Nella sua formazione, convergono l’illuminismo (soprattutto quello di Voltairre e in particolare il materialismo sensistico), il platonismo (da cui riprende la teoria delle idee, perché le idee rappresentano la prima oggettivazione della volontà di vivere, della quale ci parlerà), il romanticismo (aspetti quali il dolore, il tema dell’infinito, l’irrazionalismo, la sofferenza, quindi il pessimismo), il kantismo (l’impostazione gnoseologica e soggettivistica: soggetto rappresentante, oggetto rappresentato), l’idealismo (non quello di Hegel, sul quale si scaglierà anche perché è il “ciarlatano e sicario della verità” perché sta al servizio del potere quindi non un “filosofo della verità”) e il ritorno alle filosofie orientali (soprattutto a quella induista).

Il “velo di Maya”


Nella formazione di Schopenhauer converge anche il Kantismo, ed esso è essenziale perché parte proprio da lui per formulare la propria distinzione tra “fenomeno” e “noumeno”. Condivide il fatto che la conoscenza avvenga tra il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato, ma non condivide la sua definizione di questi due. Per Kant l’oggetto rappresentato, ovvero il fenomeno, era qualcosa di reale, mentre il noumeno era una “x sconosciuta” che non poteva essere conosciuta. Per Shopenhauer, invece, il fenomeno non è la realtà vera delle cose, ma il “velo di Maya”: un’illusione ottica, e fantasmagorica e non reale. Il fenomeno è dunque solo illusione, e chiarisce che noi vediamo quindi la vita come un sogno, mentre invece il noumeno, ciò che sta al di là del velo di Maya si può conoscere. Mentre per Kant il noumeno era ignoto e il fenomeno invece era conoscibile, in Schopenhauer è il contrario in quanto squarciando il velo di Maya il noumeno si può conoscere. C’è anche un’altra differenza: Schopenhauer sostiene che il mondo sia una nostra rappresentazione, ma tale rappresentazione rimane soltanto un fatto di coscienza; a differenza di Kant che ritiene che diventi poi natura e fenomeno. Schopenhauer non accetta dunque né in toto il materialismo che si fonda sull’oggetto, né l’idealismo che si fonda sul soggetto. E’ impossibile puntare solo sull’oggetto e sul soggetto, e quindi è impossibile prescindere solo dall’uno o dall’altro. Da Kant desume poi il riferimento alle forme a priori. Per lui sono forme sfaccettate dove la causalità è la più importante perché è proprio quella che viene fuori dal rapporto soggetto-oggetto. Per Schopenhauer la vita, quella che Kant chiama fenomeno è soltanto un sogno, e quindi è solo apparente (questo è ripreso dalla filosofia orientale). Tutti vivono la vita in questo modo. Gli uomini si pongono continuamente tante domande e soprattutto si interrogano sull’essenza metafisica dell’universo che Schopenhauer chiama volontà di vivere.
Volontà di vivere
La volontà di vivere è quella che Kant chiamava noumeno (quindi in Schopenhauer è il soggetto), mentre il fenomeno è il velo di Maya (l’oggetto). La volontà di vivere consiste in un continuo volere, ed è condivisa da tutti gli esseri viventi. Ma la volontà di vivere non è positiva: essa ci fa soffrire, in quanto è caratterizzata da tanti e troppi desideri. I più elementari sono quelli del nostro organismo: la fame, la sete, e il sonno. Sono manifestazioni esterne della volontà di vivere. Ma perché la volontà di vivere è il noumeno, ovvero il soggetto? Perché il velo di Maya dovrebbe avere un rapporto di subordinazione rispetto ad essa? Schopenhauer prende spunto dal sensismo di Voltairre e sostiene che è proprio con la nostra volontà di vivere, con il nostro corpo, e il nostro agire, che possiamo squarciare il velo di Maya e conoscere il noumeno. E il nostro corpo è una delle tante manifestazioni della volontà di vivere. Questa volontà di vivere è inconsapevole, inconscia, un impulso, un energia primordiale che ci spinge sempre a desiderare, e può essere definita unica perché è al di là di quello che era il principium individuationis del Medioevo (ovvero non esiste qualche altro elemento uguale ad essa). Essa è eterna ed indistruttibile, è un principio senza inizio e senza fine, al di là del tempo e dello spazio. E’incausata e senza scopo: agisce senza causa come una forza libera e cieca, senza una spiegazione razionale al suo volere, e per Schopenhauer la più grande crudeltà del mondo è proprio questa: volere senza sapere perché. Perché vogliamo vivere, se alla fine, secondo lui, viviamo in un mondo dove tutti soffrono e Dio non esiste, quindi un mondo sdivinizzato? Lo facciamo proprio per mascherare questo fattore. Il mondo, in Schopenhauer, è un continuo combattimento fra gli esseri umani, esso è caratterizzato dalla cattiveria, dalla gelosia e dall’ invidia, quindi non esiste alcuna benevolenza. Più desideriamo e più soffriamo, in quanto quando si ottiene una cosa, ne si vuole subito un’altra. Secondo questa concezione, la gioia è solo momentanea (si rifà a Verri e a Leopardi) mentre il dolore è continuo. L’unica cosa che esiste è proprio la volontà di vivere, che quando cessa id esistere fa subentrare la noia: un vuoto incolmabile perché non c’è più neanche il desiderio e in cui si va a sprofondare. Vi è questo pessimismo cosmico. Un’altra concezione importante è anche quella dell’amore: esso non esiste, è solo un’illusione. L’unico amore esistente è quello prettamente sessuale, che viene dalla volontà di vivere e che si serve degli uomini per procreare. Schopenhauer dice che noi ci illudiamo di innamorarci, crediamo di amare davvero qualcuno, ma sono solo pretesti della volontà di vivere che si serve di noi per continuare la specie. La volontà di vivere si manifesta in tutte le cose come Sensucht (desiderio inappagato), e il dolore non riguarda soltanto l’uomo e riveste ogni creatura. Chi aumenta il sapere inoltre moltiplica il dolore.
