Mongo95 di Mongo95
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È uno degli autori più complessi del Settecento, e più difficili da interpretare, perchè la sua opera e la sua personalità hanno molte facce e sono percorse da un tormento continuo. Soprattutto fu un uomo pieno di contraddizioni, lacerato da conflitti e in continua tensione con la società e la cultura del suo tempo. Frequentò i filosofi illuministi, ma se ne distaccò presto. Fu avversario sia dei materialisti sia del clero bigotto. Rousseau è un teorico della democrazia, che sente l’avversione per il mondo contemporaneo, al quale contrappone le virtù civiche di Sparta e della Roma repubblicana. Una corruzione della vera natura dell’uomo, giudica la storia della società non un progresso, ma una decadenza da una condizione originaria di innocenza; eppure sostiene che solo nella condizione sociale e grazie al diritto politico l’uomo può, se sa farne buon uso, nobilitarsi ed elevarsi a una condizione di vera moralità.
In pochi filosofi moderni l’opera è così strettamente intrecciata con la personalità e la biografia come in Rousseau, a partire dal suo tormentato rapporto con gli illuministi.

• Progresso culturale e decadenza morale
Con il Discorso sulle scienze e le arti (1750) Rousseau afferma l’idea che in ogni epoca il progresso delle scienze e delle arti è stato direttamente proporzionale all’indebolimento della “virtù”. In altri termini, il progresso culturale e materiale non comporta un miglioramento della morale, tutt’altro. Con “arti” si parla sia di tecniche (che generano lusso e infiacchimento) che di belle arti (che favoriscono gusto estetico a danno delle virtù morali). Con “virtù” intende soprattutto la virtù civica, cioè l’amore del cittadino per la libertà e la patria. Una vita più comoda e raffinata espone alla corruzione che deriva dal lusso. La cultura raffinata è espressione di una società falsa, fondata sull’apparire e non sull’essere. Sotto la parvenza della civiltà raffinata si nasconde una forma di oppressione dell’individuo ben più crudele della stessa tirannide. Rousseau critica la cultura del suo tempo e le imputa i guasti che gli illuministi attribuivano invece all’ignoranza e alla superstizione.
Aveva però alle spalle una lunga tradizione cristiana in cui la semplicità evangelica era contrapposta alla raffinatezza profana. Dalla sua educazione calvinista traeva sia il disprezzo per il lusso che corrompe, sia l’idea di una povertà nutrita di virtù e fatta di volontaria limitazione ai soli bisogni naturali. Ma al vecchio tema morale aggiungeva una nuova dimensione, quella politica. La cultura nasconde la falsità, l’ipocrisia, l’immoralità, e l’ingiustizia su cui si fonda la società. È ormai talmente pervertita che non c’è più speranza di correggerla. Si possono solo somministrare cure palliative, servendosi di quegli stessi mezzi che hanno causato la malattia: le scienze e le arti. Intrattengono gli uomini e li distraggono da occupazioni più violente e pericolose.
La fonte prima del male è la disuguaglianza: nella società gli uomini sono tenuti insieme dal legame dello sfruttamento, hanno bisogno gli uni degli altri per rapinarsi a vicenda; per questo sono costretti a essere in un modo e a sembrare in un altro. La causa del male non è né la natura dell’uomo né il peccato originale, ma la società, con le sue inevitabili disuguaglianze.

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