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Sacrifice


Dopo una fase giovanile caratterizzata da un’impostazione realista, anche Rothko trovò un vero punto di partenza nella pittura surrealista, riferimento centrale per tutti gli artisti attivi nel secondo dopoguerra. Alla metà degli anni quaranta risale l’uso, nelle sue opere, di figure organiche e di macchie che suggeriscono forme di vita primitive e indifferenziate. A livello stilistico, la ricerca di Rothko è incentrata inizialmente sulle diverse tipologie dei segni e sugli effetti di ritmo generati dalla combinazione di linee e colori che alludono a forme naturali quasi riconoscibili (un sentiero, un’impronta, una radice ecc).
In particolare, in Sacrifice (“Sacrificio”, 1946) il riferimento è al microcosmo acquatico, alle forme di vita subacquee (piante, creature o microrganismi fluttuanti), memori di un universo fantastico, sottomarino, specchio di una dimensione inconscia ricorrente nelle immagini di Mirò. A creare forme lievi e quasi galleggianti concorre la scelta dell'acquarello, che consente di rendere il colore liquido e piatto, quasi inconsistente, preannunciando il successivo sconfinamento dell'artista nella pittura astratta. Il titolo rivela l'interesse che Rothko prova in questi anni per i temi della tragedia greca.

No. 77/No. 20


L’approdo alla pittura per campi di colore, per la quale Rothko è oggi universalmente noto, fu un processo graduale, nel quale l’artista si mosse guidato da un sempre più coerente sforzo di liberazione da ogni riferimento alla realtà oggettiva. Il dipinto No. 11 / No. 20 del 1949 segna un momento significativo in tale percorso. Qui Rothko sembra concentrato sul tentativo di lasciar emergere le zone d’ombra e di luce della propria coscienza; diversamente dai colleghi Pollock e De Kooning, però, gli esiti di tale processo non coincidono con la violenza istintiva del gesto, ma rivelano piuttosto una natura lirica, poetica, quasi mistica.
L’energia interiore di Rothko, infatti, si manifesta in una lucentezza memore delle icone russe, emblemi della sua cultura d’origine, sebbene trasposta in un contesto contemporaneo non più sacro né figurativo. Avvicinata a un’icona storica, per esempio il Cristo Pantocratore di Berat (XIV secolo), l’opera rivela una sorprendente identità di toni. Carica della stessa intensità e spiritualità delle icone antiche, la tela di Rothko vuole sfiorare i tasti dell’ emotività, anche grazie al ricorso a un supporto di grandi dimensioni, indispensabile a suo giudizio per il coinvolgimento dell’osservatore, che doveva essere colpito emotivamente da una pittura trascendente: «Quando uno dipinge un quadro grande ci è dentro», sosteneva l’artista. Comprendere il senso delle sue opere, dunque, comporta una visione da una distanza ravvicinata, per sentirsi “dentro” la tela.
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