Le critiche all’ottimismo
Schopenhauer, si dice abbia aperto la strada della demistificazione a filosofi quali Nietzche, Marx e Freud, definiti i filosofi del sospetto, in quanto nelle critiche successive lui utilizza proprio la tecnica dello “smascheramento”, ripresa in grande parte dai filosofi citati poco prima. Le critiche all’ottimismo sono varie. La prima è quella che va all’ottimismo cosmico: mentre la filosofia occidentale era contrassegnata dall’ottimismo razionale, quella di Schopenhauer no perché non vede nella realtà in atto le categorie logiche di cui parlava Hegel; di fatti, a differenza sua, lui considera il mondo come un’esplosione di elementi razionali. Il mondo non è categorizzato da categorie logiche ma da una illogica sopraffazione degli uni contro gli altri. La seconda critica va all’ottimismo sociale: gli uomini non sono portati alla benevolenza, si uniscono e si associano soltanto per interesse. La terza critica, invece, va all’ottimismo storico: Schopenhauer non ammette lo storicismo perché sostiene che la storia non sia universale ma sempre la catalogazione di fatti individuali, e i fatti storici cambiano soltanto in apparenza, quando poi la storia è sempre la stessa. La storia dunque non è una scienza, quindi bisogna passare dalla storia alla filosofia della storia. Nega lo storicismo e propone una filosofia della storia. Essa non cambia e non è progressiva come dicevano gli scienziati: i fatti cambiano solo nella loro apparenza ma essa rimane uguale. L’unico obbiettivo dello storicismo è quello di far prendere coscienza all’uomo del proprio destino.
Le vie delle liberazione dal dolore
Schopenhauer cerca di superare il dolore, indicando varie vie di liberazione. Non ammette il suicidio, che si potrebbe anche scegliere, ma che porterebbe solo a sopprimere una delle tante manifestazioni esterne della volontà di vivere. Le vie di liberazione sono l’arte, la pietà e l’ascesi. Man mano che viviamo dobbiamo imparare a non esistere, e cioè annullando la volontà di vivere. Bisogna liberarsi di tutti questi desideri che ci fanno volere e soffire e quindi sostituendo alla voluntas la noluntas. La prima via di liberazione è l’arte: l’arte è il mezzo, lo strumento che fa sì che l’uomo possa liberarsi seppur momentaneamente dalla volontà di vivere. Grazie ad essa, l’uomo contempla la vita, elevandosi al di sopra della volontà, del dolore e del tempo quindi sottrae l’individuo alla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani che seppur momentaneamente scompaiono. Tra le arti che hanno questa funzione catartica ricordiamo la tragedia e anche la musica. La pietà è il secondo momento di liberazione: essa è intesa come compassione, e cioè nel compatire i mali degli altri; e questo compatire i mali degli altri tende a farci dimenticare i nostri, in quanto la compassione è un immedesimarsi negli altri. La pietà diventa anche uno strumento di conoscenza, l’elemento gnoseologico; perché attraverso di essa cogliamo la radice metafisica unica a tutti noi. Non è la conoscenza a produrre la moralità, ma la moralità a produrre la conoscenza (contro Kant), per cui attraverso la compassione noi conosciamo. La morale poi si concretizza in due virtù cardinali: la giustizia (un primo freno all’egoismo, che consiste nel non fare il male e nell’essere disposti a riconoscere agli altri ciò che siamo pronti a riconoscere a noi) e la carità (che si identifica con la volontà attiva di fare del bene al prossimo). La carità, diversamente dall’eros è un falso amore, perché è amore disinteressato. L’ultima via di liberazione è l’ascesi: essa non è un’ascesi mistica, ma è un nirvana ed è la tappa definitiva per liberarsi dai desideri, in quanto consiste proprio in una estirpazione di quel godere e del desiderare. Il primo passo di questo percorso è la castità che libera dal desiderio sessuale, e quindi dalla possibilità di moltiplicare la specie. Il secondo passo è la rinuncia ai piaceri, costituita da varie pratiche che portano all’ascetismo, come: digiuno, povertà, umiltà. Il terzo passo, infine, è proprio la soppressione della volontà di vivere attraverso l’ascesi, che è l’unico vero atto di libertà che sia possibile all’uomo. Mentre l’ascesi del cristianesimo si conclude con l’estasi (che è l’ineffabile stato di unione con Dio), nel misticismo ateo di Schopenhauer non possiamo parlare di estasi ma parliamo di nirvana: esso è un’esperienza del nulla, cioè una negazione del mondo stesso. Il nirvana dunque diventa un tutto: un oceano di pace, e uno spazio luminoso di serenità.

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