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MARX (1818-1883)
Marx nasce da una famiglia ebrea, che poi si converte al protestantesimo. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza per poi passare a filosofia laureandosi all’Università di Jena. Abbandonati i progetti di carriera universitaria a causa della politica sempre più reazionaria del governo prussiano, si dedica al giornalismo politico. In seguito all’interdizione del giornale da parte del governo, è costretto a trasferirsi a Parigi, dove stringerà amicizia con Engels. A Londra viene incaricato dalla Lega dei comunisti di elaborare un documento teorico – programmatico, il “Manifesto del partito comunista”. Nel 1851 si ritira dalla politica attiva e inizia a lavorare al British Museum.
Marx aderì alla Sinistra Hegeliana e fu seguace di Feuberach; era inizialmente un democratico e si rifaceva in particolare a Rousseau. A Parigi entrò in contatto con i socialisti utopistici e questo comportò il passaggio dalla sua precedente posizione democratica ad una posizione socialista, distaccandosi inoltre da Feuberach.

Le sue opere sono di vario genere, alcune sono articoli per riviste e giornali, alcune sono libri veri e propri che trattano di diversi argomenti: alcuni hanno argomento filosofico - ma risultano incomprensibili a coloro che non hanno una base filosofica, in quanto ci sono riferimenti a Hegel e Feuerbach -, altri hanno stampo più tecnico e scientifico e si occupano di economia politica. Comunque, Marx si considerava un rivoluzionario e non un filosofo o un economista; egli definisce infatti il proprio socialismo come scientifico, considera la sua una filosofia della prassi, in contrapposizione alle altre filosofie, inoltre non si considera appunto un economista ma un critico dell’economia politica. Definisce poi la sua posizione “materialismo storico” contrapponendola all’ “idealismo storico” di Hegel, dal quale riprende però la dialettica, seppure la capovolge dando la supremazia alle forze materiali. Definisce la sua filosofia “filosofia della prassi”, dicendo che vuole trasformare il mondo (primato dell’azione) in polemica con Feuerbach e la Sinistra Hegeliana.
Marx dedica molte opere giovanili alla critica di Hegel: nel 1843 quando ha ancora posizioni democratica e poi quando avrà posizioni socialiste. Il rapporto tra i due è molto complesso, in quanto troviamo sia critiche dure (in particolare nelle opere giovanili) sia apprezzamenti (nelle opere più tarde). Egli comunque scrisse due critiche alla filosofia del diritto di Hegel: una nel 1843 e una nel 1844.
In quella del 1843 pone a Hegel le stesse critiche di Ruge, ovvero Hegel finisce per fare della realtà politica contemporanea delle manifestazioni dell’eticità dello spirito oggettivo finendo per sacralizzare le istituzioni dello Stato; Marx dunque lo critica di essere giustificazioni sta perché canonizzava lo Stato prussiano giustificandolo e approdando a esiti conservatori. L’errore di Hegel è dunque quello di aver invertito soggetto e predicato: Marx qui riprende il metodo trasformativo di Feuerbach reinvertendo soggetto e predicato, ma non i rapporti tra l’uomo e Dio, ma i rapporti tra individuo e Stato; si parla qui di misticismo logico, ovvero Hegel trasforma delle realtà di fatto in allegorie e manifestazioni dello spirito rendendole inattaccabili dalla critica. Il secondo aspetto della critica di Marx è di tipo politico (il primo era filosofico): la critica è quella di conservatorismo e giustificazionismo (riprende Ruge). Marx riconosce ad Hegel di aver scoperto la prospettiva dialettica, ma bisogna togliere il nocciolo razionale dal guscio mistico, ovvero bisogna prendere la dialettica che si applica alla realtà concreta; il protagonista dunque è l’uomo e non lo spirito. La dialettica ha il merito di comprendere che ci deve essere il conflitto, ma le opposizioni per Hegel avvengono nell’astratto e non nel concreto.
La seconda critica alla filosofia del diritto di Hegel e la questione ebraica sono diverse da quelle del 1843: Marx non critica solo la concezione di Hegel di Stato, ma qualsiasi forma di Stato, quindi anche quello democratico. Ha dunque capito che la semplice uguaglianza formale davanti alle legge è illusoria ed è una finzione per nascondere la reale disuguaglianza in ambito economico; secondo Marx infatti ci deve essere uguaglianza sostanziale e un’emancipazione umana.
