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Sulla strada del tempo

Premessa

In questa breve ricerca il mio scopo è quello di sviluppare alcune riflessioni su questo importante tema, traendo spunto da differenti campi culturali attraverso una panoramica di correnti di pensiero e testimonianze.

Cos’è il tempo?

Sant’Agostino avrebbe risposto: “Se nessuno me lo domanda, so cos’è; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non saprei rispondere”.

Questa risposta, che potrebbe sembrare un gioco di parole, in realtà, è quella che meglio riesce ad esprimere la difficoltà con cui l’uomo, nel corso della storia, ha cercato di affrontare e chiarire l’arduo concetto di tempo. In realtà la difficoltà nel dare una definizione precisa di tempo è dovuta soprattutto all’impalpabilità del tempo stesso: i fisici credono di poterlo misurare, ma a nessuno è dato di vederlo o percepirlo con i sensi, i filosofi di interpretarlo senza però un utile accordo.

Nel corso dei millenni tutti hanno cercato la propria interpretazione, ma soltanto negli ultimi secoli si è giunti a qualche riflessione più “concreta”. La più importante di queste è la teoria della relatività di Einstein, secondo lui stesso afferma che: “Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività”.

La strada del tempo in filosofia

Kant: “Spazio e tempo”

Già nella precedente civiltà, Kant aveva individuato la dualità che persisteva nel concetto “tempo” ed egli giunse alla conclusione che il tempo, insieme allo spazio non sono né delle realtà oggettive in se stesse, né semplici relazioni tra oggetti, ma piuttosto forme a priori della sensibilità umana.

Le forme a priori sono determinate dai giudizi sintetici a priori, gli unici di cui si avvale la scienza. Infatti sono sintetici perché il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso, e sono a priori perché, essendo universali e necessari, non dipendono dall’esperienza ma, anzi, la dominano.

Kant affronta la problematica nella prima parte della “Critica della Ragion Pura”, detta Estetica trascendentale. L’estetica trascendentale è in Kant “l’apprensione immediata dei dati sensibili e ordinati nelle varie forme a priori del tempo e dello spazio.

Lo spazio è la forma del senso esterno e rende possibile la conoscenza degli oggetti secondo un ordine di coesistenza spaziale; il tempo è la forma del senso interno e rende possibile la conoscenza della successione temporale degli stati d’animo.

Mentre lo spazio è norma pura di tutte le intuizioni esterne, il tempo è condizione universale e oggettiva di ogni fenomeno in generale, esterno e interno. Inoltre il tempo, a differenza dello spazio, ha una sola dimensione: mentre spazi differenti non sono successivi ma simultanei, tempi differenti non sono simultanei ma successivi.

È qui che emerge il concetto di tempo. Pertanto per determinare oggettivamente l’ordine di successione nel tempo è necessario che la relazione fra i due stati (il prima e il poi), successivi alla percezione, risponda ad una regola per la quale l’avvenimento successivo segue sempre e necessariamente il precedente e, il tempo sia quindi irreversibile.

Questa regola è il concetto di rapporto di causa effetto che determina quale, fra i due stati, deve essere posto necessariamente prima e quale dopo e non inversamente.

La strada del tempo in latino

Seneca: “De Brevitate Vitae”

La rievocazione del passato, la riflessione sul fluire temporale sono temi che hanno caratterizzato, in larga o stretta misura, i capolavori della maggior parte degli scrittori, italiani o francesi che siano.

In realtà alla base del tutto e della modernità risiede alla radice della storia un’ampia meditazione sulla “concezione del tempo”, che si intravedeva già nei grandi poeti della letteratura latina. Fra i molti emerge senza alcun dubbio la figura di Seneca. Possiamo ricondurre il suo pensiero a questa frase:

Omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est

(Nessuna cosa ci appartiene, soltanto il tempo è nostro)

La riflessione del tempo ruota, cioè, essenzialmente intorno a due poli: il tempo come entità fuggevole e caduca, dalla quale il sapiens deve affrancarsi e che l’uomo comune impiega in occupazioni dispersive, e, viceversa, il tempo come unico bene in possesso dell’uomo, strumento per raggiungere la perfezione morale e la saggezza.

Il filo che lega questi due aspetti, apparentemente in contraddizione tra loro, è costituito da un unico presupposto filosofico, che fa leva non sulla quantità ma sulla qualità del tempo: il tempo è fuggevole e labile ma se usato proficuamente, al fine di raggiungere la saggezza, è l’unica nostra ricchezza.

Dunque non è la vita che è breve, siamo noi che la rendiamo tale sperperando tempo preziosissimo in occupazioni del tutto futili.

Dum differtur, vita transcurrit

(Mentre rimandiamo la vita passa)

In un brano, tratto dal “De brevitate vitae”, egli afferma con fermezza che la vita sarebbe abbastanza lunga, e ci è data in abbondanza per il compimento delle più grandi imprese; bisognerebbe che fosse tutta ben spesa; ma quando è svanita tra il lusso e la trascuratezza, quando è impiegata per nessuna azione che valga qualcosa, allora noi ci accorgiamo che essa è già passata.

Con forte rammarico Seneca lamenta il fatto che nella società il tempo lo si chiede e lo si dà come fosse niente, giocando con la cosa più preziosa di tutte e nelle sue lettere indirizzate a Lucilio, egli consiglia al suo amico di custodire con maggior cura ciò che non si sa quando verrà a mancare: “Il tempo non tornerà indietro né arresterà il suo corso, non farà rumore, non darà segno della sua velocità, scorrerà in silenzio senza mai soste”.

