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La regolarità della natura


Non c'è dubbio che l'uomo abbia cominciato a osservare certe regolarità in natura fin dai tempi più remoti: in primo luogo l'alternarsi del dì e della notte; poi la concomitanza di certi fenomeni, come l'annuvolarsi del cielo e il cadere della pioggia; o un associarsi costante di caratteri in determinate spiecie di oggetti, ad esempio, di piante e di animali, e così via. Queste regolarità sono importanti perché permettono di prevedere con maggiore o minore sicurezza ciò che avverrà: e il rilevarle dà un vantaggio decisivo nella lotta per l'esistenza. Tutti gli animali superiori sono in grado, non solo di cogliere queste connessioni regolari, ma anche di ricordarle e di tenerne conto, sia pure d'istinto. Ma l'uomo, a un certo punto, dovette cominciare a rilevarle di proposito e quasi sistematicamnte, a trasmettere intorno ad esse informazioni ai suoi compagni, e a formare, così, un nucleo di conoscenza da cui si svilupperà un giorno la scienza.
L'importanza vitale di tali conoscenze fa supporre che la loro raccolta e utilizzazione abbia preceduto, almeno in forma embrionale, la loro interpretazione: quindi il primo nucleo della scienza dovette nascere ancor prima che nascesse il primo impulso alla filosofia. In seguito, però, l'organizzarsi sistematico delle conoscenze scientifiche si accompagna sempre a una qualche concezione generale della natura e del fondamento che ha l'ordine dell'universo: sicché la scienza si associa sempre a una qualche forma di filosofia, più o meno implicita. (Nelle civiltà primitive tale concezione dell'universo si confonde, di solito, con la religione).
Attraverso la storia quindi, vi è una connessione tra i diversi modi di far scienza e le diverse interpretazioni filosofiche della natura o della conoscenza. L'attenzione dovrà portarsi soprattutto sui popoli che vivono intorno al bacino del Mediterrano, o in zone limitrofe, poi sulla civiltà europea che, direttamente o indirettamente, si modella sulla civiltà greca non meno in scienza che in arte o in filosofia. In queste culture la scienza ha uno sviluppo che non trova paragone altrove. Vi furono, bensì, rudimenti di conoscenze scientifiche presso tutti i popoli della terra; e in alcune civiltà, come la civiltà cinese, la scienza ebbe uno sviluppo cospicuo, tanto da meravigliare gli europei quando (soprattutto nel Seicento, attraverso i missionari) ne vennero a conoscenza. Del resto, non c'è civiltà senza un patrimonio di conoscenze scientifiche, necessario perché la civiltà si organizzi. Ma in tutte le altre civiltà lo sviluppo autonomo della scienza, prima o poi, si è arrestato; per contro nella linea della tradizione greca è proseguito. In seguito, quando altri popoli si sono rimessi in cammino, essi hanno ripreso l'indagine scientifica adottando metodi e scoperte della scienza europea. E poiché, dopo tale adozione, hanno dimostrato una capacità inventiva non inferiore a quella degli europei, ciò fa pensare che il successo della scienza in Europa fosse dovuto, non a ragioni di ambiente, di razza ecc., bensì al tipo di cultura proprio della civiltà occidentale. Ciò rende particolarmente interessante lo studio della connessione tra scienza, filosofica e cultura in generale. Oggi la scienza, per quanto complessa e ramificata, batte in tutto il mondo una stessa strada, si esprime in un linguaggio universale, supera ogni distinzione di razza e di mentalità. Ma quuesta scienza universalmente valida è passata attraverso un cammino ben determinato, che mette in rapporto i suoi successi e il modo di pensare che li ha prodotti.
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