Per quanto riguarda la critica allo stato borghese, Marx ha invertito qui i rapporti tra società civile e Stato, quindi è la società civile che ha imbrigliato lo Stato, che serve solo a fare gli interessi delle classi sociali più alte che usano lo Stato per opprimere gli altri. L’uomo vive una vita reale (per Marx il privato cittadino è superiore al borghese, che è un individuo che segue i suoi interessi egoistici) e una vita illusoria in cui sono i cittadini che seguono un bene comune, anche se illusorio. L’alienazione politica ha lo stesso schema dell’alienazione religione: l’uomo deve consolarsi delle ingiustizie con un’astratta eguaglianza di fronte alla legge.
Marx condivide con Hegel l’idea di ricreare l’antica eticità greca, ma tale riconciliazione non può avvenire finché esiste la diseguaglianza economica, ma solo quando ci sarà l’uguaglianza sostanziale. Marx rifiuta il concetto di libertà individuale e il principio della rappresentanza, in quanto il primo non fa che riflettere l’individualismo che pervade la società moderna e il secondo non farebbe altro che aumentare la divisione tra individuo e Stato. Marx vagheggia una democrazia sostanziale in cui tutti sono uguali perché non esiste più la proprietà privata.
“Sulla questione ebraica” (1844), qui Marx applica le sue teorie sullo Stato alla questione ebraica: gli ebrei avevano ottenuto pari diritti con il dispotismo illuminato, e ora lottavano per l’emancipazione; Marx si oppone perché combattere sono per l’emancipazione politica è un obiettivo illusorio perché se gli ebrei diventassero uguali agli altri sul piano politico, non lo sarebbero sul piano economico.
Del 1844 sono i “Manoscritti economico – filosofici”, che furono pubblicati solo in seguito; sono dedicati alla critica all’economia politica ed emerge la posizione nei confronti di essa, che da un lato viene studiata da Marx e non disprezzata, dall’altro viene criticata perché non ragiona in modo dialettica in quanto non vede le contraddizioni, ma “eternizza” il sistema capitalistico vedendolo non come un sistema economico ma come IL sistema economico per eccellenza, ma come il modo naturale di produrre e di distribuire e produrre le merci vedendo la proprietà privata e la merce come dei fatti puramente naturali.
Da ciò nasce la teoria dell’alienazione, la vetta dell’aspetto umanistico della filosofia di Marx, che ebbe diverse interpretazioni: una fu data in chiave umanistica a partire dal 900 (Sartre) in polemica al marxismo dell’URSS; questa visione umanistica è propria delle opere giovanili di Marx e consiste nel fatto che lo scopo del comunismo è quello di riconciliare l’uomo con se stesso, quindi il comunismo è qualcosa che deve essere fatto per l’uomo. Il fine del comunismo è la felicità perduta dell’uomo (riprende Feuerbach e la concezione idealistica della storia). Nella teoria dell’alienazione Marx riprende il concetto di alienazione religiosa di Feuerbach, secondo cui l’uomo crea qualcosa che poi finisce per schiacciarlo; Marx però trasferisce l’alienazione nell’ambito dell’economia parlando di alienazione economica come momento di negatività, perdita e infelicità.
L’alienazione ha quattro momenti: si produce nel lavoro (lavoro alienato) ma solo nella società capitalistica (condizione tipica del lavoro salariato), per Marx l’essenza dell’uomo è il fatto di saper lavorare trasformando e umanizzando la natura, distinguendosi così dagli animali. In una società non capitalistica l’uomo dovrebbe realizzarsi nel lavoro, per cui quella che è l’essenza di un essere deve essere la maggior felicità dell’essere stesso (Aristotele). Attraverso il lavoro l’uomo si realizza come uomo. Lavorando l’uomo produce in bellezza e umanizza la natura. Nella società capitalistica il lavoro è alienato, ovvero non permette all’uomo di realizzarsi, ma produce l’infelicità. Alienazione significa perdita, quindi Marx prende questo concetto nel senso che usava Feuerbach, ovvero l’ente viene prodotto da noi, ma poi ce ne dimentichiamo e questo alla fine finisce per schiacciarci; Marx trasferisce questo meccanismo nell’ambito del lavoro, per cui si hanno appunto quattro momenti:
Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività, ovvero nel capitalismo l’operaio lavora, ma non gli appartiene il prodotto del suo lavoro; si parla di espropriazione del prodotto del lavoro, per cui l’operaio lavora gratis e ottiene solo il salario.
Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa attività, ovvero l’uomo non può realizzare la propria essenza lavorando, si trova infelice e fuori di sé nel lavoro, è presso di sé solo nelle attività lavorative, per cui si sente bestia lavorando e si sente uomo quando dovrebbe sentirsi bestia; l’operaio diventa così una persona abbruttita.
Il lavoratore è alienato rispetto alla propria essenza, infatti l’operaio si trova privo di essenza ed è impoverito ed infelice.
Il lavoratore è alienato rispetto al prossimo, c’è infatti una scissione tra gli uomini per la perdita dell’essenza poiché l’uomo non si sente più parte dell’umanità e vede gli altri uomini come estranei ed ostili.
Troviamo sicuramente l’influenza di Feuerbach e la coscienza infelice di Hegel, tuttavia l’alienazione di Marx ha portata cosmica perché si ripercuote su tutta la società che diventa infelice; l’alienazione finisce per sconvolgere i rapporti tra l’uomo e la natura, vista come ostile. La dis-alienazione dell’uomo si identifica con l’avvento del comunismo; per Marx la storia si configura come il luogo della perdita e della riconquista, da parte dell’uomo, della propria essenza, e il comunismo diviene “la soluzione dell’enigma della storia”, dove l’enigma è perché gli uomini sono infelici.
Nel 1845-46 Marx si distacca da Feuerbach definitivamente, questo distacco è espresso soprattutto nelle “Tesi su Feuerbach”, dove Marx pone la sua posizione come una sintesi tra Hegel e Feuerbach. Di Hegel apprezza la dialettica della storia ma non condivide l’aspetto idealistico. Di Feuberach apprezza il metodo trasformativo, ma vede due difetti: il primo è che ha perso di vista la storicità dell’uomo (colta invece da Hegel), in quanto Feuerbach non spiega perché l’uomo ha creato la religione, quindi sembra che l’uomo fosse naturalmente portato a crearla, ma con l’ateismo nessuno garantisce che l’uomo non creerà un’altra religione. L’uomo per Feuerbach non si sviluppa e rimane sempre uguale, per Marx invece l’uomo cambia storicamente, inoltre la religione nasce per compensazione per l’infelicità che l’uomo subisce, ovvero l’alienazione economica spinge l’uomo a creare la religione (teoria dell’ “oppio dei popoli”). Il secondo è che Feuerbach ha visto come autenticamente umanistica l’attività teoretica e non quella pratica, ovvero la differenza tra gli uomini e gli animali è la religione, ma così dicendo sopravvaluta il ruolo della teoria rispetto alla pratica, sostenendo che l’atteggiamento umano è quello teoretico e non pratico e che l’alienazione avviene in ambito teoretico e non pratico, ovvero basta criticare teoricamente la religione per risolvere i problemi della vita concreta.
La critica a Feuerbach segna il passaggio di Marx dall’umanismo al materialismo storico, che si concretizza nell’ “Ideologia tedesca” del 1845, la cui originalità risiede nel tentativo di cogliere il “movimento reale” della storia; secondo Marx infatti le forze motrici della storia non sono le idee, ma l’economia, per questo si contrappone alla concezione idealistica della storia, anche se ne mantiene la dialettica. In quest’opera troviamo la critica all’ideologia, che si contrappone alla scienza, che è una visione esatta della realtà, mentre l’ideologia è una visione falsa e deformata e può essere frutto o di un inganno consapevole oppure può nascere da una auto illusione inconsapevole. L’intento di Marx è dunque quello di svelare la verità sulla storia mediante il raggiungimento di un punto di vista obiettivo sulla società che permetta di descrivere non ciò che gli uomini “possono apparire nella rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono realmente”.
Secondo Marx nell’ambito della “produzione sociale dell’esistenza” che costituisce la storia, bisogna distinguere le forze produttive e i rapporti di produzione. Per forze produttive intende tutti gli elementi necessari al processo di produzione, ossia gli uomini che producono (la forza-lavoro), i mezzi utilizzati per produrre (i mezzi di produzione) e le conoscenze tecniche e scientifiche. Per rapporti di produzione intende invece i rapporti che si instaurano tra gli uomini nel corso della produzione e che trovano la loro espressione giuridica nei rapporti di proprietà.
