Cartesio:

La vita e gli scritti:
Con Cartesio passiamo definitivamente dal Rinascimento all’Età Moderna.
I problemi che si andrà a porre saranno:
o L’uomo come soggetto
o Il mondo oggettivo
Cartesio è inoltre da considerare come il fondatore del razionalismo, vede nella ragione il principale organo di verità nonché strumento di cui avvalersi per avere una nuova visione del mondo complessiva.

Nasce nel 1596 e viene educato in un convento di gesuiti a La Flèche, definirà poi questi studi insufficienti per un orientamento sicuro all’indagine.

La sua prima opera è “le regole per dirigere l’ingegno”, in questo periodo partecipa alla guerra dei trent’anni per poter viaggiare in Europa e scoprire il “vero mondo” attraverso la milizia. Si dedica però nel contempo agli studi di matematica e fisica.

Nel 1628 si stabilisce in Olanda per la libertà di pensiero minacciata dalla chiesa altrove, compone qui un trattato sulla metafisica, successivamente riprende lo studio della fisica con la pubblicazione di altre opere quali: “Discorso sul metodo” e tre saggi incentrati sulla diottrica, la geometria e le meteore.

Muore nel febbraio del 1650 una volta approdato in Svezia sotto richiesta della regina a causa del rigido clima.

Il metodo:
Trovando gli studi conseguiti a La Flèche insufficienti ritiene di non aver conseguito un criterio sicuro per distinguere il vero dal falso, quindi, privo di un orientamento teoretico e pratico che potesse fargli distinguere il giusto dallo sbagliato punterà a creare una filosofia che abbia anche scopi pratici per vedere poi l’uomo come vero dominatore della natura tramite il suo stesso ingegno.
Il metodo è un criterio di orientamento unico e semplice che ha come fine unico l’uomo nel mondo.
Va a definire ora la matematica come disciplina già in possesso di tale metodo ma punta a utilizzare tale metodo e renderlo generale di modo da poter applicare a diverse branche del sapere giustificando la sua stessa applicazione a livello universale.
Il suo compito sarà quindi quello di:
o Formula regole del metodo
o Fondare un valore assoluto e universale del metodo
o Dimostrare fecondità del metodo nei vari rami del sapere

Le regole:
Nella seconda parte de “Il discorso sul metodo” troviamo la formulazione delle regole del metodo. Sono quattro:
o Evidenza, bisogna accettare per vero solamente ciò che è evidente.
o Analisi, scompongo un problema se complesso in più problemi
o Sintesi, ricompongo il problema nella sua complessità originale

o Revisione, controllo di non aver dimenticato nulla

Il dubbio e il cogito:
Le regole metodiche non hanno in sé la loro giustificazione e quindi Cartesio punta ora a giustificarle tramite la loro stessa fonte: l’uomo come soggetto e ragione.
Una guida sicura in tutte le scienze è possibile solo se opero una critica radicale di tutto il sapere già dato sospendendo l’assenso a ogni conoscenza accettata comunemente, inizio a dubitare di tutto.
Una volta trovato quell’unico principio che resisterà al dubbio lo potrò ritenere saldissimo e usarlo come fondamento per tutte le altre conoscenze.

Devo partire dubitando delle conoscenze sensibili in quanto i sensi ingannano.
Finchè non si ha qualcosa di certo si può quindi supporre di essere stati creati da “un genio maligno” che inganna facendo crollare anche le verità eterne nonché quelle logico-matematiche, estende così il dubbio all’universale, ecco il “dubbio iperbolico”.

Ma da tale dubbio universale si intravede la prima certezza.
Per essere ingannato io devo esistere, devo essere qualcosa, quell’ “io esisto” è assolutamente vero in quanto può dubitare di qualcosa solamente chi esiste: cogito ergo sum.

