi. Come ricorda Giusy, una testimone di 52 anni, davanti alle cabine poteva formarsi la fila, se qualcuno si dilungava al telefono, e bisognava tenere d'occhio il credito, perché quando finiva la chiamata si interrompeva.
Se a casa non rispondeva nessuno, restavano carta e penna, che molti portavano sempre con sé. Sul bigliettino si scriveva dove si era diretto il gruppo, per esempio a una festa, così chi arrivava in ritardo poteva raggiungere gli altri.
Il messaggio si attaccava a un palo del solito luogo di ritrovo oppure sul parabrezza di un'auto.
Il ritardatario sapeva che, arrivato al punto di incontro, doveva cercare un biglietto prima di dare per perso l'appuntamento.
Che fine hanno fatto le cabine
Di quegli strumenti, le cabine sono quello che sta sparendo dalle strade. In Italia sono state molto diffuse fino agli anni Duemila, quando hanno cominciato a essere sostituite dalle cupole, più economiche da installare.
La svolta è arrivata nel 2023 con la delibera 98/23/CONS dell'AgCom: Tim non è più obbligata a garantire la distribuzione delle cabine stradali. E da allora è partito lo smantellamento di quelle che non rientrano nelle eccezioni.
Le cabine che possono restare sono quelle nei luoghi considerati di rilevanza sociale:
- ospedali con almeno 10 posti letto;
- caserme con almeno 50 occupanti stabili;
- carceri;
- zone senza copertura della rete mobile, come alcuni rifugi di montagna.
Il gettone era già uscito di scena con l'arrivo dell'euro. Chi vuole trovare una cabina ancora in funzione può verificarne lo stato nel servizio di ricerca sul sito Tim.