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Il comunismo

L’abolizione del sistema delle merci


Il problema, non è tanto quello di allineare il valore di scambio della forza-lavoro al suo valore d’uso perché questo è impossibile, né è quello di chiedere un po’ di più per l’operaio, in nome di un astratta esigenza morale, ma, radicalmente è quello di abolire il sistema delle merci. La questione è che mentre il modo di produzione della ricchezza è sociale, l’appropriazione di questa ricchezza è privata. Perciò a differenza delle tesi del socialismo utopistico, Marx sostiene che non si tratta tanto di estendere a tutti la proprietà, quanto di superare la proprietà privata come condizione e forma di rapporti tra gli uomini. La società capitalistica, da un lato, estende la produzione delle merci e dall'altro, accentua il carattere privato del possesso dei mezzi di produzione. Essa stessa quindi, alimenta una contraddizione oggettiva che sta nel fatto che l’imprenditore è costretto dalle leggi del mercato a sfruttare al massimo la forza-lavoro per essere competitivo, quindi, per non essere cacciato dal mercato ad opera di altri capitalisti o concorrenti. L’accumulazione capitalistica non dipende dalle volontà individuali, ma da leggi oggettive.

Il comunismo


Il comunismo non è un semplice ideale a cui la realtà debba conformarsi, bensì è il movimento reale che abolisce lo stato presente e che sorge solo quando le strutture materiali della società capitalistica vedono nei rapporti proprietari, non una condizione di crescita, ma un ostacolo per l’ulteriore sviluppo. Il comunismo appare a Marx come l’unica forma sociale nella quale sia possibile una restituzione dell’uomo a sé stesso perché, con la soppressione della proprietà privata esso dovrebbe sopprimere i fattori di lacerazione della società e della stessa coscienza umana. Esso è visto come uno sbocco inevitabile dello sviluppo della società capitalistica, cm una trasformazione che verrà imposta dalle stesse contraddizioni che attraversano la società. Il comunismo dovrà, inoltre, corrispondere ad una fase storica di sviluppo nella quale si abbia un grande aumento della ricchezza, per giungere ad un benessere generalizzato. Per questo il comunismo non può realizzarsi solo in un paese, ma deve investire l’umanità intera. Dopo quella capitalista dovrebbe instaurarsi una società socialista e non ancora comunista, pur se basata anch'essa su una proprietà comune dei mezzi di produzione. In quella società il lavoratore riceve esattamente ciò che ha dato alla società: la sua quantità individuale di lavoro. Marx parla di uno scontrino rilasciato dalla società che attesta questa quantità di lavoro. Quindi si avrà uguale quantità di merci per uguale quantità di lavoro.
L’altra questione su cui Marx prende posizione riguarda le trasformazioni che subirà lo stato in una società comunista. Si dovrà mutare lo stato in modo che il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere pubblico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra. Il proletariato abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d’esistenza delle classi in genere, e così, anche il suo proprio dominio in quanto classe. Quanto all'educazione Marx chiede che accanto all'istruzione popolare si promuovano anche scuole tecniche; soprattutto, si dichiara sorprendentemente contro ogni influenza non solo della chiesa, ma anche dello stato sulla scuola. Al di là del giudizio della storia resta il fatto che la concezione del mondo di Marx ha costituito un completo rivolgimento del mondo di concepire il pensiero e il suo ruolo nella società umana.
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