Ominide 13147 punti

Galilei mette in discussione il principio di autorità basato sul concetto 'ipse dixit' (l'ha detto lui), che considera la parola di un autorità religiosa o culturale indiscutibile; questo era un limite per la ricerca scientifica. Il concilio di Trento, dichiarando unica interprete la Chiesa, ristabilì l'interpretazione letterale delle Sacre Scritture eliminata da Lutero, che sosteneva quella libera. Innanzi a tale decreto si pone il problema: se accettare le verità della Bibbia o le verità dimostrate dalla scienza.
In una delle lettere copernicane, quella a Benedetto Castelli (1613), Galilei affronta il rapporto tra scienza e fede.
Egli, ritenendosi buon cristiano e scienziato, consapevole che non possono esistere due verità, altrimenti Dio ci ingannerebbe e non sarebbe infinitamente buono, arriva alla conclusione che l'unica fonte di verità è Dio e apparentemente ne esistono due. Dio ha rivelato la verità agli uomini in due modi: attraverso la parola e attraverso l'opera. Le Sacre Scritture (parola), sono una verità rivelata (il Verbo) e sono finalizzate alla salvezza ('ci insegnano come si và in cielo e non come va il cielo'); la Natura (opera), è una rivelazione diretta (leggi universali e oggettive) ed è finalizzata alla conoscenza. Galilei, paragona la Natura a un grande libro sempre aperto davanti ai nostri occhi scritto in termini matematici; mentre la Bibbia è un libro in cui Dio si è dovuto adattare alla capacità di comprensione del volgo usando un linguaggio antropomorfico (metafore, analogie..). Quindi se incombe questo contrasto 'apparente' fra le due verità (religiosa e scientifica), 'bisogna andare aldilà del nudo senso delle parole', ovvero bisogna rivedere l'interpretazione delle Sacre Scritture, mutandola in interpretazione allegorica.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email