epicuro ligabue

Un proverbio popolare, un rocker e un filosofo antico: a prima vista non hanno nulla in comune. Eppure tutti e tre, ciascuno a modo suo, provano a rispondere alla stessa domanda: quanto basta per stare bene?

Il proverbio la liquida in quattro parole. "Chi si accontenta gode" si dice a chi si lamenta troppo, a chi sogna in grande, a chi pretende. Lo si dice con un sorriso, a volte con un'alzata di spalle, quasi sempre per chiudere il discorso. Ma è davvero una verità, o solo un modo elegante per dire "non pretendere troppo"?

Il rocker, Ligabue, la affronta dal basso: nelle sue canzoni il piacere non sta nelle grandi conquiste, ma in una notte qualunque, in una strada e un po' di  compagnia. Non c'è rinuncia, anzi. Sembra dire che la felicità non va inseguita, basta riconoscerla quando passa.

Il filosofo, è Epicuro, e già duemilatrecento anni fa aveva fatto i conti con la questione. Il suo piacere non ha niente a che vedere con l'eccesso: è la serenità di chi sa distinguere i desideri che servono da quelli che pesano. Per lui accontentarsi non significa avere meno, ma liberarsi dal bisogno di troppo.

Tre voci, quindi, e una domanda che resta aperta: accontentarsi è una scelta o una resa? La differenza è labile. Chi sceglie di accontentarsi è libero. Chi è costretto a farlo, invece, sta solo facendo di necessità virtù.

Indice

  1. Il proverbio funziona solo se sei tu a scegliere
  2. Le tre categorie di desideri secondo Epicuro
  3. Il tuo abbastanza e quello degli altri
  4. Ligabue e il piacere di una notte qualunque
  5. Quattro segnali per accontentarsi senza rassegnarsi

Il proverbio funziona solo se sei tu a scegliere

Il proverbio liquida la questione in quattro parole. Di solito arriva come risposta a chi si lamenta troppo, a chi sogna in grande, a chi pretende: lo si dice con un sorriso o con un'alzata di spalle, quasi sempre per chiudere il discorso.

Resta il dubbio di fondo: è una verità o solo un modo elegante per dire "non pretendere troppo"? Per farla breve, tutto dipende da cosa intendi con accontentarsi.

Quando serve a ridimensionare le aspettative per evitare la sofferenza, il proverbio offre una soluzione rapida, ma non completa. Smetti di rimanere deluso, certo, ma smetti anche di desiderare.

Se invece vuol dire sapere cosa conta davvero e lasciar perdere la rincorsa al resto, allora il detto ha ragione. E con lui, come si vedrà, ha ragione anche Epicuro. La differenza tra le due cose è tutt'altro che sottile. Chi sceglie di accontentarsi è libero, mentre chi è costretto a farlo sta solo facendo di necessità virtù.

La risposta alla domanda del proverbio, quindi, è questa: gode chi si accontenta sapendo di averlo scelto. Il desiderio resta acceso, ma chi ha scelto ha deciso che cosa vale la pena volere.

Le tre categorie di desideri secondo Epicuro

Se accontentarsi può essere una scelta, la prima domanda è: accontentarsi di cosa? Epicuro aveva una risposta più rigorosa di quanto si pensi, e un metodo semplice per arrivarci: dividere i desideri in tre gruppi.

Il primo gruppo è quello dei desideri naturali e necessari: mangiare, dormire, avere un tetto sopra la testa e qualcuno accanto. Sono quelli che, secondo il filosofo, vanno soddisfatti.

Poi ci sono i desideri naturali ma non necessari, come un pasto raffinato o una vacanza. Nessun divieto: si possono godere, purché con misura.

L'ultimo gruppo è quello dei desideri vani: potere, fama, ricchezza fine a sé stessa. Il problema è che non si saziano mai, e proprio per questo Epicuro suggerisce di lasciarli andare.

Da qui si capisce che il piacere epicureo ha poco a che fare con l'eccesso. È la serenità di chi sa quali desideri aiutano e quali, invece, diventano solo un peso.

Per il filosofo, accontentarsi significa liberarsi dal bisogno di troppo, più che avere meno. Il piacere che prova è discreto e, non facendo rumore né cercando attenzione, passa facilmente inosservato.

Più che un'esplosione, è una condizione stabile. È la quiete di una persona che non deve dimostrare nulla e non teme nulla.

Il tuo abbastanza e quello degli altri

Al di là delle tre categorie di Epicuro, ciò che ti basta non è uguale per tutti. Quello che per te è appagante, per un'altra persona può non esserlo. Prendi una casa piccola e un lavoro tranquillo. Per qualcuno sono il traguardo di una vita, per qualcun altro una gabbia da cui scappare appena possibile.

Nessuna delle due posizioni è sbagliata in partenza. Lo diventa quando il desiderio è preso in prestito da altri: dai social, dai colleghi, da ciò che "si dovrebbe volere".

Il rischio è inseguire obiettivi che sembrano tuoi ma che in realtà hai assorbito dall'esterno. Per questo accontentarsi, nel senso migliore del termine, comincia da una domanda onesta: questo lo voglio io, o lo voglio perché lo vogliono tutti? La risposta cambia il peso di ogni scelta.

Ligabue e il piacere di una notte qualunque

E il rocker cosa c'entra con un proverbio e un filosofo greco? Ligabue affronta la stessa questione dal basso, partendo dalla vita di tutti i giorni.

Nelle sue canzoni il piacere sta in una notte qualunque, in una strada, in una compagnia. Le grandi conquiste restano sullo sfondo, mentre in primo piano c'è l'ordinario.

Nel suo modo di raccontare la felicità manca l'idea di rinuncia: c'è piuttosto sguardo, attenzione a quello che succede. La felicità, sembra dire, va riconosciuta quando passa, senza bisogno di inseguirla.

Qui il rocker e il filosofo si avvicinano parecchio. Il piacere discreto di Epicuro somiglia di più a una sera qualunque che va bene così, quella che Ligabue sembra riconoscere nei suoi testi, che a un traguardo da festeggiare.

È in questo incrocio che anche il proverbio popolare trova la sua versione migliore. Si gode di ciò che si è scelto di tenere, invece di ciò che resta dopo aver rinunciato al resto.

Quattro segnali per accontentarsi senza rassegnarsi

La differenza tra scelta e resa si vede nei dettagli quotidiani. Chi si è rassegnato smette di desiderare e si lamenta sottovoce; chi ha scelto sa cosa gli basta, e proprio per questo ha energia per il resto.

Per capire da che parte stai, ci sono alcuni segnali che aiutano a riconoscere la seconda condizione:

  • Sai dire cosa ti basta. Se il tuo "abbastanza" resta vago e indefinito, è difficile accorgerti di averlo raggiunto quando arriva.
  • Distingui il bisogno dall'abitudine. Molte cose sembrano necessarie solo perché ci sei abituato, e a guardarle bene rientrano in un'altra categoria.
  • Ti puoi permettere di dire no. La serenità di Epicuro coincide con la libertà dalle pressioni, e resta lontana dall'isolamento: si può rifiutare senza chiudersi agli altri.
  • Sai ancora desiderare. Accontentarsi lascia intatta l'ambizione: la differenza è che scegli tu dove metterla.

Se ti riconosci in questi quattro punti, il proverbio lavora a tuo favore. Il resto, cioè la corsa, il confronto e la lista infinita di ciò che manca, può anche aspettare.

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