Mongo95 di Mongo95
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Cartesio comunque tende continuamente a semplificare e a suggerire l’andare passo dopo passo, con criterio, sempre seguendo una serie. Se durante questo procedimento ci si dovesse bloccare, allora è necessario cambiare ambito. Infatti non tutte le difficoltà si possono risolvere dentro un certo ambito scientifico, ma bisogna passare da uno all’altro. Fa un esempio al riguardo, in cui si trova sempre nella stessa situazione, cioè di trovare un’incognita da collocare da qualche parte. Tre esempi, con tre personaggi: un matematico, un fisico e un metafisico. Il problema da risolvere è quello dell’anaclastica, cioè la linea necessaria a far sì che i raggi che passano attraverso un mezzo convergano in un fuoco, così da molare la lente. Ma, nonostante lo scopo pratico, tale linea deve essere prima ricercata in teoria. Per spiegare la rifrazione, Cartesio utilizza l’esempio della palla da tennis, che rimbalza sul terreno, oppure viene lanciata in acqua. Il matematico può analizzare la questione studiando l’andamento tipico dell’angolo di incidenza e dell’angolo di rifrazione, sapendo che tra questi due c’è relazione costante, a seconda del mezzo attraversato. E in base a ciò può determinare la linea. Il matematico sa dunque trovare la legge matematica, cioè la legge dei seni. Quello che non sa fare è il perchè ci sia quella determinata proporzione rispetto ad un’altra. Sa elaborare i numeri tra di loro, ma non riesce a risalire alle “cause”. È qui che entra in gioco il fisico, che sa che qualsiasi mezzo ha la sua densità, che fa variare il rapporto tra gli angoli. Quindi è lui che fornisce il valore del rapporto, i dati empirici per la teoria del matematico. E quest ultimo non può spingersi nel campo del fisico, ma solo utilizzarne i risultati. Quindi esiste un metodo a priori, con gli strumenti sulla base del modello matematico, ma quando si ha poi a che fare con le singole questioni, bisogna rifarsi all’esperienza. Elemento a priori e elemento di esperienza che vanno insieme, ma senza distinzioni tra i due il metodo non sarebbe efficace.

Il metafisico ha un ruolo diverso. Se l’argomento è l’esame di tutte le verità, e non di una unica, come quella dell’esempio, egli va alla radice di tutto. Cioè come funziona l’intelletto, il ragionamento su come funziona il metodo. E ciò non deve essere ripetuto continuamente, ma almeno una volta nella vita, per poi utilizzare il risultato come metodo che valga in tutti i campi, alla base di cosa ci fornisce l’esperienza e di come essa possa essere elaborata. Solo l’intelletto può distinguere il vero dal falso, il resto sono solo strumenti. Il metafisico ha il compito più ampio, quello che considera in generale quale sia il metodo. Prima considera l’intelletto, per poi arrivare a dirci il metodo valido per tutto e tutti, per cui noi ragioniamo, comune a tutti se ben guidato. Il problema della altre menti riguarda soltanto le qualità secondarie, cioè le questioni dei sensi.
Il metodo imita le arti meccaniche, nelle quali prima di tutto, autonomamente, si autosviluppano gli strumenti necessari per proseguire e iniziare l’attività. Cioè dei precetti rozzi, elementi orientativi, da utilizzare nella ricerca delle cose necessarie all’indagine della verità. E ciò che si deve ricercare per iniziare è che cosa sia la conoscenza umana e la sua estensione e limiti. In sintesi, sempre e comunque (artigiano, mathesis, etc), una procedura. La metafisica serve in fondo a poco, se non che per individuare una volta e per tutte gli strumenti di base.

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