Non posso però dire di esistere come corpo perché non ne so ancora nulla riguardo la loro esistenza ma posso riferirmi alla sostanza pensante.
La certezza del mio esistere è nel mio pensiero.
Ma la mia certezza di soggetto pensante è certa quanto non lo è invece la certezza dell’esistenza delle cose che penso.
Aver trovato l’esistenza del soggetto pensante come certezza garantisce la validità di conoscenza umana e l’efficacia dell’azione umana sul mondo.

Dio come giustificazione metafisica delle certezze umane:
Il cogito mi rende sicuro della mia esistenza ma non dell’esistenza delle mie idee nel mondo esterno, quindi alla realtà.
Per superare l’ipotesi del “genio maligno” devo dimostrare l’esistenza di un Dio buono che non inganna l’uomo.
Tale dimostrazione riscontra una forte importanza a livello gnoseologico costituendo il fondamento e la garanzia sia della verità di ciò che l’uomo conosce sia dell’esistenza del mondo esterno.

Vi è un procedimento a priori a partire dal cogito, esamina quindi le idee distinguendole in tre categorie:
o Quelle presenti da sempre in me, innate. (danno l’idea di cosa o sostanza)
o Quelle derivate dal di fuori, avventizie. (danno le idee delle cose naturali)
o Quelle trovate da me stesso, fattizie. (mischia le prime due creano idee inesistenti)

Ci si interroga ora sulla loro causa, sul fatto che delle idee non perfette possono essere state prodotte quindi da me, uomo imperfetto, ma l’idea di Dio in sé, Dio come essere perfetto e infinito non può essere stata creata da un essere finito e imperfetto. La causa è esterna a me.
Sarà per forza creata da una realtà infinita, ecco dimostrata la presenza di Dio.

Come seconda prova vi è la constatazione del fatto che riconoscendomi come essere finito e imperfetto devo per forza paragonarmi e comunque riconoscermi inferiore rispetto a un essere infinito e perfetto.
Se fossi la causa di me stesso altrimenti mi sarei dato perfezione.
E’ evidente quindi che il creatore non sono io ma Dio in quanto creatura perfetta.

Nella terza prova, quella ontologica, si afferma che non è possibile concepire Dio come essere sovranamente perfetto senza ammettere la sua esistenza perché l’esistenza è una delle sue perfezioni necessarie.

Una volta riconosciuta l’esistenza di Dio ho ottenuto anche la garanzia del fatto che come essere perfetto non può ingannarmi e quindi la facoltà di giudizio che mi ha dato non può essere tale da indurmi in errore se adoperata rettamente.
Tutto ciò che ci appare chiaro ed evidente è vero.

Ma com’è possibile l’errore allora?
Dio ci ha forniti di intelletto e volontà.
L’intelletto è limitato, la volontà è libera e quindi più estesa dell’intelletto.
L’errore sta nella possibilità di confermare o negare ciò che l’intelletto non vede chiaramente dati i suoi limiti, limiti però non conosciuti dalla volontà che mi induce così a dare risposta a ciò che non è sufficientemente chiaro.
L’errore dipende dal libero arbitrio; lo si può evitare attenendosi rigorosamente alle regole del metodo di Cartesio, soprattutto alla regola dell’evidenza.

Il dualismo cartesiano:
Si parte ora cercando di motivare e cercar risposta per quanto riguarda le cose corporee, avendo l’idea che esistono fuori di me e che agiscono sui miei sensi non possono che essere vere in quanto evidenti e non ingannevoli.
I corpi però non possiedono tutti le stesse qualità, vi sono quelle oggettive e soggettive.

Ammettendo l’esistenza dei corpi ammetto quindi anche la sostanza pensante che costituisce l’io come sostanza corporea estesa, tale zona è da dividere in due parti:
o Zona pensate (res cogitans) consapevole e libera
o Zona estesa (red extensa) corporea

Ciò non è altro che lo studio del rapporto tra anima e corpo che Cartesio risolve con la ghiandola pineale, nonché unico organo singolo che li possa mettere in accordo.

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