Forze produttive e rapporti di produzione costituiscono il “modo di produzione” di un certo periodo; la base economica che si esprime nel modo di produzione e nella relativa dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione costituisce la struttura, ovvero lo scheletro economico della società; la struttura rappresenta il piedistallo su cui si eleva una sovrastruttura giuridico-politico-culturale. Il termine sovrastruttura sta quindi ad indicare che i rapporti giuridici, le forze politiche, le dottrine etiche, artistiche, religiose e filosofiche non deve essere intesi come realtà a sé stanti, ma come espressioni dirette dei rapporti che definiscono la struttura di una certa società storica. Di conseguenza, non sono le leggi, lo Stato, le forze politiche, le religioni ecc a determinare la struttura economica della società (idealismo storico), ma è la struttura economica della società a determinare le leggi ecc (materialismo storico).
Il termine “materialismo” non allude, come nel linguaggio filosofico tradizionale, alla tesi metafisica secondo cui la materia è la sostanza e la causa delle cose, bensì al convincimento secondo cui le vere forze motrici della storia non sono di natura spirituale, ma di natura socio-economica.
Per indicare il rapporto tra struttura e sovrastruttura Marx fa uso di due verbi: “determinare” e “condizionare”; “determinare” denota un rapporto più stretto e immediato, mentre “condizionare” allude a un rapporto più indiretto. Marx vuole quindi sottolineare la dipendenza della sovrastruttura dalla struttura, in quanto secondo lui l’unico elemento veramente determinante della storia è la struttura economica.
Marx ritiene che a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive tendano a corrispondere determinati rapporti di produzione e di proprietà; tuttavia i rapporti di produzione si mantengono soltanto fino a quando favoriscono le forze produttive corrispondenti, e vengono distrutti quando si convertono in ostacoli per le medesime. Poiché le forze produttive si sviluppano più rapidamente dei rapporti di produzione, i quali tendono a rimanere statici, ne segue una situazione di frizione dialettica; infatti, le nuove forze produttive sono sempre incarnate da una classe in ascesa, mentre i vecchi rapporti di società sono sempre incarnati da una classe dominante al tramonto, di conseguenza lo scontro risulta inevitabile.
Marx delinea un quadro della storia passata e presente e scandisce il cammino dell’umanità a seconda di determinati modi di produrre e di specifici rapporti di proprietà: comunità primitiva, società asiatica, società antica, società feudale, società borghese, futura società socialista. La storia dunque procede dal comunismo primitivo al comunismo futuro, passando attraverso il momento intermedio della società di classe, la quale si basa sulla divisione del lavoro e della proprietà privata; questo diagramma storico di sviluppo della civiltà poggia sulla tesi secondo cui il comunismo è lo sbocco inevitabile della dialettica storica.
Il carattere “dialettico” del materialismo storico di Marx e il suo legame con Hegel risultano pertanto evidenti:
Il soggetto della dialettica storica non è più rappresentato dallo Spirito, ma dalla struttura economica e dalle classi;
La “dialetticità” del processo storico è concepita come empiricamente e scientificamente osservabile attraverso i fatti;
Le opposizioni che muovono la storia non sono astratte e generiche, bensì concrete e determinate, pur essendo tutte riconducibili a quella dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione.
Il termine con cui Marx ed Engels si riferiscono ai filosofi della Sinistra Hegeliana è quello di “ideologi”, intendendo quei pensatori che vivono nella falsa coscienza, poiché non si rendono conto che le idee non hanno un’esistenza autonoma e finiscono per:
Sopravvalutare la funzione delle idee e degli intellettuali, vedendo le prime come le forze trainanti degli avvenimenti e i secondo come i fabbricanti della storia.
Presentare le proprie idee come sovratemporali e come universalmente valide.
Credere che tutto il negativo del mondo risieda nelle idee sbagliate che gli individui si formano su se stessi.
Fornire un quadro inevitabilmente deformante del reale.
Marx quindi oppone le seguenti tesi:
Le vere forze motrici della storia non sono le idee, bensì le strutture economico-sociali.
Le idee non hanno mai un valore universale e sovratemporale, in quanto rispecchiano determinati interessi e rapporti storici tra gli uomini.
La vera alienazione non risiede nelle idee, ma nelle situazioni sociali concrete, per cui la disalienazione o liberazione dell’uomo è un problema pratico-sociale, risolvibile sul piano strutturale della rivoluzione.
Il sapere effettivo può essere soltanto un sapere aderente al reale.
MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA (1848): Marx si propone di esporre gli scopi e i metodi dell’azione rivoluzionaria; i punti salienti sono:
L’analisi della funzione storica della borghesia;
Il concetto della storia come lotta di classe e il rapporto tra proletari e comunisti;
La critica dei socialismi non-scientifici.
