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Hilary Putnam - Pensiero

Putnam, in particolar modo, ha dato un rinnovato impulso al dibattito su fatti e valori, mostrando come la netta divisione tra descrittivo e normativo, sostenuta dagli empiristi classici e contemporanei, si basi su fondamenta non solo incerte, ma ormai del tutto venute meno. Nelle sue argomentazioni contro la dicotomia fatto/valore, egli sostiene che vi sono due motivi essenziali per respingerla: da una parte, vi è il ruolo svolto dai valori epistemici nella scienza, dall’altra, la funzione dei cosiddetti “concetti etici spessi”. Sulla scia di James e di Dewey, Putnam afferma che i valori permeano tutta l’esperienza e informano i fatti della scienza, fatti determinati da principi metafisici regolativi e da criteri metodologici condivisi, che implicano e a loro volto sono guidati da valori epistemici quali la coerenza, la semplicità, la ragionevolezza, l’affidabilità, la bellezza, la naturalezza ecc., che legittimano le nostre credenze e pratiche conoscitive. Questi criteri metodologici, che vincolano i nostri giudizi e le scelte che ne derivano, definiscono la razionalità scientifica. Se dunque in ogni elaborazione teorico-pratica la valutazione svolge un ruolo essenziale, allora questo implica la sua «indispensabilità», ossia che le teorie scientifiche sono costituite da un inestricabile intreccio di fatti e valori, per cui non è possibile separare l’aspetto conoscitivo da quello valutativo. Diversamente dagli empiristi logici e da Popper, che hanno invece cercato, con «tentativi patetici», di mascherare l’evidenza secondo cui i giudizi fattuali, anche nelle scienze fisiche, dipendono dai valori epistemici, Putnam sostiene che tanto nelle scienze (e in modo particolare nelle scienze sociali) quanto nella filosofia come attività culturale, fatti, valori e teorie sono intrecciati e interdipendenti. Per Putnam, del resto, l’oggettività non coincide con il rispecchiamento o la rappresentazione corretta della realtà. A suo avviso, non tutti i giudizi oggettivamente corretti sono rappresentazioni. L’idea che oggettività significhi «corrispondenza agli oggetti» è smentita non solo da contro-esempi di verità normative («L’assassinio è ingiusto»), ma anche dalle verità logiche e matematiche e dai giudizi di valore epistemico, che sono esempi di «oggettività senza oggetti». Come ogni altra forma di attività cognitiva, gli enunciati etici sono soggetti a norme di verità e di validità, e ciò dipende dal fatto che la «riflessione sull’azione ragionevole» è soggetta agli stessi «criteri fallibilisti» che dominano quei tipi di indagine teorica dove le pretese di verità e di validità cognitiva sono più evidenti. Sulla scia di Iris Murdoch e Philippa Foot, egli mostra come il nostro linguaggio morale contenga due tipi di concetti etici: quelli astratti, detti “concetti etici sottili”, come bene, male, giusto e i loro contrari, e quelli più descrittivi, detti “concetti etici spessi”, come, ad esempio, crudele, prode, irrispettoso, virtuoso, codardo, leale, giusto, misurato, sincero, che sono al tempo stesso sia descrittivi che valutativi. Di questi, afferma Putnam, non è possibile isolare la componente descrittiva da quella valutativa; perché non si può, per esempio, parlare di crudeltà senza usare il termine crudele stesso o un sinonimo. I concetti etici spessi sono oltre la dicotomia fatto/valore, in quanto non possono essere “fattorizzati” o “scomposti” in una componente fattuale e in una “espressiva” o “emotiva”. Sebbene anche gli enunciati degli storici possano sembrare valutativi, è improbabile che lo storico stia pronunciando una condanna morale. Per Putnam, il superamento della dicotomia fatto/valore sradica dunque l’idea di una razionalità fonologica, ossia l’idea che solo ciò che è fattuale è razionale, oggettivo e, dunque, ha un logos. Putnam ha contribuito a spogliare la dicotomia fatto/valore della sua fascinazione mostrandoci come fatti e valori risultino sempre più intrecciati e interdipendenti o addirittura convergenti. Con tale compito egli ha contribuito così all’evoluzione della nostra stessa comprensione della razionalità, rendendola più integrata e inclusiva.

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