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Valore, utilità e scarsità



Nel terzo capitolo della sua opera principale, La teoria dell'economia politica, pubblicato a Londra nel 1871, l'economista inglese William Stanley Jevons (1835-1882) si dichiara convinto che il valore delle merci dipenda prevalentemente dalla loro utilità. Tale posizione, come egli stesso ha modo di rilevare, è in aperta contrapposizione con il pensiero degli autori che lo avevano preceduto, in particolare con Smith e Ricardo, secondo i quali il valore dei beni dipendeva invece dal loro costo di produzione.

La convinzione che l'utilità sia l'elemento in grado di generare il valore delle merci spinge Jevons a indagarne le caratteristiche in modo più dettagliato.

L'idea che l'utilità non sia una caratteristica propria del bene, ma esprima piuttosto il rapporto che si stabilisce tra il bene e la persona, permette a Jevons di considerare l'utilità come una grandezza variabile formulando così il principio dell'utilità marginale decrescente. Esso mostra i diversi gradi di utilità che il consumatore può ricavare dal consumo di dosi successive del bene. Possiamo vedere che l'utilità marginale decresce in modo continuo. Il punto S in cui la funzione taglia l'asse delle ascisse rappresenta il punto di sazietà: in questo punto infatti l’utilità marginale è uguale a zero. Proseguendo verso destra la funzione assume valori negativi: il bene diviene infatti disutile.