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Flessioni e casi in lingua latina


La lingua latina, così come quella greca, appartiene al ramo delle lingue indoeuropee, derivante dalla lingua madre definita indoeuropeo o indorgermanico, nonché una protolingua preistorica ricostruita per comparazioni fra lingue reali antiche.
In latino troviamo otto parti del discorso, di cui quattro variabili (sostantivo, aggettivo, pronome, verbo) e quattro invariabili (avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione); da ciò si può chiaramente notare che il latino si differenzia dall’italiano e da altre lingue moderne per la mancanza dell’articolo determinativo e indeterminativo.
Come in italiano, in latino la prima analisi riguarderà gli elementi che compongono la parola. E’ doveroso e opportuno fare una distinzione fra parole variabili e parole invariabili:

- Le parole variabili si possono scomporre in due parti: la prima è il monèma, la parte invariabile di una parola, chiamato tema; la seconda è un morfema, nonché un monèma privo di significato autonomo, riguardante la parte variabile e chiamato desinenza o terminazione;

amica/amicae -> amic- Tema , -a/-ae Desinenza

- Le parole invariabili non presentano alcune distinzione tra le parti, rappresentando così lo stesso tema.

Tutte le parole, siano esse variabili e non, presentano al loro interno un’unità linguistica minima, invariabile e irriducibile, chiamata radice, contenente il significato di base condiviso con altre parole, come nell’esempio:

am- è radice del verbo amo “amo”, dei sostantivi amicitia “amicizia” e amor “amore”…

Per formare le parole ci si serve così di prefissi e suffissi associati alla radice, formando così sia i termini invariabili sia i temi dei termini variabili al quale verrà poi aggiunta la desinenza.
Questo ci porta a riflettere sulla flessione della lingua latina, definita infatti lingua flessiva.

A differenza dell’italiano che possiede due generi, il maschile e il femminile, la lingua latina ne possiede tre: il maschile, il femminile e il neutro (usato generalmente per esseri inanimati o concetti astratti); le due lingue non differiscono nel numero, valgono infatti per entrambe sia il singolare che il plurale.

homo “uomo” sostantivo maschile singolare
homines “uomini” sostantivo maschile plurale
puella “fanciulla” sostantivo femminile singolare
puellae “fanciulle” sostantivo femminile plurale
altum “alto” aggettivo neutro singolare
alta “alti” aggettivo neutro plurale

La desinenza latina però, oltre ad esprimere genere e numero, ci aiuta a capire quale funzione logica assume la parola nella preposizione in cui è introdotta: stiamo parlando del caso latino.
Troviamo in tutto sei casi ognuno dei quali possiede uno o più valori specifici, rispondendo a determinate funzioni logiche:

- Nominativo: soggetto, nome del predicato, complemento predicativo del soggetto;

- Genitivo: complemento di specificazione, complemento partitivo;

- Dativo: complemento di termine o vantaggio;

- Accusativo: complemento oggetto, complemento predicativo dell'oggetto;

- Vocativo: complemento di vocazione;

- Ablativo: complemento di allontanamento, origine, provenienza, complemento di stato in luogo, complemento di mezzo, causa, compagnia.

Occorre chiarire che i soli casi non sono sufficienti a chiarire con precisione la funzione logica svolta. Si ricorre pertanto alle preposizioni (in, ad, per, ab, ex.) combinate esclusivamente con accusativo e ablativo.
I casi si dividono in due gruppi:

- Casi diretti (nominativo, accusativo, vocativo): esprimono un rapporto diretto con il verbo reggente della preposizione;

- Casi obliqui (genitivo, dativo, ablativo): esprimono un rapporto indiretto con il verbo reggente della preposizione.

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