pexolo di pexolo
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Libertà ed uguaglianza


Per libertà Rousseau intende, soprattutto, un rapporto non conflittuale tra individuo e legge, ma è anche quella facoltà di dare leggi a se stessi. Da quest’ultimo punto di vista, rispetto agli autori precedenti, introduce importanti differenze: il fatto che la legge non sia un’imposizione subita, rispetto ad Hobbes, perché il rapporto che Rousseau immagina dei singoli individui con la legge non è un rapporto che potremmo derubricare con la cifra della passività; la legge non è qualcosa che subiamo e che supinamente accettiamo in virtù di un bene, non è il prezzo che si paga per la vita; rispetto a Locke, c’è un richiamo alla legge molto più presente e forte, che non il silenzio della legge lockeano: Rousseau intende la libertà esattamente come quello spazio che rende possibile trasformare l’obbedienza in dovere, senza immaginare il dovere come una forma di accettazione supina. Siamo al cospetto di un autore che prometeicamente prova a tenere insieme, attorno al rapporto libertà-legge, una serie di questioni quasi esagerate: anzitutto il tema della mancanza di rappresentanza (democrazia diretta), la sfida di tenere un’autonomia che non sia una forma di indipendenza assoluta, il tentativo di rivendicare una forma di relazione che al tempo stesso non sia una forma di indipendenza, di concepire il dovere non come una categoria eteronoma (che ha la fonte di sé in qualcosa di esterno a noi), di intendere l’autenticità come una forma di autonomia, cioè il fatto che obbedire non ad un esterno ma a me significa immediatamente avere un rapporto di totale trasparenza con se stessi, in cui non dev’esserci autoinganno.
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