Nelle gobbe di cammelli e dromedari non c'è acqua: c'è grasso, una riserva che può arrivare a 35 kg e che permette a questi animali di sopravvivere a lungo senza bere né mangiare.
Cammelli e dromedari appartengono alla famiglia dei Camelidi, la stessa di lama e alpaca, e vengono soprannominati le "navi del deserto" per la loro capacità di muoversi in ambienti aridi tra Africa e Asia.
Indice
Le gobbe conservano grasso, non acqua
Le gobbe di cammelli e dromedari sono riserve di tessuto adiposo, non serbatoi d'acqua come vuole una credenza molto diffusa. L'animale le usa come dispensa di energia nei momenti in cui cibo e acqua scarseggiano.
Il grasso accumulato può pesare fino a 35 kg. Si deposita nella gobba quando l'animale si nutre normalmente e, nei periodi di digiuno, viene metabolizzato: gli acidi grassi vengono convertiti in molecole utilizzabili dai mitocondri delle cellule per produrre energia.
Man mano che questa riserva viene consumata, la gobba perde volume e può svuotarsi, diventando flaccida. Torna alla forma originale quando l'animale può tornare a mangiare a sufficienza.
Il dromedario ha una gobba, il cammello due
La differenza più visibile tra le specie di Camelidi adattate al deserto sta nel numero di gobbe. Il dromedario (Camelus dromedarius) ha una sola gobba e vive nelle regioni desertiche di Africa e Asia.
Il cammello battriano domestico (Camelus bactrianus) ha invece due gobbe e vive in Asia centrale. Esiste anche il cammello battriano selvatico (Camelus ferus), specie a rischio di estinzione, anch'esso con due gobbe, presente in aree remote di Mongolia e Cina.
Dal punto di vista anatomico, nel dromedario la gobba principale è preceduta da una seconda gobba piccola e atrofizzata, quasi invisibile. Nel cammello, invece, le due gobbe hanno dimensioni simili tra loro.
Le gobbe possono svuotarsi, ma non sono mai vuote
Le gobbe non sono mai davvero vuote: contengono sempre tessuto adiposo, anche quando appaiono flosce dopo un digiuno prolungato. Il grasso al loro interno viene consumato progressivamente finché manca il cibo.
Questo accumulo concentrato in un'unica zona, a differenza di altri mammiferi che distribuiscono il grasso su tutto il corpo, serve anche a regolare la temperatura corporea. Durante il giorno isola il resto del corpo dal caldo intenso del deserto.
Di notte, invece, il calore accumulato nelle gobbe durante le ore diurne si dissipa e riscalda l'animale nelle ore più fredde. È un doppio ruolo, energetico e termico, che spiega perché la natura abbia scelto proprio il dorso come punto di accumulo.
Come resistono a lungo senza bere
Cammelli e dromedari possono restare senza bere per settimane o mesi, tollerando una perdita d'acqua pari al 30% del peso corporeo: una soglia che per la maggior parte dei mammiferi sarebbe fatale. Diversi meccanismi del corpo riducono al minimo la dispersione di liquidi.
Il mantello lanoso permette alla temperatura corporea di salire fino a 41 °C prima che l'animale inizi a sudare, limitando così la perdita d'acqua attraverso la sudorazione. L'intestino, inoltre, riassorbe acqua in modo efficiente, producendo urina molto densa e feci molto secche.
Anche il naso fa la sua parte: le pieghe e le membrane al suo interno raffreddano l'aria espirata, condensano parte del vapore acqueo e lo fanno riassorbire dall'organismo invece di disperderlo nell'aria del deserto.
Un adattamento pensato per il deserto
Le gobbe fanno parte di un insieme più ampio di adattamenti che permettono a cammelli e dromedari di vivere in condizioni di scarsità d'acqua, temperature elevate, aridità, forti radiazioni ultraviolette e tempeste di sabbia.
Anche i globuli rossi di questi animali si sono modificati nel tempo: hanno forma ovale, diversa da quella tondeggiante e biconcava tipica della maggior parte dei mammiferi, uomo compreso. Questa forma permette alle cellule di resistere sia alla disidratazione, mantenendo il sangue fluido quando diventa più viscoso, sia all'ingresso rapido di grandi quantità d'acqua, senza rompersi.
Il cammello battriano, in particolare, si è adattato anche a temperature molto fredde, oltre che agli ambienti desertici dell'Asia centrale: una resistenza climatica che va ben oltre il solo caldo e che rende questa specie capace di sopravvivere in alcuni degli ambienti più estremi del pianeta.
Immagine di copertina generata con l'intelligenza artificiale.