Marx descrive la vicenda storica della borghesia, sintentizzandone meriti e limiti; a differenza delle classi dominanti del passato, che tendevano alla conservazione statica dei modi di produzione, la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione e tutto l’insieme dei rapporti sociali: è dunque un classe dinamica. Questa borghesia assomiglia allo stregone che non riesce più a dominare le potenze infernali evocate; infatti, le moderne forze produttive, sempre più sociali, si rivoltano contro i vecchi rapporti di proprietà. Il proletariato, classe oppressa dalla società borghese, non può fare a meno di mettere in opera una dura lotta di classe. Il concetto della storia come lotta di classe è uno dei più significativi dell’opera, in cui viene individuato come soggetto autentico della storia la lotta tra le classi; Marx insiste sull’internazionalismo della lotta proletaria dicendo: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.
Marx critica il socialismo reazionario in quanto attacca la borghesia secondo parametri conservatori, rivolti al passato, piuttosto che al futuro; critica poi il socialismo utopistico (Saint-Simon, Fourier, Owen), in quanto non riconosce al proletariato una funzione storica e rivoluzionaria autonoma e fa appello a tutti i membri della società per una pacifica azione di riforme, muovendosi in una dimensione moralistica e utopistica.
IL CAPITALE: ha come sottotitolo “Critica dell’economia pratica”, che rivela l’esplicita contrapposizione di Marx all’economia classica; egli si differenzia dai teorici dell’economia borghese (Smith) soprattutto per il suo metodo storicistico-dialettico, infatti egli è convinto che non esistano leggi universali dell’economia e che ogni formazione sociale abbia caratteri propri e leggi storiche specifiche. Ritiene che la società borghese porti in se stessa le contraddizione strutturali che ne minano la solidità, ponendo le basi oggettive per la sua fine.
Marx sostiene che l’economia politica pretende di essere una scienza, ma in realtà è un’ideologia, in quanto: considera i tratti fondamentali del capitalismo (merce, lavoro salariato) non come elementi tipici del comunismo, ma come elementi naturali dell’uomo, cioè come dei dati di fatto, senza indagarne l’origine e vede questi aspetti sia come naturali che come eterni, quindi non studia le contraddizioni del capitalismo che lo porteranno al crollo; inoltre, in quanto sostiene che la rivoluzione degli operai non ha scopo se il capitalismo è destinato a durare per sempre.
Marx in quest’opera analizza le contraddizioni interne del capitalismo, che secondo cui lo porteranno al crollo; egli dunque formula delle “previsioni”, e dato il carattere “tendenziale” delle leggi rilevate, esse non vanno confuse con le “profezie”; tuttavia, la scarsa rigorosità linguistico-concettuale di Marx fa sì che il”Il Capitale” sembri presentarsi come un “libro di predizioni circa i destini futuri del capitalismo moderno” e che come tale sia letto da parte del movimento operaio seguente o dai critici di Marx, i quali lo hanno assimilato ad un “testo di profezie sbagliate”.
Nelle opere precedenti Marx aveva usato un atteggiamento storico – genetico, mentre qui ha un altro approccio, ovvero quello anatomico: vuole fare un’anatomia dell’economia capitalista in modo da tirar fuori il modo di funzionamento del capitalismo dagli elementi secondari. Per ricostruire il funzionamento del capitalismo bisogna partire dal suo elemento costitutivo: la merce (prodotto del lavoro che viene scambiato all’interno di un mercato); il capitalismo è diverso dagli altri modi di produzione perché negli altri solo una piccola parte dei prodotti del lavoro sono merci, mentre nel capitalismo la quasi totalità dei prodotti del lavoro diventano delle merci.
Una merce deve possedere un valore d’uso, in quanto deve poter servire a qualcosa, poiché nessuno acquista qualcosa che non soddisfi determinati suoi bisogni; in secondo luogo, una merce deve possedere un valore di scambio, che le garantisca la possibilità di essere scambiata con altre merci. Ma in che cosa risiede il valore di scambio di una merce? Marx, sulla scia dell’equazione valore = lavoro, risponde che esso discende dalla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrre la merce in questione: più lavoro è necessario per produrla, più essa vale.
Marx contesta il “feticismo delle merci”, che consiste nel considerare le merci come delle entità aventi valore di per sé, dimenticando che esse sono il frutto dell'attività umana e di rapporti sociali.
