Illustrazioni Alice nel Paese delle meraviglie

Alice cade nella tana di un coniglio e si ritrova in un mondo dove niente funziona come dovrebbe: lei cambia dimensione di continuo, gli animali parlano e le domande non hanno risposte sensate. È la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie, il libro che lo scrittore inglese Lewis Carroll pubblicò nel 1865, e anche il ritratto perfetto di cosa significhi sentirsi persi.

Due personaggi, in particolare, hanno lasciato frasi che dopo più di un secolo e mezzo parlano ancora a chi non sa bene dove sta andando: lo Stregatto e il Cappellaio Matto.

Indice

  1. "Dipende molto da dove vuoi arrivare"
  2. "Ci arriverai di sicuro, se cammini abbastanza a lungo"
  3. "Siamo tutti matti, qui"
  4. "Perché un corvo somiglia a una scrivania?"
  5. "Adesso sono sempre le sei"

"Dipende molto da dove vuoi arrivare"

Lo Stregatto è un gatto che compare e scompare a piacimento, e quando sparisce lascia dietro di sé, sospeso nell'aria, soltanto il suo enorme sorriso. Alice lo incontra seduto su un ramo, mentre vaga in un bosco senza sapere da che parte andare.

Così gli chiede quale strada dovrebbe prendere. Dipende molto da dove vuoi arrivare, risponde il gatto. Alice ammette che non le importa granché. E allora, ribatte il gatto, non importa nemmeno quale strada prendi.

Sembra una presa in giro, ed è invece pura logica. Nessuna strada è giusta o sbagliata finché non si sa dove si vuole andare. Spesso, quando ci si sente persi, il problema non è aver imboccato il sentiero sbagliato: è non sapere ancora qual è la meta. Ed è una domanda a cui nessuno, nemmeno un gatto magico, può rispondere al posto nostro.

Una curiosità: il sorriso dello Stregatto viene da un modo di dire inglese che esisteva già prima di Carroll, "sorridere come un gatto del Cheshire", una contea dell'Inghilterra. Carroll lo ha preso alla lettera e ne ha fatto un personaggio.

"Ci arriverai di sicuro, se cammini abbastanza a lungo"

Il dialogo, però, non finisce lì. Alice precisa che non le importa dove arriva, purché arrivi da qualche parte. E lo Stregatto la rassicura: oh, ci arriverai di sicuro, se solo cammini abbastanza a lungo.

È una frase a doppio fondo, come quasi tutto in Carroll. Da un lato è ironica: camminando si arriva sempre "da qualche parte", questo è chiaro, ma non è detto che sia il posto giusto. Dall'altro contiene una piccola consolazione. Sentirsi persi non significa essere fermi. Si può non sapere dove si sta andando e continuare comunque a muoversi, e a volte è proprio camminando che si scopre la direzione.

"Siamo tutti matti, qui"

Poco dopo, lo Stregatto le indica due vicini: da una parte abita il Cappellaio, dall'altra la Lepre Marzolina, e sono matti tutti e due. Alice risponde che non ha nessuna voglia di andare in mezzo ai matti. Il gatto alza le spalle: non si può evitare, siamo tutti matti qui. Io sono matto, tu sei matta. E come fai a saperlo?, chiede lei. Devi esserlo per forza, risponde lui, altrimenti non saresti venuta qui.

La battuta è comica, ma dice una cosa seria. In un mondo che sembra assurdo, nessuno è davvero "normale", e la sensazione di essere l'unico fuori posto è spesso un'illusione. Chi si sente perso tende a pensare che gli altri sappiano tutti dove stanno andando. Nel Paese delle Meraviglie, come nella vita, quasi nessuno lo sa davvero.

"Perché un corvo somiglia a una scrivania?"

Seguendo le indicazioni del gatto, Alice arriva a un tè all'aperto. Attorno a un lungo tavolo apparecchiato siedono il Cappellaio, la Lepre Marzolina e un Ghiro che dorme in continuazione. Nel libro il Cappellaio si chiama semplicemente così. "Matto" è un'aggiunta delle traduzioni e dei film, ispirata a un vecchio modo di dire inglese, "matto come un cappellaio". Secondo una spiegazione molto diffusa, ma discussa, nasceva dal mercurio che i cappellai usavano per lavorare il feltro e che poteva avvelenarli.

A un certo punto il Cappellaio pone ad Alice un indovinello: perché un corvo somiglia a una scrivania? Lei si sforza, ci pensa, si arrende. Lui ammette candidamente di non averne la minima idea. Alice si spazientisce: si potrebbe usare meglio il tempo, dice, invece di sprecarlo in indovinelli che non hanno risposta.

È una scena che dice molto su come ci si sente quando si è persi. Ci sono domande che non hanno una risposta, e passare le giornate a inseguirla può essere il modo migliore per restare fermi. Tanto che, anni dopo, i lettori tempestarono Carroll di lettere per sapere la soluzione. Lui ne propose una giocando con le parole inglesi, ma precisò che, in origine, l'indovinello una risposta non l'aveva affatto.

"Adesso sono sempre le sei"

Alla frase di Alice sul tempo sprecato, il Cappellaio ribatte offeso: se lei conoscesse il Tempo come lo conosce lui, non ne parlerebbe come di una cosa da sprecare. Il Tempo, spiega, è una persona. E lui ci ha litigato.

Da quel litigio, il Tempo si rifiuta di fare quello che il Cappellaio gli chiede: le lancette si sono fermate e adesso sono sempre le sei, l'ora del tè. Per questo il tavolo è apparecchiato con tante tazze. Non c'è mai il tempo di lavarle, e così i commensali si spostano di posto in posto, sempre attorno allo stesso tavolo, sempre nella stessa ora.

E ancora, è l'immagine più azzeccata di come ci si sente quando si è bloccati: giornate tutte uguali, gli stessi gesti ripetuti, la sensazione che il tempo si sia fermato mentre fuori il mondo va avanti. Il Cappellaio, in fondo, non è perso. È rimasto prigioniero di un momento.

Alice, a un certo punto, si alza e se ne va, dicendo che quello è il tè più stupido a cui abbia mai partecipato. È la sua mossa migliore. Qualche capitolo prima, a un bruco che le chiedeva chi fosse, aveva risposto di non saperlo più: sapeva chi era quando si era alzata quella mattina, ma da allora era cambiata parecchie volte. Ed è forse questa la lezione più consolante del libro. Sentirsi persi, a volte, è soltanto il segno che si sta cambiando.

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