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Le marcite


Le marcite sono un esempio particolare delle trasformazioni che il paesaggio naturale ha subito a causa dell’utilizzo di nuove tecniche per le coltivazioni agricole da parte degli uomini. I monaci Benedettini “inventarono” la tecnica di coltivazione dei prati detta marcita e la applicarono in tutti i luoghi che si prestavano. Vediamo un esempio concreto: intorno al 1135 la comunità di monaci che viveva nell’Abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano, decise si sfruttare l’abbondanza delle acque delle risorgive che rendevano, molto probabilmente, la zona poco fertile e malsana. Se l’acqua non viene infatti canalizzata e utilizzata intelligentemente trasforma in palude i terreni sui quali sgorga. I monaci osservarono che l’acqua proveniente dalle risorgive e dai fontanili non gelava mai e quindi ebbero l’idea di strutturare i campi utilizzando in modo ingegnoso quelle stesse acque. Oggi che disponiamo dei termometri possiamo verificare che l’acqua dei fontanili si mantiene sempre sopra gli zero gradi centigradi, raggiungendo normalmente i 9-12 gradi in inverno. Una marcita si presenta come una divisione regolare del terreno in rettangoli, il cui suolo è stato impostato con la forma di un tetto. Sul colmo scorre un canaletto a fondo cieco che riceve l’acqua da una roggia principale, detta adacquatrice.
L’acqua tracima dai canaletti, scorre sul terreno e viene raccolta da due solchi alla base dei campi spioventi, che la convogliano in un fosso adduttore a valle. Per aumentare la resistenza al freddo delle colture di foraggio l’ultimo raccolto viene lasciato marcire sul campo. Da questa procedura deriva appunto il nome “marcita”. In tal modo si ottengono fino a otto raccolti di foraggio all’anno, contro i quattro di un campo normale.
Da quel periodo storico il paesaggio della pianura lombarda è stato, per secoli, in buona parte caratterizzato proprio dalla presenza delle marcite. Purtroppo l’incuria dell’uomo ha danneggiato le marcite che stanno ormai scomparendo.
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