Per Marx la caratteristica peculiare del capitalismo è che la produzione non è finalizzata al consumo ma all'accumulazione di denaro; quindi il ciclo capitalistico non è quello semplice, prevalente nelle società pre-borghesi e descrivibile con la formula M.D.M. (merce – denaro – merce). Tale formula allude al doppio processo per cui una certa quantità di merce viene trasformata in denaro e una certa quantità di denaro viene ri-trasformata in merce; ma il ciclo economico del capitalismo è descrivibile con la formula D.M.D. (denaro – merce – più denaro), in quanto nella società borghese abbiamo un soggetto che investe denaro in una merce per ottenere più denaro di quanto non abbia investito. Da dove deriva questo plusvalore?
Marx è convinto che l'origine del plusvalore non debba essere cercata al livello dello scambio delle merci; nella società borghese il capitalista compra e usa una merce particolare, che ha come caratteristica peculiare quella di produrre valore: si tratta della merce umana, ossia dell'operaio. Il capitalista compra la sua forza-lavoro paragonandola come una qualsiasi merce: tale valore è pari a quello dei mezzi che gli sono necessari per vivere, lavorare e generare, ossia al salario. Tuttavia l'operaio ha la capacità di produrre con il proprio lavoro un valore ben maggiore di quello che gli è corrisposto con il salario. Il plusvalore discende quindi dal pluslavoro dell'operaio e si identifica con l'insieme del valore da lui gratuitamente offerto al capitalista.
Dal plusvalore deriva il profitto: plusvalore e profitto non sono la medesima cosa, in quanto c'è distinzione tra capitale variabile e capitale costante, che coincide con il capitale mobile investito nelle macchine e in tutto ciò di cui la fabbrica ha bisogno. Il saggio del plusvalore risiede nel rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile. Ma il capitalista è costretto a investire non solo in salari (capitale variabile), ma anche in impianti (capitale costante); pertanto il saggio del profitto non coincide con il saggio del plusvalore, ma scaturisce dal rapporto in percentuale tra il plusvalore e la somma del capitale costante e del capitale variabile. Quindi il saggio del profitto è sempre minore rispetto al saggio del plusvalore, per cui non è conveniente fare il capitalista.
Marx prospetta la situazione finale del capitalismo in termini dualistico – dialettici: da una lato una minoranza industriale dalla gigantesca ricchezza e dall'immenso potere, dall'altro una maggioranza proletaria sfruttata. Dato il carattere internazionale del capitalismo, questa situazione tende a prodursi su scala mondiale.
Marx illustra poi cosa succederà dopo il crollo del capitalismo delineando i caratteri della futura società comunista, tuttavia, non volendo ricadere nell'utopia, non li descrive dettagliatamente e affida le sue ipotesi a scritti sparsi (questo vuoto permise ad alcuni personaggi, come Stalin, di spacciare il proprio regime il comunismo inteso da Marx).
Ci sono diverse fasi del comunismo, analizzabili sia politicamente che socialmente; politicamente: dittatura del proletariato e estinzione dello Stato; socialmente: comunismo rozzo (chiamato socialismo da Lenin) in cui la proprietà viene trasformata in proprietà di tutti, cioè viene attribuita alla comunità, mentre gli uomini sono tutti ridotti ad operai, con un medesimo salario; la comunità assume il ruolo di grande capitalista che universalizza la condizione dell'operaio nella società borghese. Pur facendo un passo in avanti rispetto al capitalismo, l'ideale egualitario del comunismo rozzo è ancora dominato dalla mentalità proletaria e dalla categoria dell'avere. L'uguaglianza della prima fase viene messa da parte dal comunismo autentico, ovvero l'effettiva soppressione della proprietà privata, si realizza quando l'uomo cessa di intrattenere con il mondo rapporti di pure possesso e consumo. La società comunista quindi prevede: no divisione del lavoro, no proprietà privata, no classi, no sfruttamento, no miseria, no divisioni tra gli uomini e no Stato.
Tra la prima e la seconda fase c'è la dittatura del proletariato, una dittatura di una maggioranza di ex oppressi su una minoranza di ex oppressori; si tratta di una misura storica di transizione che mira al superamento di ogni forma di Stato.

ENGELS
Se per Marx la dialettica è un metodo per interpretare la società e la storia, per Engels è un metodo per interpretare la natura; egli infatti inquadra il marxismo nelle concezioni della scienza positivistica del suo tempo. Ha creato il passaggio dal materialismo storico di Marx al materialismo dialettico. Le leggi della dialettica deve essere ricavate per astrazione tanto dalla storia della natura quanto dalla storia della società umana, e sono tre:
- la legge della conversione della quantità in qualità;
- La legge della compenetrazione degli opposti;
- La legge della negazione della negazione.

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