Al tema del fluire del tempo si aggiunge quello aristotelico della tripartizione del tempo tra passato, presente e futuro. Di questi il presente è breve, il futuro dubbio, il passato certo.

Su quest’ultimo la sorte ha perduto il suo potere: mentre gli affaccendati rivolgono malvolentieri il loro pensiero a tempi passati, chi ha fatto ogni cosa sotto la propria censura e la saggezza non teme affatto i propri ricordi e vede il passato come una parte della nostra vita sacra e inviolabile.

Per poter raggiungere una serenità d’animo o bisogna essere, dunque, saggi. L’opera di Seneca rappresenta il punto più alto raggiunto dalla riflessione nell’ambito della filosofia romana.

Egli ha inventato la scrittura dell’interiorità, scrivendo di sé e della propria vita, soprattutto di quella spirituale, e proponendosi come modello del saggio alla ricerca della virtù.

L’opera che più rispecchia l’intento senecano è rappresentata dalla raccolta delle “Epistulae morales ad Lucilium”. In queste lettere Seneca non si rappresenta perfetto, però, comunque cerca di fornire insegnamenti morali al suo amico Lucilio, raccontandogli aneddoti, incontri, momenti di vita e fatti reali che sono occasione di riflessioni.

Egli arriva alla conclusione che le vie del saggio, brevi o lunghe che siano, devono portarlo a un’unica meta: il riconoscimento della centralità, assoluta ed esclusiva, dell’anima.

Ciò significa concedere al corpo solo quanto basta a mantenerlo in salute, rifuggendo dalle facili lusinghe di una vita comoda e dedita ai piaceri. Chi si abbandona al corpo e ai sensi dimentica facilmente di avere un’anima.

Ma l’anima è l’unica cosa che ci fa essere diversi da un animale o da una pianta, ed è l’unica che determini reali differenze di valore tra uomo e uomo.

Quanto al corpo, infatti, non ci può essere alcuna differenza: ricco e povero sono entrambi mortali ed entrambi sono uguali davanti alla morte.

La valorizzazione attenta di ogni attimo dell’esistenza è il mezzo attraverso il quale è possibile raggiungere la saggezza e superare la debole condizione umana.

Il concetto di vivere pienamente ogni istante della propria vita è, anche, ideale epicureo e ricorre in Orazio.

Le analogie tra il concetto espresso da Orazio e quello espresso da Seneca tradiscono però una grande differenza di impianto: alla base del carpe diem epicureo c’è il concetto del vivere intensamente ogni attimo dell’esistenza, capitalizzandone gioie e piaceri, in un’ottica distensiva dello spirito.

Nel concetto stoico del vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo si concretizza invece l’ideale di una pratica filosofia tesa alla conquista della saggezza, in lotta con il tempo che scorre implacabile: un’ottica, quindi, che non mira alla distensione quanto piuttosto alla tensione dello spirito.

Padroneggiare il presente e affrancarsi dal domani diventa in Seneca un invito al possesso di se stessi, non solo e non tanto, quindi, un richiamo al carattere effimero dell’esistenza.

“Se sarai padrone del presente meno dipenderai dall’avvenire”

L’esperienza di Seneca rappresentò un fenomeno per certi aspetti unico nella storia di Roma antica: egli ha un senso moderno di affrontare le tematiche e ha provocato da sempre uno straordinario fascino in noi giovani, essenziale e conciso nello stile.

In effetti non bisogna pensare alle ampie e articolate strutture del periodare ciceroniano: in Seneca la scrittura è più concisa e più scarna; alle eleganti simmetrie del periodo subentra l’espressiva densità della frase.

La strada del tempo in arte

Monet: “La cattedrale di Rouen”

L’Impressionismo è un movimento artistico, ed in special modo pittorico, iniziato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento, e durato fino ai primi anni nel Novecento.

Una precisa esperienza di gusto, un momento caratteristico e storicamente definito identificano questa tendenza nella civiltà artistica moderna.

Fondamentali per la nascita dell’Impressionismo furono le esperienze del Romanticismo e del Realismo, che avevano rotto con la tradizione, introducendo importanti novità: la negazione dell’importanza del soggetto, che portava sullo stesso piano il genere storico, quello religioso e quello profano; la riscoperta della pittura di paesaggio; il mito dell’artista ribelle alle convenzioni; l’interesse rivolto al colore piuttosto che al disegno; la prevalenza della soggettività dell’artista, delle sue emozioni che non vanno nascoste e camuffate.

Rapidi colpi di spatola, creando un alternarsi di superfici uniformi e irregolari, divennero il punto di partenza per le ricerche successive degli impressionisti.

Gli impressionisti dipingevano all’aperto, con una tecnica rapida che permetteva di completare l’opera in poche ore (la pittura en plein air).

Essi volevano riprodurre sulla tela le sensazioni e le percezioni visive che il paesaggio comunicava loro nelle varie ore del giorno e in particolari condizioni di luce.

Lo studio dal vero del cielo, dell’atmosfera, delle acque soppiantò il lavoro al chiuso, in atelier, lo studio nel quale venivano completati i quadri più grandi o eseguiti i ritratti; molti ritratti erano però anche realizzati all’aperto.

Lo sfondo, il paesaggio, non è qualcosa di aggiunto, ma avvolge le figure. Oggetti e persone sono trattati con la stessa pennellata ampia e decisa.

Caratteristiche della pittura impressionista erano i contrasti di luci e ombre, i colori forti, vividi.

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