Giacomo Leopardi e, sullo sfondo, l'allestimento di una festa
Immagine modificata con l'AI

Il sabato sera, con la domenica ancora davanti, ha qualcosa che la domenica non avrà mai. Lo sa chiunque abbia aspettato una vacanza, una festa o un appuntamento e poi, a cose fatte, si sia ritrovato con un vago senso di vuoto. Duecento anni fa Giacomo Leopardi, il poeta di Recanati considerato tra i più grandi della letteratura italiana, su questa sensazione ha scritto alcune delle sue pagine più belle. Ecco cinque frasi che spiegano perché, spesso, l'attesa è più bella della festa.

Indice

  1. "Questo di sette è il più gradito giorno"
  2. "Non la vita passata, ma la futura"
  3. "E il naufragar m'è dolce in questo mare"
  4. "Piacer figlio d'affanno"
  5. "O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?"

"Questo di sette è il più gradito giorno"

È il cuore del Sabato del villaggio, la poesia che Leopardi scrisse nel 1829 nella sua Recanati, nelle Marche. Racconta un sabato sera qualsiasi in un paese: una ragazza torna dai campi con un mazzolino di rose e di viole per farsi bella il giorno dopo, una vecchietta chiacchiera sulla porta di casa, i bambini giocano in piazza, un falegname lavora fino a tardi per finire il lavoro prima della festa.

Tutti sono contenti, perché domani è domenica. Ed è qui che arriva il verso: dei sette giorni della settimana, il sabato è il più gradito, pieno di speranza e di gioia. Il giorno dopo, invece, le ore porteranno tristezza e noia, e ognuno tornerà a pensare al lavoro di sempre.

Il paradosso è tutto lì. La gioia vive nell'attesa, perché la festa immaginata è perfetta, mentre quella vera è solo una domenica come tante. Nell'ultima strofa Leopardi allarga il discorso a tutta la vita: la giovinezza, scrive rivolgendosi a un ragazzino, è proprio come quel sabato. Un giorno pieno di allegria che precede la grande festa, e che forse sarà più bello della festa stessa.

"Non la vita passata, ma la futura"

La seconda frase viene dalle Operette morali, una raccolta di testi in prosa, spesso in forma di dialogo. In uno dei più famosi, alla vigilia di Capodanno, un passante si ferma da un venditore di almanacchi, i calendari che si compravano per l'anno nuovo.

Il passante gli fa una domanda: tornerebbe a vivere uno degli anni passati, esattamente uguale, con tutti i piaceri e tutti i dispiaceri? Il venditore ci pensa e risponde di no, nessuno. Ognuno spera invece che l'anno nuovo sia migliore. E il passante tira la conclusione: "Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma la vita che non si conosce; non la vita passata, ma la futura".

È la stessa idea del sabato, applicata all'intera esistenza. Il futuro ci piace perché è ancora vuoto, e possiamo riempirlo con tutte le nostre speranze. Il passato, invece, lo conosciamo fin troppo bene, e nessuno lo rivivrebbe identico.

"E il naufragar m'è dolce in questo mare"

È l'ultimo verso dell'Infinito, la poesia più famosa di Leopardi: appena quindici versi, scritti nel 1819, quando il poeta aveva poco più di vent'anni. Leopardi è seduto su un colle solitario vicino a casa. Davanti a lui c'è una siepe che gli impedisce di vedere l'orizzonte.

Invece di infastidirlo, quell'ostacolo fa lavorare l'immaginazione. Proprio perché non vede cosa c'è oltre, Leopardi si figura spazi senza fine, silenzi più grandi di quelli umani, una quiete profondissima. Il pensiero si perde in quell'infinito, e perdersi, dice l'ultimo verso, è dolce come naufragare in un mare.

Leopardi aveva una teoria su questo, che spiega nello Zibaldone, il suo enorme diario di riflessioni. L'essere umano desidera un piacere infinito, ma nella realtà ogni piacere ha dei limiti e finisce presto. Solo l'immaginazione riesce a dare l'illusione dell'infinito. Ecco perché la festa immaginata, come il paesaggio oltre la siepe, è sempre più grande di quella vera.

"Piacer figlio d'affanno"

Nello stesso anno del Sabato del villaggio, il 1829, Leopardi scrive La quiete dopo la tempesta. Il temporale è appena finito e il paese torna a vivere: gli uccelli ricominciano a cantare, la gente esce sulle porte, gli artigiani riprendono il lavoro. Tutti sembrano felici.

Ma il poeta si chiede da dove venga quella felicità. La risposta è amara: è un piacere figlio dell'affanno, cioè nato dalla paura appena passata. Per gli esseri umani, scrive, il diletto più grande è semplicemente uscire da una pena.

È il lato più cupo del suo pensiero, quello che gli ha fatto guadagnare la fama di poeta pessimista. Eppure il meccanismo è lo stesso del sabato. La felicità vive di contrasti: si sente prima di qualcosa o subito dopo, molto più che nel momento stesso in cui accade.

"O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?"

L'ultima frase viene da A Silvia, scritta nel 1828. Silvia è una ragazza che Leopardi da giovane sentiva cantare dalla finestra mentre tesseva, felice e piena di sogni per il futuro. Dietro quel nome, secondo la tradizione, c'è Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovanissima, probabilmente di tubercolosi.

Ripensando a lei e alla propria giovinezza, il poeta si rivolge alla natura e le chiede perché non mantenga, più tardi, quello che promette quando si è giovani. Le speranze di quegli anni, l'amore, la gloria, una vita piena, si sono rivelate per entrambi un inganno.

È la versione più dolorosa della stessa idea. L'attesa era bellissima perché prometteva tutto, e proprio per questo la realtà non poteva reggere il confronto.

Leopardi passa per il poeta del pessimismo, e in parte lo è. Ma in queste pagine c'è anche una scoperta quasi consolante: se la felicità abita nell'attesa, allora l'attesa stessa è già felicità. Il sabato sera non è un'illusione da smascherare. È, forse, il momento più bello della settimana.

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