Ominide 1172 punti

Il capitale


Marx espone i meccanismi dell’economia capitalistica al fine analizzare la struttura dell’economia moderna. Egli si contrappone all’economia classica in quanto è convinto che non esistano leggi universali dell’economia, ma che ogni formazione sociale abbia specifici caratteri e leggi storiche. E’ convinto, inoltre, che il capitalismo, caratterizzato dall’accumulazione di capitale e dalla scissione di proprietà privata dal lavoro salariato, vada analizzato come una totalità organica (così come l’economia in generale) in cui gli elementi sono tutti connessi tra loro.
Marx inoltre studia il capitalismo distinguendo gli elementi principali da quelli secondari, per analizzare le sue caratteristiche principali e formulare, in seguito, delle previsioni. Egli, infatti, individua delle leggi tendenziali nello sviluppo capitalistico che non vanno confuse con delle profezie.
Il modo di produzione capitalistico gira intorno ai concetti di merce e valore. La merce, che è il concetto di base del capitalismo, possiede un valore d’uso (essere utile, poiché nessuno acquista qualcosa di cui non ha bisogno) e un valore di scambio (garantisce la possibilità di essere scambiata con altre merci), che dipende dalla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrre la merce (più lavoro serve a produrla e più vale). Il valore non è, però, la stessa cosa del prezzo di una merce, poiché sul prezzo influiscono anche l’abbondanza o la scarsità della merce. Infatti la somma complessiva dei prezzi delle merci di un mercato equivale alla somma del lavoro contenuto in esse, ossia al loro valore. Il valore sta quindi alla base del prezzo. Ciò porta Marx a contestare il feticismo delle merci, ovvero la considerazione delle merci come entità aventi un valore di per sé (dimenticando che sono frutto dell’attività umana), e dei rapporti economici come rapporti tra cose e non tra uomini.
Il ciclo economico capitalistico si svolge diversamente da quello tradizionale di M.D.M. (merce-denaro-merce), per il quale una certa quantità di merce viene trasformata in denaro che verrà ritrasformato in merce (acquisto di un bene). Il sistema economico borghese si basa sulla produzione finalizzata non al consumo, ma all’accumulazione di denaro, descritto con la formula D.M.D’. (denaro, merce, più denaro), poiché il capitalista investe denaro in una merce per ottenere più denaro di quello investito. Questo plusvalore non deriva né dal denaro stesso né dallo scambio delle merci, ma ha origine durante la produzione di queste ultime. Infatti il capitalista può comprare e usare la sua forza-lavoro, ovvero gli operai, pagandoli con il salario, come una qualsiasi merce. Ma, siccome l’operaio può produrre un valore ben maggiore a quello corrisposto dal suo salario, il plusvalore dipende dal pluslavoro degli operai, ovvero l’insieme del valore che gratuitamente essi offrono al capitalista (ciò spiega inoltre il fenomeno dello sfruttamento degli operai: il capitalista, che dispone dei mezzi di produzione, può utilizzare la forza lavoro degli operai a proprio vantaggio, mentre questi ultimi dispongono solo della loro energia lavorativa).
Dal plusvalore deriva il profitto, che non coincidono, appunto, l’uno con l’altro. Ciò accade a causa della distinzione tra capitale variabile e capitale costante: il capitale variabile è quello investito nei salari, mentre quello costante è quello investito nei mezzi di produzione. Poiché il plusvalore aumenta in relazione ai salari, ovvero al capitale variabile (più pluslavoro=più plusvalore), il saggio del plusvalore è il rapporto tra il plusvalore conseguito il capitale variabile (esprime il grado di sfruttamento della forza lavoro). Ma, poiché il capitalista deve investire sia in salari, che in macchinari (capitale costante), il saggio del profitto è il rapporto tra il plusvalore e la somma di capitale costante e capitale variabile. Di conseguenza il saggio del profitto è sempre minore del saggio del plusvalore.
Il capitalismo è retto dalla logica del profitto privato, anziché dalla logica dell’interesse collettivo. Inizialmente il capitalista cerca di accrescere il plusvalore prolungando la giornata lavorativa ma, siccome dopo un certo numero di ore la forza lavoro cessa di essere produttiva, il capitalista punta alla riduzione della parte di giornata del lavoro necessario (non del plusvalore ma del plusvalore relativo) introducendo nuovi mezzi di produzione, la cui grande svolta risiede nella macchina, capace di aumentare enormemente la quantità di merce prodotta nello stesso tempo con lo stesso numero di operai (e non avendo bisogno di risposo essa può aumentare anche il plusvalore assoluto).
L’introduzione di questi nuovi mezzi di produzione porta il capitalismo a riscontrare delle crisi, prima fra tutte la crisi di sovrapproduzione. Mentre nei secoli precedenti le crisi erano provocate dalla scarsità dei beni, nel capitalismo dipendono dalla sovrabbondanza di merci, dovuta dall’anarchia della produzione, per cui i capitalisti si concentrano sui settori dove il profitto è più alto, causando un eccesso di produzione rispetto alle esigenze di mercato che provoca sia la distruzione dei beni, sia la disoccupazione. La seconda crisi è la caduta tendenziale del saggio del profitto, il vero tallone d’Achille del capitalismo. Secondo questa legge, il saggio del profitto diminuisce a causa dell’accrescimento del capitale costante rispetto a quello variabile, poiché il saggio del profitto è dato dal rapporto tra plusvalore e capitale variabile + capitale costante. Così, aumentando il capitale costante, il profitto risulta più scarso del capitale impiegato.
La caduta tendenziale del profitto, insieme alle altre crisi, produce la tendenza verso la scissione della società in due classe antagoniste, ovvero la visione dualistica di una minoranza industriale con un gigantesco potere e ricchezza (borghesia) e una maggioranza sfruttata (proletariato). Di tutte le contraddizioni del capitalismo (anarchia di produzione, sovrapproduzione, disoccupazione, caduta del saggio di profitto, concorrenza e scissione della società), il contrasto tra forze produttive sociali e rapporti di produzione privatistici è la più importante.

Bibliografia:
Con-Filosofare
Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
×
Registrati via email