"L'amico è un'anima sola in due corpi" è una delle frasi sull'amicizia più condivise di sempre, e quasi sempre porta la firma di Aristotele. C'è però un dettaglio che pochi conoscono: nelle sue opere quella frase non c'è. A raccontarla fu un biografo vissuto secoli dopo. Eppure dice qualcosa di profondamente aristotelico, e per capirlo bisogna aprire l'Etica Nicomachea, l'opera in cui il filosofo greco dedicò all'amicizia ben due libri su dieci.
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Una frase che Aristotele non scrisse, ma che è sua
La citazione arriva da Diogene Laerzio, uno storico greco del III secolo dopo Cristo che raccolse le vite e i detti dei filosofi antichi. Racconta che, quando qualcuno chiese ad Aristotele che cosa fosse un amico, lui rispose: "Un'unica anima che abita in due corpi". Tra il filosofo e il suo biografo, però, passano circa sei secoli.
Nelle opere di Aristotele si trova invece un'espressione simile, che lui usa più volte: l'amico è "un altro sé stesso". È un'idea forte. L'amico resta una persona distinta, con il suo corpo e la sua vita, eppure in un certo senso è parte di noi.
L'immagine piacque così tanto da attraversare i secoli. Circa trecento anni dopo Aristotele, il romano Cicerone, nel suo trattato sull'amicizia, scrisse che l'uomo cerca qualcuno con cui mescolare il proprio animo fino a farne "quasi" uno solo. Da pratico romano, aggiunse prudentemente quel "quasi".
Tre tipi di amicizia, e solo uno dura davvero
Per capire cosa intendesse Aristotele bisogna partire da una distinzione che sembra scritta per i nostri tempi. Secondo il filosofo esistono tre tipi di amicizia, a seconda di quello che ci lega all'altro.
Il primo è l'amicizia basata sull'utilità: si sta insieme perché conviene, come succede tra colleghi o tra soci in affari. Il secondo è quella basata sul piacere: si sta insieme perché ci si diverte. Aristotele nota che è tipica dei giovani, che stringono e sciolgono amicizie in fretta, seguendo l'umore del momento.
Entrambe hanno un limite, e cioè che finiscono quando finisce il vantaggio o il divertimento. In fondo, in quei rapporti non si ama l'altro per quello che è, ma per quello che dà.
Poi c'è il terzo tipo, l'unico che merita fino in fondo il nome di amicizia: quella tra persone buone, che vogliono il bene dell'altro per l'altro, non per sé. È un'amicizia rara, avverte Aristotele, e ha bisogno di tempo. Come dice un antico proverbio che lui stesso cita, due persone non possono conoscersi davvero prima di aver mangiato insieme parecchio sale, cioè prima di aver condiviso molti pasti e molta vita.
Perché l'amico è "un altro sé stesso"
È in questa amicizia rara che si capisce il senso dell'anima unica in due corpi. Due amici veri condividono quello che conta: valori, scelte, il modo di guardare la vita. Desiderano le stesse cose buone, e per questo è come se ragionassero con una sola testa.
C'è anche un aspetto più sorprendente. In un'opera attribuita ad Aristotele si legge che, come guardiamo il nostro volto in uno specchio, così conosciamo noi stessi guardando un amico. Da soli è difficile vedersi con chiarezza: nell'altro, che ci somiglia ma non è noi, i nostri pregi e i nostri difetti diventano finalmente visibili.
E c'è un'ultima condizione, la più moderna di tutte. Per Aristotele, per essere un buon amico bisogna prima essere amici di sé stessi, nel senso migliore: volere il proprio bene, cercare di diventare persone migliori. Chi è in guerra con sé stesso difficilmente riesce a dare all'altro qualcosa di stabile.
Pochi amici, ma veri: la lezione per l'epoca dei follower
Se l'amico è un'altra parte di noi, ne consegue una cosa semplice: non se ne possono avere molti. Aristotele lo dice chiaramente. Si può essere in buoni rapporti con tante persone, ma l'amicizia perfetta richiede tempo, presenza e conoscenza profonda, e nessuno può dedicarli a una folla.
Sempre Diogene Laerzio gli attribuisce un altro detto, più amaro e quasi paradossale: chi ha molti amici non ha nessun vero amico. Secoli dopo, il filosofo francese Michel de Montaigne riprese la frase nel suo celebre saggio sull'amicizia, scritto in memoria dell'amico più caro, Étienne de La Boétie.
Letta oggi, la lezione di Aristotele suona quasi provocatoria. Viviamo circondati da contatti, follower e chat di gruppo, e misuriamo spesso le relazioni in numeri. Il filosofo greco ci ricorderebbe che un amico vero vale più di mille conoscenti, e che riconoscerlo richiede tempo, sale condiviso e la pazienza di guardarsi a lungo negli occhi.