pexolo di pexolo
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Rivoluzione scientifica - Idea di progresso

Una delle caratteristiche fondamentali della scienza è l’ammissione di ignoranza, che implica l’apertura verso una conoscenza progressiva mai apparsa nelle epoche precedenti. Esaminando l’idea di progresso all’interno delle concezioni filosofiche ci si rende conto che essa emerge soltanto intorno al ‘600, mentre fino ad allora è assente; questo sebbene il Cristianesimo avesse portato una concezione lineare del tempo, concezione che, contrariamente a quella ciclica, è condizione necessaria affinché ci sia progresso. Uno dei problemi maggiori nel progetto della città ideale teorizzata nella Repubblica da Platone era quello di stabilire se essa fosse un modello astratto o un progetto realizzabile; per risolvere il problema Platone fa appello alla antica sapienza degli Egizi, chiedendogli se nel passato si era mai realizzata una struttura politica analoga a quella delineata nella Repubblica: a memoria degli antichi sacerdoti viene ribadito che prima dell’ultimo diluvio si era realizzata la città ideale delineata da Platone. S’indaga nel passato perché se in un ciclo essa già era stata realizzata, allora si realizzerà di nuovo, ma se non era mai stata realizzata allora il modello resterà completamente astratto, irrealizzabile in qualsiasi momento: questo dimostra la mancanza dell’idea di progresso nella mente di Platone e in tutta l’antichità. La gabbia del ciclo è costruita con le intelaiature del fato, della necessità, che domina in tutto il pensiero antico: gli antichi accettano il fato, la legge, perché è la garanzia più solida contro il rischio dell’annientamento totale. L’unico progresso ammesso era quello interno, cioè inteso come fase ascendente del ciclo, a cui segue una degenerazione e quindi una ripetizione dello stesso percorso: Aristotele credeva di essere l’ultimo nella parte più sviluppata del ciclo e che dopo di lui non ci poteva essere nient’altro che la degradazione.

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